IL PRECARIO IN UNA STANZA

Pomeriggio tardi, fumo denso riempie la cucina.

L’ultima lama di luce si riflette sull’alluminio di una padella abbandonata nel lavabo, tu alzi una mano a proteggerti gli occhi. E’ un ghigno, o forse una smorfia di fastidio, che ti traversa il volto. Rintraccio a fatica le componenti per confezionare un’ulteriore cannone sul tavolo ingombro, la tovaglia bruciacchiata, le tazze vuote di tè, la bottiglia d’acqua sgasata, i resti di sigaretta, le briciole di tabacco miste a quelle dei biscotti del discount. Sembra proprio la cucina di una casa affittata a nero da studenti fuorisede. A parte la musica, restiamo in silenzio.

La lama di luce si è dissolta nell’alone rossastro del tramonto.

E’ un istante perfetto, ma non durerà. Tra poco dovrò accendere la luce, e l’idea mi infastidisce. Non mi è mai piaciuto passare così, di brutto, dal naturale all’artificiale. Mi butti un filtrino che hai arrotolato previdente, ti sorrido di rimando e penso a tutto il tempo della nostra vita che abbiamo trascorso qui, in questa cucina, a fumare, progettare, pregustare serate di baldoria o pazzeschi percorsi ferroviari. E ridere, naturalmente. Come solo i ventenni ben affiatati sanno fare, convinti di sapere come si affronta la vita. Un tempo, il sabato in questa cucina non sarebbe stato così silenzioso. Sarebbero apparsi branchi di ventenni armati di cime di canapa e birre da 66. La stanza si sarebbe animata di risate, concezioni del mondo, e progetti dirompenti. La luce, mi viene da pensare, si sarebbe accesa da sola, il sole e la lampadina si sarebbero passati il testimone senza traumi.

Un tempo questo problema di accendere la luce non ce l’avrei avuto.

Infiammo lo spinello.

Due tre tiri, poi una bella nube densa azzurrina si perde nel volume di fumo freddo, mentre io reclino la testa nel gesto rituale che eseguo sempre al primo tiro. Mi fai notare anche tu come il mio modo di fumare, o di stare seduto a questa celebre tavola, non sia mai cambiato. Rido, penso a come controbattere, e mi rendo conto che sono fin troppe le cose in cui tu non sei cambiato, e insieme tantissime, perché è cambiato tutto il resto intorno.

E noi non ce lo aspettavamo. Non così, almeno.

Questa non è più la cucina malandata della casa a nero di studenti fuorisede, con le stoviglie incrostate nel lavabo, i libri unti sul tavolo, la birra nel frigo e il fondo di rum nella dispensa. Questa oggi è la cucina di un Dottore (cum Laude) in Scienze Politiche, cui l’amico ed ex coinquilino Dottore in Giurisprudenza ha fatto visita per trascorrere un sabato pomeriggio come ai vecchi tempi, dato che ormai ci si vede poco. Quei piatti sporchi, questa tovaglia da buttare e queste nubi di cannabis appartengono oggi a me, unico dei tre laureandi rimasto a nero nella casa, mancando di meglio. Tu hai avuto la ventura di ereditare una mansarda dai tuoi, il terzo abitueé di questa tavola è invece dovuto scollinare oltralpe, per guadagnarsi la pagnotta.

Mi viene una malinconia che forse, a guardarti bene mentre ti sporgo la canna, è la stessa tua. T’allunghi ad afferrare lo spinello e così, tanto per cambiare discorso, ti sfido a trovare un modo originale di fumarlo. Un tempo quest’impresa avrebbe mantenuto in vita una serata intera, ora ci limitiamo a sorridere. Un tempo non avevamo un passato da rimpiangere: io facevo il cameriere, tu portavi le pizze a domicilio. Ma il succo era che si studiava, ci si divertiva, si aspettava che il pomeriggio diventasse  sera e poi s’animasse la notte, e ogni momento aveva un suo perché, aveva una ragione in quello che sarebbe accaduto dopo, e poi ancora dopo. Ci piaceva persino studiare, perché eravamo certi di avere qualcosa da dire e che poi, conquistato il titolo, saremmo stati legittimati a dirlo. Forte e chiaro.

Adesso siamo nel dopo e non è successo niente.

Io sono un dottore che fa il cameriere per vivere e le fotocopie per stage, e tu sei una strana specie di avvocato che risponde al telefono a progetto. Siamo precari costantemente affannati ma incatenati al presente. La cucina è lo stesso vecchio rifugio, noi pure, ma tutto quello che c’è fuori adesso fa davvero paura.

Mi arrendo al peso della penombra e accendo la luce: la realtà che illumino è disastrosa, la canna è finita, il pomeriggio è volato, il domani incombe e il passato ci deride.

“Che cazzo, Marco”, mi dici andandotene, “Dovresti dare una pulita a questo cesso, non sei mica più uno studente. Un po’ di dignità!”

“Ma che mi fotte, Pietro. Due decenni, e il mondo è belle che finito”, ti rispondo. E dentro di me, ghignando, spero che sia vero. Almeno non ho la preoccupazione di inventarmi un futuro. Devo solo aspettare che finisca tutto.

Io, te e questa vecchia cucina.

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