Mi dica, Dottore

E’ esattamente questa la prima cosa che io dirò al Dottore.

“Dottore”, gli dirò, “Prima che lei mi scoperchi il cranio e si metta a fare pulizia, prima cioè che cominci a farmi tutte le domande del caso -e saranno tante, perché ne ho da raccontare, oh se ne ho: per quanto mi riguarda può disdire tutti gli appuntamenti del mese e tenermi come ospite fisso-, prima che la mia epica personale prenda a riversarsi sgomenta dalla mia bocca alle sue orecchie e poi di nuovo dalla sua bocca alle mie orecchie, però trattata e acconciata e rigirata in modo tale da scatenare le profonde scosse telluriche e maremoti e sberloni di cui ho disperato bisogno; prima, insomma, che si dia inizio alla dura battaglia tra Me e mE; prima di tutto questo, Dottore, permetta che sia io a farle una domanda”.

Pausa d’effetto. Il Dottore -se non è cambiato, l’ultima volta che l’ho visto avevo la metà degli anni che ho ora- intreccerà le dita e mi fisserà con quello sguardo intenso e placido, sinceramente incuriosito dalla mia psiche profonda e brillante  e complessa (come da quella di qualunque altro suo paziente). E annuirà. Lentamente.
Allora io riprenderò.

“Mi dica, dottore, perché le persone vengono da lei solo quando stanno male. Mi illumini. Davvero, santodio. Mi spieghi per quale assurdo motivo tutti riteniamo di doverci fare delle domande solo quando soffriamo. Perché diamine riteniamo che solo il dolore sia un mistero e abbia delle ragioni precise che val la pena indagare, mentre la serenità pare valere in quanto tale.  Io credo, Dottore, che sarebbe invece molto meglio se ci facessimo delle domande e ci chiedessimo perché anche quando siamo felici. Soprattutto quando siamo felici. Se io fossi venuto qui da lei quando ero felice -e, dio mi è testimone, lo sono stato e con il suo aiuto tornerò ad esserlo-, se avessi fatto così, forse ora non avrei bisogno di essere qui. A ripercorrere con lei la grottesca tragedia in cui la mia vita, improvvisamente, si è tramutata. A sforzarmi di capire da dove  cazzo -mi scusi- cominciare a raccontare. Dalla Separazione con Tradimento? Dal Fatto di Sangue in cui mi sono trovato coinvolto per il semplice fatto di aver tentato di vendere una casa? O ancora più indietro, dal Licenziamento? Oppure dal fatto più recente,  dopo cui ho capito di essere a pezzi, cioè dall’Incontro con A., che per qualche incomprensibile ragione mi ha sconvolto nelle budella quasi più che tutto quello che ho ingoiato fino ad ora -e ne ho ingoiate, oh se ne ho ingoiate-, e la cosa davvero assurda, Dottore, è che rivedere A. è stato bello, è tutto tranne che una disgrazia, credo, ma non so, e allora perché mi ha sconvolto così?”

Riprenderò fiato, a questo punto.

“Mi spiego, dottore? Non ci viene mai in mente di analizzare la nostra felicità. E così poi dobbiamo lavorare sulla merda, invece che sui fiori. Siamo proprio una specie inferiore”

E io lo so cosa dirà il Dottore.

Il Dottore dirà: “Mi parli della Separazione”. Oppure, ancora peggio: “Mi parli di questa A.”

Perché, se me lo ricordo, finisce sempre che mi fa parlare di quello che non mi va.

 

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