Pensiero laterale, vaiolo, cocaina. L’importanza di cambiare prospettiva

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Edward Jenner

Nel suo interessante libretto “Il pensiero laterale. Come diventare creativi”, il medico e psicologo maltese Edward De Bono, teorico dell’utilissimo (e sovversivo!) “pensiero laterale“, ci racconta come le più grandi scoperte scientifiche spesso siano state frutto di  repentini egeniali cambi di prospettiva sul problema, più che all’approfondimento degli studi e l’affinamento dei metodi.

De Bono ci porta l’esempio, tra i tanti, di Edward Jenner, lo scienziato inglese che alla fine del XVII secolo scoprì il vaccino che ha liberato il mondo dal flagello del vaiolo.

Jenner ebbe un’intuizione geniale (e ovvia solo a posteriori, come accade con tutte le intuizioni riconducibili al “pensiero laterale”): piuttosto che concentrare le ricerche sulle persone già ammalate di vaiolo, pensò di spostare l’attenzione su coloro che non contraevano il virus.

All’epoca (e questo De Bono non lo racconta, forse perché avrebbe sottratto fascino al suo aneddoto) circolava una diceria popolare secondo cui chi viveva a stretto contatto con bovini ed equini, solitamente risultava immune al virus. Non c’era ragione scientifica per dar credito a tali dicerie (oltretutto si era in pieno illuminismo), eppure Jenner decise di prenderle in considerazione: scoprì così che chi, come le mungitrici o i soldati a cavallo, era stato a contatto con la variante bovina o equina del virus, innocua per gli esseri umani, restava immunizzato anche da quella umana. Ed ecco il vaccino.

Nello studio di una malattia (o di un problema) la nostra forma mentis (logica, positivista, empirica) ci spinge automaticamente a studiare chi ha contratto quella malattia, o è alle prese con quel problema, non il contrario. E’ logico. Eppure, a Jenner è bastato un leggero cambio di prospettiva (suggerito dalla tradizione popolare) per sconfiggere uno dei più tremendi flagelli della sua epoca.

Ora, questi cambi di prospettiva sono tanto utili quanto poco frequenti: per effettuarli, occorre essere pronti a rinunciare a pensare nel modo in cui tutti son abituati fin da bambini, oltre che a mettere in dubbio tutto quello che si crede di sapere. Prendiamo, tanto per essere originali, la questione del consumo di droga e della tossicodipendenza. Si tratta di un campo di indagine in cui, solitamente, si studia chi ha già sviluppato problematiche connesse al consumo di droghe o chi è già “tossicodipendente”, perché i soggetti studiati  (tanto dalla medicina quanto dalle scienze umane) provengono, nella stragrande maggioranza dei casi, da strutture di recupero, servizi sanitari, carceri e via dicendo. Si studia il “malato”, il “caso limite”, il tossicodipendente. Il malato di vaiolo, non l’immune. E su quello si costruisce tutta la teoria.

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Alfred Lindesmith

In pochi hanno avuto la brillante intuizione di andare alla ricerca di soggetti che consumino anche abitualmente sostanze, ma non sviluppino dipendenza o problematiche rilevanti, per capire cosa li distingua da chi diventa tossicodipendente. Pionieri di questi studi, dalla tradizione antica ma spesso ignorata (perché in contrasto con il pensiero dominante) sono stati studiosi come Alfred Lindesmith (che fu ache perseguitato negli USA per le sue idee) e Norman Zinberg, a cui ne sono seguiti molti altri.

Tra questi, spicca il giovane criminlogo belga Tom Decorte, che ha presentato i risultati dei suoi studi sull’uso controllato di cocaina nel corso della recente conferenza internazionale di Parigi dedicata ai rapporti tra droga e cultura (prima nel suo genere, soprattuttoper l’alto livello dei relatori e dell’audience). Per una descrizione più dettagliata degli studi di Decorte sulla “cocaina domata” (the taming of cocaine), e della loro importanza, rimando all’articolo di Grazia Zuffa (consigliando caldamente la lettura, godibile e interessante).

In breve, Decorte è partito proprio dal presupposto che gran parte delle conoscenze di carattere medico e psicosociale in merito al consumo di sostanze è parziale e falsata, dal momento che si basa sull’osservazione di campioni rappresentativi solo di coloro che hanno già sviluppato la problematica della dipendenza. Per capire l’impatto di questo errore di campionamento, provate (per assurdo) a pensare a che genere di idea avremmo delle autobobili e degli automobilisti se la nostra conoscenza dell’automobilismo si basasse solo sull’osservazione degli incidenti stradali: penseremmo che salire su un’automobile conduce inevitabilmente contro un albero.

Secondo Decorte, questo errore è in parte inevitabile, nel presente contesto culturale e sociale: la condizione di stigma e/o illegalità in cui il consumatore di una sostanza si trova lo porta inevitabilmente a restare nascosto almeno finchè non è costretto, per motivi di salute o dalla legge, a uscire allo scoperto.  Così, i consumatori problematici finiscono per sovrarappresentare l’niverso del consumo di sostanze, impedendone una conoscienza obbiettiva, e di conseguenza limitando le possibilità di risposta.

Decorte ha così seguito per più di un decennio un campione di 111 consumatori abituali di cocaina e crack di Anversa, reclutati non nei centri di recupero, nelle carceri, o nelle aree disagiate della città, ma tra la “gente comune”. Scoprendo ad esempio che di questo campione, solo il 5% ha sviluppato, nell’arco di 10 anni, una vera e propria dipendenza dalla cocaina: gli altri hanno attraversato fasi alterne di astinenza, consumo moderato e consumo pesante, riuscendo comunque sempre a fare in modo che il loro rapporto con la sostanza non interferisse negativamente con le relazioni personali o lavorative, ossia con la “normalità”.

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Tom Decorte

Capire in cosa consistano i “sistemi di controllo” che permettono di “domare” una sostanza è (o almeno dovrebbe essere) la nuova sfida. E qui non si tratta di meccanismi chimici o biologici, ma socioculturali: identità del consumatore,  storia personale, universo relazionale, significati attribuiti all’uso, effetti ricercati, contesti di assunzione. Agli antipodi del determinismo farmacologico oggi dominante. E al confine di una landa ancora inesplorata.

Vorrei concludere provando, quasi per gioco, a portare l’approccio “laterale” (o “alla Jenner”) alla questione alle sue estreme conseguenze.

Immaginiamo di decidere di prendere in considerazione non solo chi ha un consumo moderato o controllato, ma anche chi non consuma affatto nessuna sostanza, legale o illegale che sia (la distinzione legale-illegale è assolutamente arbitraria, dato che tabacco e alcol danno dipendenza come tutte le altre “droghe”), per cercare di capire come mai riesce a mantenersi sempre astinente.

Ci troveremmo da subito in estrema difficoltà nell’identificare una persona simile, qualcuno che non solo non abbia mai nemmeno provato una sostanza illegale, o fatto mai un tiro di sigaretta, ma che si tenga costantemente alla larga anche dall’alcol e, per estrema precisione, non abbia mai bevuto ne tè nè caffè (che in effetti contengono principi psicoattivi dall’effetto eccitante).

Anche lasciando perdere tè e caffè, scopriremmo che le persone che non hanno neanche mai bevuto sono, al di sopra dei 15 anni di età, così poche da rappresentare loro stesse una forma di “devianza”. Scopriremmo cioè che è più “normale” usare sostanze (droghe!) in maniera controllata (pensate all’alcol) che non farlo. In questa prospettiva, anche l’idea di “tossicodipendenza” si ridimensionerebbe: non nella sua problematicità (che comunque si manifesta in modalità e intensità diverse in base a molti fattori, socioeconomici in primo luogo), ma nell’immaginario negativo che la rappresenta e che conduce allo stigma e alla vergogna, aspetti che non fanno che peggiorare e alimentare la condizione di “tossico”.

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