L’effetto della vita dopo l’inferno

Esse è sempre stato più vecchio di te, e di molto, anche se all’anagrafe tu lo passi di un anno e mezzo.

Pare voglia porgerti la bottiglia, ma forse sta solo stendendo le braccia per mantenere l’equilibrio sul bordo del fiume. La sua solita giacca di pelle. Il suo solito ciuffo ribelle. Fuma e sorride, Esse. Come se niente fosse. Contro la brezza che soffia al fondo della notte.

Vuoi bene a Esse, e non perché sei sbronzo e fuso e hai bisogno di sentire vibrazioni positive nel corpo.  Ti domandi perché l’hai perso di vista tutto questo tempo. Ma la risposta la sai. È lo stesso motivo per cui sei qui, in fondo.

Esse.

La sua faccia è una ferita, tu lo sai, conosci il doppiofondo del suo sorriso sbieco, di chi ha capito qualcosa che è meravigliosa e tremenda insieme. 
Se tu mangiavi la minestra, a tredici anni, a tavola coi tuoi in silenzio davanti al TG della sera, Esse probabilmente nello stesso momento stava assistendo all’alcolismo di suo padre e all’impotenza della madre.
Se tu a quattordici anni ancora giocavi, un po’ di nascosto, con il Lego, lui già fumava sigarette, e non di nascosto. Naturalmente sapeva fare a pugni. Se il padre non fosse morto, probabilmente avrebbe anche continuato a studiare; ma qualcuno i soldi a casa doveva portarli, e la madre d’abitudine era troppo depressa anche solo per alzarsi dal letto. La vita di Esse è sempre volata al doppio della velocità, soprattutto per venire a fargli del male. Come quando gli ha strappato Laura dalle braccia. E l’ha quasi ucciso.

Gli vuoi bene, a Esse. Cristo se gli vuoi bene. L’amico più vecchio che hai. E un esempio da seguire. Guardalo lì, gonfio di sfortuna e sconfitte e cicatrici a spremere in un bel sorriso tutto quello che gli resta da spremere per un sorriso. Esse è un vaffanculo vivente sputato contro la vita, il destino, la sfortuna, la sconfitta.
La sconfitta, esatto. L’unico metro del valore di una persona. Mica quando si vince. A vincere son buoni tutti. Ma a perdere. Quanti sono capaci a perdere, a perdere sempre, a perdere tutto, e poi a sopravvivere, e poi a sorridere? A sorridere, cazzo. E tu? Tu, sbronzo nella fuga della notte, tu che forse la vita ti ha dato un calcio in culo abbastanza potente da spostarti in avanti, un poco più vicino a Esse? Tu, sì, proprio tu. Tu sai affrontare la tua sconfitta?

E così, dice Esse, hai visto anche tu il lato oscuro della vita. Era proprio ora, ragazzo mio.

Poi butta via il mozzicone nel buio del fiume, e non ti guarda, guarda invece lontano, verso i bagliori dei fari delle auto che attraversano il ponte, laggiù. Sorride. Si passa una mano tra i capelli e questa volta la bottiglia te la porge davvero.

E così: l’hai vista anche tu. È vero, Cristo santo. L’hai vista anche tu. È una lama che ancora ti gela il cuore, per un istante che subito vola via e lascia spazio a un vuoto di macerie appena più piacevole.
Bevi ancora.

Va bene, Esse, dici ridendo ubriaco. Spiegami come fai. Come cazzo hai fatto ad arrivare vivo fino a qui. Fino ad ora, voglio dire. Con quel tuo cazzo di sorriso. E questa calma che hai addosso. Dimmi cosa cazzo sai tu che io non so. Dimmelo, perché quel poco che ho visto mi ha spappolato, e solo da quel poco ho pensato di non uscire mai vivo.

A est, oltre il ponte, il cielo prende timida luce e lento inghiotte le stelle. Un manipolo di giovani ubriachi transita scompostamente alle vostre spalle. Hanno attraversato la notte e ne vanno fieri come reduci.
Esse scuote le spalle. Si gira verso di te. Ti guarda. Si direbbe persino divertito.

Non so, dice. Sarà che sono stato all’inferno, e per quanto possa fare veramente schifo, ma veramente schifo, ho constatato che ci si sopravvive. E se pensavo che l’inferno fosse molto peggio di com’è in realtà, figurati che effetto mi fa ora la vita.

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