Le ragioni del Pirata

Tempi duri per chi va a caccia di  musica e film a dorso di muli o seguendo torrenti. In Francia scaricare da internet è diventato illegale, e se ne parla pure da noi. Ecco l’opinione di un “Pirata”, che volentieri pubblichiamo.

Tanto per cominciare, non sono affatto un “pirata”. Mi ci chiamano loro così. E non mi dispiacerebbe nemmeno, beninteso. Ma sono davvero troppo sfigato per avvicinarmi, anche solo di striscio, anche solo esteticamente, a quel rocambolesco mondo.

Perché scarico musica e film da internet? E’ semplice: non posso permettermi di spendere troppo denaro (mai sentito parlare di “precarito”?), e nel contempo non mi pare giusto che l’accesso alla cultura dipenda dalle disponibilità economiche. Normalmente, se sono sicuro del valore di un film, lo vado a vedere al cinema: non c’è paragone, rispetto allo schermo del PC, e non capisco proprio cosa passi per la testa di quelli che guardano a casa un film ripreso da una telecamerina al cinema, con i colpi di tosse in sottofondo. Ma quelli non sono pirati: sono solo pazzi.

Quando scarico un cd che mi piace, lo vado a comprare. Ma non arrischio nemmeno 15 euro, se non sono sicuro che l’album mi soddisfi. Troppo spesso le band si concentrano sul singolo da lanciare, e lo contornano di canzoncine utili a raggiungere le dieci tracce. Anche questa è pirateria, dal mio punto d vista.

Dice che scaricare da internet incide sui profitti delle case discografiche, dei produttori cinematografici e degli artisti. Sinceramente, non ci credo. Quando vedrò Madonna chiedere l’elemosina all’angolo della strada, i Metallica in coda alla mensa dei poveri e Tom Cruise al Call Center, allora forse cambierò idea. Per ora non importa. A parte il fatto che la perdita di profitti è reale, e solo parzialmente, per l’industria musicale: quella cinematografica continua a sbancare i botteghini, muli o non muli.

Il che mi porta a una riflessione. La musica che andrebbe pagata, e su cui i musicisti dovrebbero a buon diritto guadagnare, è quella dal vivo. Oggi quasi tutto il business,  le valutazioni della critica e il plauso del pubblico, si basano su album prodotti in studio con tonnellate di accorgimenti tecnici.

E’ menzogna, la musica prodotta negli studi. Non è VERA musica. E questa, per me, è pirateria. Gli artisti dovrebbero guadagnare quattrini e farsi la fama con performance live: l’album in studio dovrebbe essere solo un corollario inevitabile. Se una band mi piace, la vado ad ascoltare. Che importa come mi sono procurato la sua musica? In questo senso, la “pirateria” ristabilirà un po’ di verità in un’arte snaturata dal business: per campare, i musicisti dovranno imparare a suonare bene dal vivo, in modo che la gente paghi il biglietto per andarli a vedere. L’arte resta analogica, non digitale.

Detto questo, sono pronto a scagliarmi contro la “bulimia” che contradditingue taluni “pirati”, che scaricano e duplicano (e vanno a riprendere i film al cinema… ma come si fa?) per il solo gusto di farlo, di fottere il sistema. Ma questa bulimia è figlia dello stesso sistema che le major difendono: quello del consumo a tutti i costi. Come ho detto, se un album mi convince corro a comprarlo: mi sembra giusto remunerare chi l’ha prodotto, mi piace avere tra le mani l’album completo di libretto. Faccio lo stesso con i DVD dei film che mi piacciono, perchè so che li riguarderò.

Si potrebbe dire che ho un’etica, nella mia professione corsara. E forse la maggio parte dei “pirati” non ce l’ha. Credo però che nessuno la imparerà dal business dell’intrattenimento, o dall’immorale lusso ostentato dalle star che si lamentano della pirateria. Ma andate a cagare nei vostri cessi dorati, mi vien da dire.

Un’ultima cosa: chi sostiene che la pirateria uccide l’arte, ha un concetto di arte troppo legato al denaro. Io preferisco pensare che un artista non parta necessariamente dal presupposto di arricchirsi. E che l’arte nasca di per sé, non negli uffici marketing delle industrie. Forse la pirateria costringerà a maturare atteggiamenti più critici nei confronti di artisti e presunti tali.

M.R.

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