Calzini turchesi e neo giornalisti al macello

Non so se Canale 5 abbia definitivamente sottovalutato l’intelligenza dei suoi spettatori nella furia di flagellare il giudice reo di aver condannato Fininvest a scucire 750 bei milioni. Per quanto la mia stima degli italiani sia ai minimi storici, mi pare impossibile che qualcuno, per quanto ignorante, in cattiva fede e prostrato a Berlusconi possa davvero considerare esecrabile il fatto di indossare calzini turchesi e fumare troppe sigarette. I calzini turchesi fanno schifo, è vero, ma c’è di peggio.

Mi limito a constatare che il servizio messo in onda da quel circo che è “Mattino 5” è così grossolanamente ridicolo che, come ormai la stragrande maggioranza degli eventi contemporanei, soverchia ogni tentativo di satira: impossibile farne il verso, impensabile architettarne un’iperbole.

Angosciante, poi, la convinzione -evidentemente radicata in chi ha ideato il servizio- che trasmettere immagini della neutra quotidianità di una persona possa in qualche modo ledere la sua dignità, solo perché impacchettate in una forma di biasimo: non è il messaggio (il fatto) che conta o ha significato, ma il modo in cui è presentato. Mostruoso, e purtroppo frequente. Pareva quasi una lettera minatoria dal tono “sappiamo chi sei, cosa fai e dove vai, quindi stai attento”.

Ma ripeto: persino gli italiani sono più intelligenti di così (spero).

Il mio pensiero va invece alla povera Annalisa Spinoso, la curatrice del linciaggio. E’ una ragazza di 29 anni, nel cuore il sogno di diventare giornalista televisiva, firmare inchieste al vetriolo per Striscia o Le Iene. Anni di gavetta, mille lavori e lavoretti, precarietà costante e avvilente, attesa spasmodica della propria grande occasione. Che finalmente arriva. E che occasione: un servizio per l’Ammiraglia di Fininvest, un servizio sul tema del giorno. La svolta.

Ora si aprono tre scenari.
Nel primo, la Nostra è combattuta: ha capito che quello che gli chiedono di fare è una merdata assai lontana dal giornalismo d’assalto di cui fantastica. Ma non ha scelta. E’ la sua occasione. Ha bisogno di quel servizio. Deve lavorare. E’ precaria. Una o due notti in lacrime, la lotta disperata contro la vergogna che preme in gola e spinge il pianto negli occhi, e alla fine decide: lo farà. Entrerà nel mondo del giornalismo televisivo, costi quel che costi, e poi avrà tutta la vita davanti per rimediare a questo atto vergognoso.
Possiamo davvero biasimarla? Io dico che bisogna trovarsi al suo posto, per capire.

Secondo scenario. La Nostra è una delle tante ochette che vede nel giornalismo televisivo il biglietto per la celebrità catodica. Pensa alle Iene e a Striscia perché sono programmi seguitissimi e alla moda (altrimenti avrebbe preferito Report, o Presa Diretta). Non capisce nemmeno quello che gli chiedono di fare, anzi magari si diverte, pensa di mettere in piedi un’inchiesta capace di svelare chissà quali cupi risvolti. Forse è davvero convinta che i calzini turchesi siano roba da criminali, che possano ribaltare una sentenza. Magari gli frega solo di mandare un servizio in onda per Mediaset, punto e basta.

Terzo scenario. Il direttore di “Mattino 5”, Claudio Brachino (veterano del TG4 e Studio Aperto: gran curriculum), gli ha dato il pezzo da firmare perché nessun giornalista vagamente navigato l’avrebbe mai fatto sapendo che l’Ordine sarebbe insorto, come in effetti è accaduto. La Nostra ha firmato, ha preso quei due soldi che gli davano (è a termine), e magari non ha nemmeno potuto leggere il “suo” pezzo.

In tutti e tre i casi (io spero nel terzo, al limite nel primo), abbiamo un’altra vittima del sistema, insieme al giudice Mesiano. Non me la sento di prendermela con la Spinoso. Mi sento di compatirla, tritata com’è stata da ingranaggi più grossi di lei, da sogni più grossi di lei. Spero che abbia l’occasione di rifarsi, Ma ne dubito.

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