Ho cambiato nome perché il potere è corrotto

Mi han fatto notare che ho cambiato nome, di Gratta e Vinci resta solo l’indirizzo web. E’ vero. Inizialmente pensavo di rinnovare la grafica, cambiar titolo mi spaventava. Non che significhi davvero qualcosa: un nome è solo come gli altri ti chiamano, in fin dei conti. Però Gratta e Vinci mi aveva un po’ stancato, tanto più che rispetto agli esordi questo blog è cambiato, e si spera che cambi ancora.

Il futuro non è scritto, quindi. Un motto, più che un titolo. Lo gridava Joe Strummer, che non gli andava giù il NO FUTURE comodo e miserando dei Sex Pistols, nichilisti da caricatura. Il futuro non è scritto, a meno che non lasciamo ad altri la libertà di scrivere anche il nostro: rimboccatevi le maniche, quindi. Mi pare adatto ai tempi, poi. Tremendamente. Lo era già trent’anni fa. Segno che da parecchio il nostro mondo sosta nell’identità delle sue grane, amplificandole piuttosto che sbarazzandosene (no future is now, si potrebbe ben dire arrendendosi alla realtà -ma noi testardi replichiamo: the future is unwritten).

Allora: a ispirarmi il nome Gratta e Vinci fu un aneddoto. E c’è ne uno anche dietro al nuovo titolo.
Come i più fedeli lettori sapranno, ho lavorato per sei lunghi anni, e duramente, in una Grande Associazione Onlus del nord, stimata in tutta Italia. Ne sono poi stato cacciato per alcune criticità che, su espressa richiesta dei vertici, ho osato sollevare. Cacciandomi, tali criticità sono state confermate nel loro insieme. Cacciandomi, mi hanno fatto capire che ero io stesso a sentirmi imprigionato, lì dentro: è andata bene così, in fin dei conti (con la crisi e una moglie incinta, io ipocritamente non avrei mollato un posto di lavoro, per quanto male mi trovassi).

L’altro giorno, incontro due dei tanti coraggiosi che ancora tengono duro all’interno della Grande Associazione (in cui, va detto, c’è un sacco di gente in gamba che, nonostante tutto, si dà un gran da fare perché crede in quello che fa, a prescindere dai giochi di potere da cui il loro impegno è quotidianamente tritato). Ancora strabiliato dalla mia cacciata, uno dei due mi ha confessato: “A noi è sembrato che mandare via te sia stato come punirne uno per educarne cento”. Subito questa affermazione mi ha inorgoglito: nonostante il fango che hanno provato a buttarmi addosso, nessuno ci è cascato, e il messaggio che è passato è proprio che il mio caso doveva servire da esempio. Una bell’ambientino, eh? Giustizia, legalità, libertà: come no.

Poi però mi son chiesto: ma come fa questo ragazzo a pensare una cosa simile dell’Associazione per cui lavora, dell’Associazione che si ritiene al limite del monopolio di determinati ideali di solidarietà, attenzione per il prossimo, giustizia, legalità e tutte queste belle e facili parole, e restarci ancora dentro senza mandarli tutti a cagare? A me, ogni volta che vedo il suo Presidente sparare grandi proclami e frasi fatte in TV o sui giornali, celebrato come esempio di anima pura, viene da vomitare, perché penso a tutte le cose orribili che accadono nella sua associazione, al limite del mobbing e della calunnia (non è il mio caso: ma l’ho visto con i miei occhi), al limite della legalità.

(tra l’altro: non credo che i vertici siano in malafede. Credo al contrario che siano in ottima fede. Credo che si ritengano così illuminati dai loro scopi, così devoti a loro stessi, che non si rendono conto di quello che davvero succede, nel mondo e in casa loro, e che tutto, tranne loro, sia sacrificabile, in nome  del “prossimo”, come se quello sacrificato non fosse un loro prossimo…  No, non sono cattivi: sono solo un po’ scemi. La strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni!)

Non so perchè quel ragazzo, volenteroso e in gamba, e i molti come lui restino dove sono e convivano con pensieri simili. Forse sono più motivati di me, adorano il loro lavoro e di quello, solo di quello, si occupano (in effetti io ho cominciato a non sopportare certe dinamiche e certe imposizioni proprio quando ho lasciato il lavoro con le persone e ho cominciato a fare un noioso e inutile lavoro “intellettuale”: non avevo più stimoli utili a compensare il disagio).

In ogni caso, il punto è un’altro. E ci arrivo via un’altro aneddoto, abbiate pazienza.
Tempo fa, su questo blog è apparsa la mail di una giovane che denunciava comportamenti al limite della legalità da parte di un Grande Sindacato italiano, che secondo la sua denuncia ciucciava contributi europei e sfruttava il lavoro precario come il peggiore dei datori di lavoro. Ho dovuto cancellare quel post su richiesta dell’nteressata, minacciata dai vertici locali del sindacato (hanno minacciato anche me, di querela e di peggio). Naturalmente le cose stavano esattamente come le aveva descritte la ragazza (mi sono poi informato), ma non ho potuto fare nulla, tranne avvilirmi per l’ennesimo esempio di istituzione che uno pensa schierata dalla parte del giusto (come la Grande Associazione), e che invece persegue solo i suoi porci comodi (ne ha parlato più volte Report, dei sindacati).

Insomma, mettiamoci dentro lo sfacelo della sinistra italiana in generale, del tutto asservita alle logiche di potere e autoconservazione, e ci troviamo in una situazione in cui davvero sembra che nessuno, tra quelli che potrebbero fare qualcosa (a prescindere dal colore politico: vogliamo parlare del Vaticano?), sia in grado di farlo, o peggio lo voglia fare, ché lo status quo fa comodo a chiunque debba mantenere il proprio potere.

Allora non si può più contare su nessuno, tranne noi stessi. Niente di preesistente ci condurrà fuori dal caos: le istituzioni deputate a difendere l’equità sono marce e corrotte (o in via di imputridimento; smarrite nella migliore delle ipotesi), se non generatrici dirette del buio che s’avvicina, in nome di un’autoconservazione mascherata da impegno civile. Il vero dramma in Italia è questo, non è mica Berlusconi: lui è solo un grave sintomo. Il dramma è che non ci si può davvero fidare di nessuno, che non ci si può appellare a nessuno. Magari fosse solo la politica, il problema: purtroppo è vero che è lo specchio della società. Il problema è proprio la società civile, e le sue proiezioni istuzionali private o pubbliche.

NO FUTURE allora?

Col cavolo.

Semplicemente, dobbiamo far le cose da noi. Essere onesti da noi,  essere giusti da noi, lottare da noi, riequilibrare da noi. Tocca davvero scrivere il futuro. Ognuno il suo e tutti assieme. Nessuno ci salverà. Non ci aiuteranno le grandi associazioni Onlus, non ci salveranno la politica o i sindacati, non ci salverà l’economia o il mercato, nemmeno la religione. Smettiamola di aspettare e cominciamo da soli. Si può essere giusti e solidali anche senza passare per qualcosa di più grande di noi, anche senza aspettare che qualcun altro lo sia al posto nostro. Il potere non è mai stato così corrotto da sé stesso. E certi poteri nemmeno si rendono conto di esserlo.

Il futuro non è scritto.

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Un pensiero su &Idquo;Ho cambiato nome perché il potere è corrotto

  1. Il nuovo nome del blog fa il paio con l’ avatar di chi lo ha creato e questo già mi piace molto.
    Sottoscrivo in pieno le tue considerazioni: vado dicendo da sempre le stesse cose e mi fa piacere trovare chi mi faccia eco.
    E siccome io non sono niente di speciale, ho la fondata speranza che anche altri comincino a rendersi conto che non esistono poteri buoni da cui aspettarsi soluzioni, ma che davvero il futuro è tutto da costruire a mano. Nostra.

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