Jobbing: o il lavoro o la vita

Antonio Incorvaia  e Giovanni Rimassa hanno davvero preso a cuore i destini dei giovani precari italiani, e dopo averne narrato le tragicomiche gesta in “Generazione mille euro”, hanno deciso di sfornare una guida pratica che accompagni e consigli i giovani trentenni nella Sacra Ricerca del Lavoro Non di Merda. Trattasi di: Jobbing. Guida alle cento professioni più nuove e richieste, Sperling & Kupfer.

Penso di andarmelo a comprare ASAP, come si dice nel gergo di noi giovani intraprendenti. Poi leggo un’intervista a uno dei due autori su Repubblica online e gli ingranaggi di trasmissione tra pensiero e azione subiscono un’improvviso attrito.

Nella visione degli autori, verosimile e condivisibile, i giovani d’oggi non hanno idea di come si strutturi davvero il mondo del lavoro, perché all’università non lo insegnano e perché come esempio nella testa hanno il lavoro dei genitori, fisso nella maggior parte dei casi (e “fisso” anche se a partita IVA o quantaltro: insomma, una volta il lavoro c’era). Inoltre, sostengono gli autori, i giovani d’oggi tendono troppo a piagnucolare e ad usare crisi e precariato come scusa per lamentarsi senza fare nulla, abituati ad avere ogni cosa servita su un piatto d’argento. Sacrosanto: basta pensare che il “posto fisso” (con mutua, ferie e tredicesima) è una realtà che ha riguardato una, forse due generazioni nell’arco della storia dell’umanità.

Occorre invece intraprendenza, incalzano gli autori, flessibilità  e spirito di sacrificio, per trovare il lavoro adatto. Sono d’accordo.

Poi però le cose si fanno un tantino assurde: comprensibili, realistiche, necessarie, ma assurde insieme.

Cominciamo dal titolo: perché “jobbing”?  Perché trovare (e mantenere) lavoro deve diventare come fare jogging: è una corsa, sostenuta e continua. I giovani non debbono spaventarsi all’idea di andare al call center o da Mac Donalds mentre attendono un posto migliore (ma questo è buon senso, niente di più). Serve gavetta, dedizione, studio (ma và?). E nel tempo libero devono formarsi, osservare quello che succede intorno, aggiornasi, leggere siti e riviste in lingua straniera (?), seguire corsi serali, “in modo da essere sempre al passo coi tempi, competenti, update”: tra un cheesburger e una patatina maxi sfoglieranno un manuale di marketing e leggeranno il Sole, finchè non diventano ricchi e potenti. E’ il sogno (italo) americano.

Debbono ritenersi imprenditori di sé stessi anche se sono parasubordinati, e debbono essere costantemente flessibili. Anche se, ammettono gli autori, il mondo del lavoro non è flessibile, non è meritocratico, è paludato e poco disponibile al cambiamento. “La parola d’ordine”, ammettono infine “oggi è puntare sull’estero”. Emigrare, in ultima analisi. Già trovarsi per le mani una guida per trovare un lavoro dignitoso i cui autori consigliano di emigrare è piuttosto grottesco. Ma facciamo finta di non aver sentito l’ultima frase.

Due cose. La prima: gli autori probabilmente hanno ragione, la realtà è questa e bisogna adattarsi. La seconda: in questa realtà, non sembra esserci spazio per altro se non per il lavoro. Perché oltre al lavoro in senso stretto, c’è tutto quello che uno deve fare per trovarlo e per mantenerlo. Per diventare “qualcuno” giacchè, triste ma vero, nel nostro mondo una persona è il lavoro che fa, punto.

Comprerò questa guida, non si sa mai. Però non so se sono adatto a questo andazzo. Ci tengo alla mia vita, e ci terrei anche se  non fossi sposato e non aspettassi una bambina. Anche se trascorressi il mio sacrosanto tempo libero a fissare il soffitto. Ritengo che il lavoro sia una necessità, raramente una passione, e che dunque, in una società evoluta, debba mantenere il ruolo di necessità (impegnativa, gratificante, forse a tratti piacevole: ma pur sempre una necessità). Dovrebbe essere una parte del tutto, non il tutto.

Poi ci si chiede come mai c’è tanta gente che tira cocaina per reggere i ritmi o fuma canne perchè se non non riesce a rilassarsi. A me pare ovvio. Lo stesso sistema che dice: non tirare di coca chiede anche cose che per molti, senza tirare coca, sarebbero impossibili.

P.S.: è più una facezia che una malignità, ma la domanda sorge spontanea: e se il lavoro più redditizio fosse proprio sfornare consigli su come inventarsi un nuovo lavoro? In questa realtà, che purtroppo pare anche sia l’unica, tutto è possibile.

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2 Pensieri su &Idquo;Jobbing: o il lavoro o la vita

  1. “Why not?”. Su tante copie vendute, ci sarà qualcuno tra i compratori che si rivelerà un ‘caso di successo’. Pazienza se si tratti di banalità o di aria fritta… Finché son soldi onesti, che l’autore faccia come preferisce. Quanto alla redditività non saprei cosa dire… Se altri seguissero questa strada, l’eventuale margine di guadagno sarebbe drasticamente ridimensionato…

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