La democrazia non è un mobile Ikea

Tempi in cui scopri che anche uno come Bossi può pensarla come te.

“La democrazia non si esporta”, ha espresso in questi giorni, mostrandosi improvvisamente antioccidentalista (che questo è il nocciolo della Questione Occidentale: la democrazia come risultato più alto, come arma finale), e persino preoccupato per le sorti dei nostri militari all’estero, nonostante la maggior parte di loro sia meridionale (leggi: terrone) e/o isolano.

Comunque il senatur ha ragione (e i molti più illustri e ragionevoli che l’han preceduto): la democrazia non si esporta. Nonostante il mondo in cui abitiamo invogli a pensarla diversamente, la democrazia non è esattamente come la Coca Cola o la Nike, che come varcano un confine sfondano a testa bassa i desideri della gente e se ne creano su misura, tanto che persino chi dalla Coca Cola o dalla Nike è sfruttato, comunque adora gustare le nere bollicine o sfoggiare il celebre baffetto candido.

La democrazia non si compra e non si vende, la democrazia non si impone e non si regala. La Democrazia, se proprio vogliamo spiegarla come una merce, che nessuna metafora di questi tempi risulta più agevole, è più simile ad una scatola di Lego, o di Meccano (o a un mobile Ikea): un popolo se la deve montare da solo. Con la differenza che le istruzioni per assemblarla dovrebbero provenire non da fuori, ma proprio dal luogo in cui si vuole che sorga. Insomma: un kit di costruzioni accompagnato da una serie di indicazioni di massima su quello che dovrebbe venire fuori. Ma niente di precostruito: se non per metafora, la democrazia non è un mobile Ikea.

Ne deriva una conclusione piuttosto elementare: per ottenere la democrazia bisogna sbattersi in prima persona. Bisogna volerlo, e sudarlo. Bisogna anche avere a disposizione strumenti adeguati e prerequisiti indispensabili (libero mercato? Non saprei, il capitalismo dimostra di poter fare tranquillamente a meno della democrazia: potrebbe valere anche il contrario). Intendiamoci, una mano per il montaggio non si nega a nessuno: ma la democrazia resta un fatto privato che riguarda un popolo, la sua cultura e il territorio che abita. Punto.

Dunque può benissimo darsi che sulle montagne dell’Afghanistan a nessuno freghi nulla della democrazia, benché gli interessi assai di vivere liberi (secondo la loro legittima declinazione del concetto di libertà), e di vivere in pace.

In secondo luogo, la democrazia non sembra godere di buona salute nemmeno dove ha avuto origine. Il cittadino occidentale non è molto partecipe dei processi e delle dinamiche democratiche. Se in democrazia non ci fosse nato, non so se avrebbe il fegato di guadagnarsela: la gente non va nemmeno a votare, non va in piazza a protestare (al limite apre un gruppo su facebook, che è molto più comodo), non legge i giornali, si accontenta di concludere che la politica non è altro che intrallazzi tra partiti, figuriamoci imbracciare un (anche metaforico) fucile per cacciare un ipotetico tiranno e indire libere elezioni.

Non ci preoccupiamo di quello che accade alle nostre democrazie, che diamo per scontate come il sole che sorge, però mandiamo i nostri soldati a morire e ammazzare per portare la democrazia in territori di cui non sappiamo nemmeno pronunciare correttamente il nome, tanto poco ne sappiamo.

(Va bene, lo sappiamo tutti che nessun soldato, in Afghanistan come in Iraq, è davvero lì per portare la democrazia, che prima di tutto ci sono gli interessi economici: ma facciamo per un attimo finta che non sia una scusa. Dopo tutto un sacco di gente ci crede)

Se arriverà l’alba della democrazia in Afghanistan (o ovunque non esista), non sarà per mano occidentale. L’Occidente può mettere in piedi apparati burocratici dai nomi altisonanti quanto le intenzioni, e proteggerli con muri e soldati, ma resteranno scatole vuote, incomprensibili, aliene ai più (e più della Coca Cola).

La democrazia prima di tutto è una scelta, che andrebbe ripetuta con costanza testarda anche dove la si ritiene radicata e sana. In seguito alla scelta, viene la fatica, a volte sanguinosa, di conquistarsela.

E dopo averla scelta e conquistata, bisognerebbe metterla costantemente e ferocemente in discussione, per mantenerla viva e permettergli di evolversi in maniera sensata. Perché qualcosa deve esserci ance dopo. Qualcosa di diverso (e persino migliore) che noi non riusciamo ancora nemmeno a immaginare.

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