Un giorno di ordinaria guerra civile

IMGP1424A quanto pare c’è persino un G8 delle Università.
Non so nemmeno se l’hanno definito così i media, tanto per gettare benzina sul fuoco sapendo che l’Onda sarebbe scesa in strada a manifestare, e che dalle sue fresche e giovani acque sarebbe emersa la frangia estremista, quella dei violenti su cui si ama accendere i riflettori per accecare le ragioni vere e sacrosante della protesta universitaria.

Comunque, al Castello del Valentino, cuore architettonico del più celebre giardino di Torino, si sono incontrati rettori e personalità varie dalle università dei Paesi “sviluppati”, per scambiarsi opinioni su quel disastro che ancora chiamiamo ottimisticamente “mondo”.

Ovviamente, l’Onda non poteva stare a guardare:  il movimento, dopo una fase di riflusso nel disinteresse generale (la scuola in Italia non è mai piaciuta a nessuno) ha colto l’occasione per farsi sentire.

Ovviamente, prima ancora che qualunque cosa accadesse, i media hanno preventivamente lanciato allarme generale: ferro e fuoco pioveranno su Torino.

Ovviamente, la gente è già preventivamente terrorizzata.

La manifestazione deve sfilare sotto casa mia verso le undici e trenta.
L’aria afosa vibra di tensione già di prima mattina.
Metà del mercato di Piazza Madama ha preferito stare a casa. Le serrande di alcuni negozi sono mezze abbassate, IMGP1433pronte alla serrata totale. Ogni tanto qualche commerciante sbuca dall’uscio e scruta lontano, nella direzione da cui calerà l’orda di studenti, scambia commenti allarmati con passanti e colleghi, chiede informazioni ai vigili appostati in attesa di chiudere via Madama al traffico, e fondamentalmente ignora le ragioni per cui si sta cagando sotto. Non l’ha capito, nessuno gliel’ha spiegato, non gliene frega niente.

Ma chi arriva? Gli studenti? E che vogliono? Ma sono comunisti? Anarchici? Ma il G8 non lo fanno all’aquila? Ma che han da lamentarsi, vedranno poi quando gli tocca lavorare, allora sì che son cazzi, altro che sfilare per strada.

Le persone attraversano la piazza rapide. Alcuni anziani stazionano all’uscio dei bar, il caffè o il bianco in mano, un piede fuori e uno dentro, pronto a guidare la ritirata. Commenti ironici dei dritti del quartiere tentano di stemperare la tensione. Si incrociano sguardi incerti, forse spaventati. Sui giornali c’è scritto che ieri per queste vie polizia e studenti si sono scontrati. Nessuno ha visto nulla, ma così sta scritto. E traspare che oggi si assisterà ad una specie di resa dei conti finale.

Infatti sembra l’OK Corral un quarto d’ora prima del massacro.

Ma tutto tace: il sole a picco e nulla all’orizzonte.

Finalmente, con quasi un’ora di ritardo i vigili bloccano la via e da lontano si sente l’eco di cori. Dal fondo della via si delinea il corteo compatto.

E’ l’Onda. I tartari dell’università desertificata.

Come molti, o tutti, quelli che sono stati al G8 di Genova (non come invitati), ho sviluppato un certo morboso interesse per i tafferugli urbani. Un misto di brivido e sfida. Il desiderio stupido e inutile di capire se questo scontro di piazza è peggio di Genova. Di scoprire se si può arrivare ancora fino a quel punto. Anche di pensare, o addirittura dire, “Cariche queste? Cazzo, dovevate vedere Genova!”, con un piacevole fremito di epica personale.

Cazzate, lo so. E’ che Genova è stato un trauma, una cosa incomprensibile, e magari uno vuol ficcarsi di nuovo nel casino per vedere se questa volta ci capisce qualcosa.

IMGP1421Comunque, sono sceso in piazza: la protesta dell’Onda è cosa buona e giusta, e io ci credo. Se non altro per i miei figli venturi, dato che io sono ormai anagraficamente lontano dal mondo degli studenti.

L’Onda è arriva compatta, allegra e festosa sotto il sole caldo. Appena minacciosa, per quanto può apparire belluino un ragazzetto con l’aria incazzata e la voglia di giocare seriamente alla Rivoluzione. Saranno un migliaio, forse due, a sfilare sotto casa mia. Hanno striscioni e persino una specie di onda fatta di cartone.

Giovani. Giovanissimi. Seri. Incazzosi. Divertiti. Colorati. La ragione è dalla loro, anche se tutti li ignorano. Li fotografo volentieri. Quelli dei centri sociali han già le mani che prudono. Uno mi guarda e mi dice “E basta con ‘ste cazzo di foto! Non siamo mica a un matrimonio!”. E’ un ragazzino, bandana sul volto come i fuorilegge del West. Gli rispondo, provocatorio: “Strano, di solito son gli sbirri che non vogliono le foto. Tu non sei per la libera informazione?”. “Ma vaffanculo”, mi spiega. E passa oltre.

Questo è il massimo dell’aggressività che vedo sfilare sotto casa. Salgo da mia moglie, che in quanto incinta ha assistito alla sfilata dal balcone. Mangiamo. Commentiamo le inutili paure sparse tra la gente del quartiere dai media e dai detrattori. “Ecco, vedi?”, diciamo. “Non è successo nulla, alla fine”.

Poi sentiamo gli elicotteri. Il minaccioso frustare delle pale nell’aria arriva improvviso, quasi si materializza dal nulla. E capiamo che qualcosa sta succedendo. Gli elicotteri sono come gli avvoltoi, se iniziano a volteggiare è perché è successo qualcosa. Di brutto.

Prendo la macchina fotografica e corro giù: la morbosa attrazione si è di nuovo impadronita di me. In piazza molta gente è ferma immobile, sotto il sole a picco, che scruta il fondo della via. Mentre slego la bici, vedo il fumo denso dei lacrimogeni offuscare l’orizzonte. Provo un brivido di eccitazione e spavento. Laggiù qualcuno urla. Dalle vie laterali sbucano gruppi di ragazzi, correndo. In un attimo, pare scoppiata la guerra civile. Pale battono l’aria, e quello è il suono più tremendo.

Parto con la bici nella direzione da cui sono sbucati i ragazzi in fuga. Mi aspetto di vedere un muro di scudi e caschi blu alle loro calcagna, ma non c’è nessuno. Gruppi di manifestanti che camminano o stanno fermi in strada, parlandosi concitati, esaltati, spaventati. Sembra che in venti minuti sia successo di tutto. Bidoni dell’immondizia sono stati rovesciati in mezzo alla strada, a bloccare le vie agli inseguitori delle forze dell’ordine. Ma non vedo divise.

Passanti zigzagano tra i manifestanti. Negli stessi dieci metri viene rappresentata la guerra civile e, contemporaneamente, la vita scorre come sempre. Solo un signore spinge rapido un passeggino. Ha l’aria preoccupata e il bambino, spaventato, i stringe sulla bocca un fazzolettino. Devono aver attraversato gli scontri, che quindi evidentemente devono esserci stati. Continuo per la via.

Da un terrazzo, due anziani stanno insultando dei ragazzi che hanno appena rovesciato due bidoni. Sono molto giovani e molto orgogliosi di aver bloccato la strada alle forze repressive, che tuttavia non si vedono. I vecchi e i giovani si insultano in un’escalation sempre più greve. I vecchi urlano frasi tipo “Ma che cazzo fate, stronzi?” e i giovani “Difendiamo i nostri diritti, cazzo volete, andate a vedervi Fede al TG4 e attenti alle pensioni” “Bastardi” “Stronziiii”.IMGP1436

Io, che sono d’accordo con la protesta, penso che però ‘sti ragazzi non possono pensare che la gente li ringrazi per aver buttato in mezzo alla strada i bidoni. Provo a dirlo, ma nessuno mi sente. I vecchi e i giovani si insultano ancora un po’. Poi i ragazzi più incazzosi si congedano con gestacci, e altri un po’ più coscienziosi, dopo essersi consultati tra loro e aver constatato che lì di sbirri nemmeno l’ombra, mettono a posto i bidoni.

Finalmente raggiungo Corso Marconi. La foschia lacrimogena si sta disperdendo lentamente. Qui è effettivamente successo qualcosa. Ci sono persino gli avvocati con il cartello “assistenza legale” legato al collo, come a Genova. Una macchina ha il parabrezza rotto: un altro che avrà un brutto ricordo della protesta degli studenti. Anche qui, la guerra civile si mescola alla vita di tutti  giorni. Accanto a poliziotti e finanzieri in tenuta da battaglia scorrono passanti e residui di manifestanti. Ognuno si fa i fatti suoi.

Da frasi sparse ricostruisco che il corteo è stato raggiunto in corso Marconi da gruppi di “stranieri” che hanno provato violentemente a forzare il blocco della polizia e a raggiungere il Castello del Valentino. Qualcuno, forse i Centri Sociali, ha buttato bombe carta e la polizia ha risposto lanciando lacrimogeni. Versioni alternative raccontano che dalla prima fila del corteo, protetta da una sorta di “striscione-scudo”, i manifestanti hanno sparato con degli estintori sulla polizia. Altri sostengono invece che la polizia ha caricato per prima. Alcuni appaiono esaltati, altri spaventati, altri ancora incazzati verso chi si è messo a fare casino, come al solito.

Gli elicotteri volteggiano.

Dopo pochi minuti un passaparola avverte che il corteo si sta riunendo in corso Vittorio per ritornare all’università. Pedalo veloce attraverso le vie, dove i negozianti han riaperto i battenti e bestemmiando stanno rimettendo a posto i bidoni dell’immondizia. Il corso è intasato dai manifestanti. Sono molti di più di quelli che hanno sfilato sotto casa mia, o forse è solo un’impressione. Sento lanciare slogan in francese: provengono da un nutrito gruppo di ragazzi che i media chiamerebbero “black bloc”. La mattina non c’erano. Han l’aria di festeggiare soddisfatti le loro imprese (si passano una bottiglia di champagne!). Molti giovanissimi paiono altrettanto esaltati per quel che è accaduto. Ma i manifestanti più maturi no. Come al solito, l’inutile casino ha rovinato tutto, mormorano.

IMGP1441Lascio il corteo sfilare rumoroso, e pedalo verso casa. La gente del quartiere ha vissuto tutto senza capire nulla. I dieci minuti di scontro in corso Marconi sono insieme un dramma su cui ricamare frasi retoriche sui giovani d’oggi, sui comunisti e sulla mancanza di sicurezza, e un evento già archiviato. Restano alcuni bidoni rovesciati per strada. Aiuto a tirarne su uno. Una signora ringrazia e passa veloce con la macchina. Ha fretta. La vita continua.

Nello stesso luogo pare successo di tutto e niente. La gente la sera guarderà le immagini al TG, e vedrà qualcosa di ancora diverso da quello che avrebbe potuto vedere scendendo in strada, di quello che gli hanno raccontato i testimoni o i sedicenti tali, di quello che si è immaginata, di quello che è davvero successo.

E dell’università continuerà a non fregare nulla a nessuno.

La vita continua.

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