Buon Natale, precario!

Ieri, 23 dicembre, il mio amico P. è stato licenziato. O meglio, non gli è stata rinnovata la co.pro: nelle statistiche sulla disoccupazione il suo caso non verrà conteggiato.

Trentadue anni, un figlio di tre mesi.

“Non ha raggiunto gli obbiettivi che ci attendevamo da lei”, ha spiegato la Signora, sorriso professionale incorniciato nel girocollo di perle. Domandare “scusi, quali obbiettivi?”, che mai a P. son stati illustrati, sarebbe stato inutile.
Sono testimone del fatto che, per assecondare i capricci della Signora, il nostro P. ha messo ripetutamente a disposizione il fondoschiena e ha mangiato parecchia merda (co.pro.fago?) con la dignità che hanno solo i grandi lavoratori. Ha persino ricevuto i complimenti, per la sua dedizione. Lo consideravano un buon acquisto.
Poi, all’improvviso, l’ennesimo marito della Signora, socio dell’azienda, ha notato che le spese erano troppo elevate (sarà per le stratosferiche trasferte della Signora, per le cene luculliane coi clienti o per mantenere l’ammiraglia aziendale). S’è subito capito che piuttosto che alle sue spese la Signora avrebbe rinunciato al precario.

E così è stato.

Ma la mannaia non è calata subito: sarebbe stata una clemenza incoerente con lo spirito del tempo. La Signora ha preferito allentare piano la cima, abbassare la lama centimetro per centimetro, cercando celare le reali intezioni per spolpare il precario fino all’ultimo giorno utile.

Poi la mannaia è calata.

E questa è la vita. Mannaie cadono, fiori sbocciano, porte si chiudono e portoni si aprono. Ma c’è modo e modo. Cazzo: c’è modo e modo. In un mondo appena -appena!- migliore di questo, la Signora avrebbe detto: “Guardi signor P.: il bilancio va male e io preferisco rinunciare a lei che non alle mie spese stratosferiche e ingiustificate, perché questa è la mia azienda e decido io. Mi dispiace, se ne faccia una ragione”. Sarebbe stato un discorso del cazzo, ma chiaro.
In un mondo ancora un briciolo migliore di quello precedente, la Signora avrebbe potuto ammettere “Mi dispiace, signor P.. Abbiamo fatto il passo più lungo della gamba e ci siamo accorti che non possiamo più permetterci la sua collaborazione, per quanto utile e preziosa”. Sarebbe stata una balla, senza dubbio. Ma meglio di quello che P. si è sentito dire in questo mondo di merda.

In questo mondo  di merda, ecco quanto è stato detto: “Del resto, vedo che lei ha sempre avuto solo collaborazioni a progetto… dovrebbe cominciare a interrogarsi…”. Come dire: la colpa è tua. Sei tu che, contrariamente al  florido trend generale, non sei capace a farti assumere in regola.  O forse non vuoi, ti fa comodo così. Sei tu l’anomalia, non io che sono stronza, ti sfrutto e poi ti lascio a casa.

Ecco: si può avere una faccia più simile a un deretano? Si può davvero essere tanto stupidi, crudeli o entrambi da voler aggiungere questa beffa al danno di berdere il lavoro?

Evidentemente sì.

Ora: questa vicenda, che non è l’eccezione ma la regola -quantomeno una deviazione minima dalla media-, mi farebbe infuriare anche se l’avessi ascoltata distrattamente in coda alle poste. Siccome però io e P. siamo molto amici, e le nostre vicende lavorative e familiari da un po’ si rispecchiano l’un l’altra, la cosa mi ha fatto imbestialire. Mi sono immedesimato. Ho ricordato i miei trascorsi.

Così questa notte ho fatto fatica ad addormentarmi fantasticando su quali tremende vendette sarebbe ora di cominciare a perpetrare nei confronti di gente del genere. Dei loro beni materiali, soprattutto: è lì che trasferiscono la sensibilità emotiva e forse anche sensoriale che i normali esseri umani conservano sottopelle.
Ma non tanto perchè l’abbiano licenziato: che il momento sia drammatico lo sappiamo, e capita purtroppo. Ma per il modo e le ragioni: Il modo, prendendolo per il culo; le ragioni, continuare a sperperare danaro imputando poi la responsabilità alle ultime ruote del carro. Tutti i soldi e zero responsabilità: this is the Italian Way, dalla piccola azienda alle Ferrovie dello Stato. Fanculo. Bastardi. Maledetti.

Fantasticavo: un giorno la gente si incazzerà davvero, ci sarà la rivoluzione dei precari, e allora bruceremo tutti i SUV, le Seconde Case, le Barche a Vela e le borse Vuitton, e costringeremo le Signore e i Signori ad assistere al rogo, in ginocchio sui ceci, prima di andare a lavorare in miniera per 12 ore al giorno. O li metteremo alla gogna, nudi e crudi, bersaglio del pubblico sberleffo e lancio di ortaggi e forse anche di atti  ben più violenti e volgari.

Roba così.

Che funzionava appena la pensavo, e poi mi sentivo subito un po’ rozzo, con questi desideri violenti  (perchè è questo genere di cose che alimenta davvero un clima di violenza, non il malcostume di Berlusconi o le sparate di Di Pietro). Puzzava persino di invidia, e la mia -giuro- non è affatto invidia: è sete di giustizia. Una vendetta sì: ma giusta.

Allora ho capito quale sarebbe questa giusta vendetta. Un pensiero così ingenuo che mi son fatto tenerezza da solo.

La giusta vendetta sarebbe poterli ignorare. Sarebbe un mondo in cui, semplicemente, il rispetto reciproco conta più del denaro.
E basta.
Rispetto, onestà: ecco, in un mondo così, loro sarebbero fottuti, emarginati, disgraziati. Derisi del loro abbuffarsi, del loro rincorrere i simboli di ricchezza sulla pelle altrui, della tristezza della loro disumana condizione. Derisi, sì, e perfino compatiti: la più tragica delle sconfitte.

E’ vero, non abitiamo un mondo così. Ma possiamo lavorarci, non ci vuole poi molto. Piano piano li metteremmo all’angolo.

E dire che è ingenuo, forse, è solo una scusa per arrendersi ancor prima di provare.

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