CASTELVOLTURNO: GLI IMMIGRATI SCENDONO IN STRADA CONTRO LA CAMORRA, GLI ITALIANI NO

I media, sopratutto televisivi, hanno raccontato la rivolta degli immigrati di Castelvolturno con lo stesso stile  con cui avrebbero descritto l’ennesima guerra civile del Corno d’Africa. E, in effetti, il termine “guerra civile” è stato usato più di una volta.

Lo shock delle immagini di una massa di negri furiosi e armati di spranghe che invade una strada italiana come fosse Mogadiscio ha  immediatamente messo in secondo piano la questione davvero sconvolgente: e cioè che gli immigrati hanno il coraggio di scendere in piazza contro la camorra, mentre gli italiani no (e tra le vittime non c’erano solo africani).

Si è sentito dire che la strage voluta dai Casalesi non aveva matrici razziste, come se facesse qualche differenza, come se gli immigrati dovessero preoccuparsi solo della discriminazione razziale: se il motivo per cui li ammazzano non è la pelle, allora che crepino in silenzio, senza disturbare. Non scendano in piazza a fare casino, che non se lo permettono nemmeno gli italiani, e poi loro così neri e rabbiosi fanno paura, più paura della mafia.

La strage voluta dai Casalesi, si è detto e scritto, è stata un’operazione chirurgica (col kalashnikov?) tesa a ribadire il proprio controllo sul territorio. Il clan desiderava dare un segnale, pare, ai narcotrafficanti africani che si stavano allargando un po’ troppo. Siccome per ogni buon camorrista (come per ogni buon italiano), i negri son tutti uguali, non è poi così strano che siano stati ammazzate persone che non avevano niente a che fare con la droga. Che importa? Negri gli uni, negri gli altri. Il messaggio è comunque chiaro. Peccato che, a differenza degli italiani, gli africani sono scesi per strada a protestare. Uniti. Incazzati. Contro la criminalità. Per chiedere quello che ci si aspetta da un Paese civile:  sicurezza, ma quella vera, contro il nostro Male Oscuro, non quella che colpisce l’accattonaggio, la tossicodipendenza e l’immigrazione clandestina.

Sarebbe bello se accadesse qualcosa di simile anche tra noi italiani, nei confronti delle mafie: se colpiscono uno di noi, colpiscono tutti. Si reagisce subito, come si può. Si dichiara forte e chiaro che così non si può andare avanti. Che non si è disposti a tollerare oltre. Invece no, noi non siamo così uniti. Un napoletano è un napoletano, e un siciliano è un siciliano. Cazzi loro. Anzi peggio: perché manifestazoni spontanee di rabbia di cittadini napoletani o siciliani sono rare come i quadrifogli, come a dire che una cosa sono i napoletani vivi, un’altra (opposta) quelli ammazzati dalla camorra. E cazzi loro.

Personalmente, ritengo abbia più valore per la lotta alla criminalità organizzata una protesta di questo tipo che le iniziative alle volte dal sapore un po’ “snob” di Libera, la rete nazionale contro le mafie (con tutto il rispetto per il gran lavoro che fa, ci mancherebbe, meno male che esiste). 

C’è sicuramente una questione culturale a spiegare perché gli immigrati protestano e gli italiani no, che si può banalmente riassumere con il fatto che in alcune zone del Paese la criminalità organizzata è una realtà del tutto normalizzata, e finire vittime innocenti di una strage mafiosa risulta accidentale come essere colpiti da un fulmine o finire sotto il tram. Fortunatamente, gli immigrati provengono da culture diverse, orientate da altre coordinate, che non comprendono il condizionamento mafioso. A osservare i fatti di Castelvolturno, sembra che le vittime innocenti sconvolgano più loro, gli “africani”, che non noi, gli “italiani”. E in Africa le vittime innocenti sono più numerose che in Italia.

Una volta di più, gli immigrati ci ricordano come dovrebbe comportarsi un Paese civile. Una volta ancora, gli italiani fraintendono tutto. Una volta ancora, gli immigrati potrebbero rappresentare una risorsa, perché liberi dall’influenza culturale mafiosa, ma l’italiano è ottuso e forse anche l’antimafia è (inconsapevolmente) fatta di monopolii.

Leggetevi la cronaca dei fatti su Fortress Europe.

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