La vita davanti a sè, Romain Gary

“La gente tiene alla vita più che a tutto il resto, è anche buffo se si pensa  a tutte le belle cose che ci sono al mondo”

O anche

“Il signor Hamil è un grand’uomo, ma le circostanze non gli hanno permesso di diventarlo”

Basta aprire a caso il romanzo di Gary  per cader folgorati dal pensiero di Momò, piccola voce di arabo orfano, curioso e battagliero che vive con altri figli di buona donna sotto la protezione della maestosa Madame Rosa, nella Parigi multietnica degli anni Cinquanta.

Qualcuno ha definito questo un “piccolo grande romanzo”. Togliamo pure il piccolo. Questo è un grandissimo romanzo. Da ogni punto di vista. E lo resterebbe anche se uno qualunque dei tratti che disegnano la sua perfezione fosse cancellato. Se il linguaggio fosse meno autenticamente mimetico: oggi è frequente, almeno nella mia esperienza di lettore, imbattersi in autori che spacciano per dodicenni o quindicenni protagonisti che ragionano come adulti e rivelano l’appartenenza anagrafica solo attraverso goffi espedienti gergali o riferimenti alla “cultura giovanile”. Momò è invece autenticamente un bambino che vuole e deve sentirsi adulto. Sistema e descrive la realtà con gli strumenti a sua disposizione, e risulta sagace e pungente perché il suo sguardo è assolutamente nuovo ed autenticamente originale. Così come il suo linguaggio: frasi che, ad un’attenta lettura, dal punto di vista grammaticale non starebbero in piedi riescono insieme a rispecchiare il modo di pensare di un bambino e a trasmettere il significato meglio del più corretto dei periodi. Ecco la mimesi.

La vita davanti a sè sarebbe meraviglioso anche se i personaggi fossero meno spettacolari e palpabili, se l’atmosfera fosse meno coinvolgente, se la vicenda fosse meno toccante, se il senso di tutto, che cresce nel lettore stimolato e non costruito, fosse meno profondo.

Secondo me, per dire, La vita davanti a sè il pur grandioso giovane Holden se lo mangia senza nemmeno accorgersene. Notazione puerile, me ne rendo conto: inutile metter a confronto i libri, è pur sempre questione di gusti. Ma con tutto il parlare che si fà del Caulfield e di suo papà Salinger, andrebbe spesa qualche parola anche per Momò, e per il suo autore Romain Gary, il quale pubblicò La vita davanti a sè sotto lo pseudonimo di Emile Ajar e con questo nome vinse il Goucourt. Come Romain Gary, infatti, era considerato un autore al tramonto.

In realtà è sempre stato un gioco amato di Gary (al secolo Roman Kacew; “Gary” in russo significa ardere), il cambiar nome e l’osservare da una certa distanza, non sempre divertita, l’ossessione degli uomini per le identità e le definizioni, da autentico cosmopolita e avventuriero quale era.

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2 Pensieri su &Idquo;La vita davanti a sè, Romain Gary

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