Tra qualche decennio

Sento mio padre che con skype chiama un suo amico in Venezuela.

Non so quello che dice il Venezuelano, sento solo la voce di mio padre.

La politica arriva dopo le chiacchiere tra amici lontani, ma arriva, e piuttosto presto.

Comincia il Venezuelano.

Capisco che parlano di pensioni e di Chavez,  il Venezuelano se ne lamenta e teme una sua nuova vittoria. Chavez, questo lo so, non gli è mai piaciuto. Del resto, so anche questo, l’amico di mio padre non è mai stato di sinistra.

Poi il Venezuelano deve fare un qualche riferimento all’Italia. Deve dire qualcosa tipo: “Però vedo che lì da voi le cose van meglio”. Lo deduco dalla reazione costernata di mio padre, e dal fatto che sento intervenire anche mia madre.

Mio padre, con mia madre alle spalle, snocciola in due minuti tutto quanto è accaduto l’ultimo anno solo a livello di scandali politici e crisi economica. E non è poco. Per questo papà parla, urla, a velocità raddoppiata, rabbioso, preso dalla premura di restituire all’amico le informazioni perdute il più in fretta possibile.

Il Venezuelano deve esprimere dei dubbi. Ha visto dei TG italiani. Dicevano altro.

Lo immagino perché sento mio padre spiegargli che i telegiornali, in Italia, tranne rare eccezioni, sono tutti nelle Sue mani.

Se gli capita, laggiù in Venezuela, di vedere il TG1 o il TG5, che non creda a una sola parola.

Che sappia invece come il Paese sta andando a rotoli, anzi  è già accartocciato e agonizzante, e gli unici sforzi di un Governo travolto dagli scandali sono diretti a salvarsi la faccia imbavagliando la stampa e praticando macelleria sociale.

Il Venezuelano non può crederci. Per lui nessun diavolo è peggiore di Chavez.

Almeno c’è lavoro, dice.

Lo capisco perché mio padre risponde no, non c’è affatto lavoro. Qui non si sa come arrivare alla fine del mese.

E io vedo questa cosa: siamo solo decadenti. Neanche ricchi e decadenti, che aveva tutto un suo fascino.

Solo decadenti.

Marci.

E poi -che in fondo io cerco di essere ottimista, almeno sulla rete, se no che senso ha-, ho fatto un pensiero totalmente opposto. Rassicurante.

Ho pensato: tra qualche decennio, almeno 5 credo io, qualcuno sarà in grado, finalmente, di raccontare questi giorni, questi anni, questa epoca. E sarà un gran leggere.

Tra qualche decennio, non prima. Noi oggi siamo troppo dentro e siamo troppi troppo dentro e ci pestiamo i piedi e con tutta questa ressa non riusciamo proprio a vedere più in là delle nostre misere vite, anche se sommate tutte assieme.

Ci illudiamo: ma non stiamo capendo niente.

Tra qualche decennio sì. Il lettore del 2060 avrà il privilegio di capire che diamine succeda oggi.

Non solo: il lettore del 2060 mitizzerà le nostre miserabili esistenze, il precariato, le dittature televisive, la Crisi. Con il tempo, quest’epoca si avvolgerà di un’aura prima poetica, poi magica, infine mitologica, come, per dire, i lavoratori ne La Battaglia di Steimbeck, i trovatelli nei film di Chaplin, i ladri di biciclette di De Sica.

E sarà un bene.

Vorrà almeni dire che ci sarà ancora qualcuno che scrive e qualcuno che legge.

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2 Pensieri su &Idquo;Tra qualche decennio

  1. Mah… non lo so…
    Pensa ad esempio che oggi, a più di 50 anni di distanza, si sta ancora lavorando, e molto, per cambiare le carte in tavola su quello che è successo in Italia durante l’ultima guerra e subito dopo.
    E episodi di quasi 50 anni fa sono ancora coperti, nonostante il tempo passato, da nebbia e omertà.
    E’ che purtroppo, secondo me, la storia e la verità raramente coincidono, perchè hanno obiettivi diversi, e la storia la scrive sempre uno solo, con tutti gli interessi che si porta dietro.

  2. Capisco quello che dici.

    Ma io non mi riferivo alle “verità”: mi riferivo all’atmosfera, al lato sentimental-patetico di tutta la questione. Degli anni ’70, per dire, sappiamo forse la metà di quello che ci sarebbe da sapere sul piano storiografico. Ma nell’immaginario sono un mito. Come la bell’epoque, anche, che per molti versi in realtà fu un periodo di grossa crisi (vedi due guerre mondiali successive).

    C’è quel che si sa e c’è quel che si sente.

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