Serie tv: tutte le novità del 2010

Mentre il Paese cade a pezzi, i criminali d’ogni schiatta osannano il governo e le strade straripano di disoccupati che se la prendono con gli stranieri, noi possiamo serenamente sbattercene le balle e accomodarci in poltrona per assistere alle novità televisive del 2010.

Il format del telefilm è ormai ampiamente sdoganato, e si appresta a surclassare definitivamente le produzioni del grande schermo tanto in budget quanto in popolarità. Sulla scia di successi come Lost, The Mentalist e boom annunciati come The Philantropist, ecco le maggiori promesse della prossima stagione televisiva.

The Victimist

Le serie televisive, si sa, brulicano di serial killer. Impossibile bissare i successi di telefilm incentrati sulla loro caccia, e impensabile dupilcare la popolarità di Dexter, il serial kille buono. Perché, allora, non immaginare una serie incentrata sulla vittima di un serla killer? E’ quello che hanno pensato gli autori di The Victimist. Hugo Dumbster, questo il nome del protagonista, è ossessionato dall’idea di divenire celebre come prima vittima di un serial killer. Ogni episodio di questa originale serie vedrà così Hugo impegnato a scovare psicopatici potenziali o conclamati, e a stuzzicarli nella speranza di essera ammazzato nel modo più spettacolare possibile. Ovviamente fallirà puntualmente, dando la colpa alla società malata. Feroce critica sociale celata da intrattenimento.

The Qualunquist

Dagli autori del fortunato The Situazionist, un nuovo psycho-drama incentrato sulle gesta di John Doe, un uomo qualunque che trascorre una vita qualunque facendo un lavoro qualunque in una città qualunque, finché un espediente qualunque non trasformerà la vicenda in qualcosa d’altro, qualunque cosa sia. Interrogati in merito, gli autori fanno spallucce, e si limitano a dire che nella quinta stagione ogni mistero verrà svelato. Qualunque sia.

The Tuttologist

Mark K. Trout (interpretato da Edward Fitzgerarld, già protagonista del fortunato Avvocati in Toupè) è un medico chirurgo con specializzazione in antropologia e matematica del caos che mette a disposizione le proprie doti di medium per risolvere quei casi in cui la polizia non sa più dove sbattere la testa. Questa tranquilla esistenza viene improvvisamente sconvolta da quella che sembra essere a tutti gli effetti un’invasione aliena favorita da alcune cellule di Al-Qaeda in combutta con sezioni segrete della CIA. Come se non bastasse, mentre la moglie chiede il divorzio, Trout scopre di essere stato adottato e che i suoi veri genitori sono Ronald Reagan e Margareth Tatcher. Intanto il 2012 incombe. Tutto questo nel primo episodio.

Anche il panorama delle fiction italiane si arricchisce di due interessanti novità.

The Socialist

Prodotto da Mediaset con il patrocinio del Ministero dei Beni Culturali, il telefilm, girato in California ma in realtà scritto e diretto da italiani, racconta la parabola di Benedict Craxon, uomo politico onesto e dai solidi valori morali ingiustamente incriminato e costretto all’esilio. La sua unica colpa? Aver avuto il coraggio di propugnare i veri valori del socialismo: libero mercato, nani e ballerine.

I Puttanella’s

Un’altra produzione italiana dedicata a grandi e piccini. I Puttanella sono la tipica famiglia media italiana: il padre Silvio è un pio ed onesto faccendiere in costante lotta contro le ingiuste vessazioni della Guardia di Finanza e della Magistratura, da cui scampa puntualmente grazie alle sue doti affabulatorie; la moglie Luana si divide tra la difesa a oltranza dei figli presso insegnanti e forze dell’ordine, le chiacchere con le amiche e l’insegnamento di Educazione agli Stranieri ospitati nella parrocchia di Don Puttanella, fratello di Silvio; l’ex marito di Luana, spiantato e comunista, cerca di uscire dal tunnel della droga con l’aiuto dei Club di Forza Italia (la serie risale al 2002, ma l’egemonia culturale della sinistra ne aveva sempre osteggiato la messa in onda, considerandola propagnadfa elettorale); l’ex moglie di Silvio, Veronica, dopo aver commesso l’errore di abbandonare il marito accusandolo di infedeltà, finisce a fare la escort sotto un magnaccia cinese; infine i figli adolescenti, Maria Letizia e Silvio jr, con i loro sogni nel cassetto: lei vuol fare la velina o la parlamentare, si vedrà, perché dar limite ai desideri; lui, diciottenne, si allena alla playstation per diventare calciatore, e nel frattempo tira molotov ai campi nomadi dal suo SUV. A rendere frizzante il plot, la rivalità con la famiglia dei dirimpettai, i Rossi, forcaioli sempre pronti a tirar in ballo il Regolamento Condominiale per accusare i Puttanella di non volerlo rispettare.

Ogni ulteriore tolleranza è intollerabile

Basta con la tolleranza.

In Italia ci tocca già sopportare:

  • La criminalità organizzata
  • Gli sprechi pubblici
  • L’evasione fiscale
  • La corruzione
  • Il clientelismo
  • I Segreti di Stato
  • Il precariato
  • La crisi
  • La Lega al Governo
  • L’opposizione sfasciata
  • Berlusconi
  • I sostenitori di Berlusconi
  • Berlusconi (vale doppio)
  • I Reality Show
  • Maria de Filippi
  • Il Vaticano
  • La riabilitazione di Craxi
  • Brunetta
  • Castelli
  • I Cinepanettoni finanziati come opere di interesse culturale
  • Le code all’INPS
  • Gli anziani che intasano il passaggio tra le bancarelle del mercato
  • Il traffico
  • Le macchine in doppia fila
  • I treni in ritardo
  • Gli aerei in ritardo
  • La gente che non raccoglie la cacca dei cani
  • L’emergenza maltempo
  • L’emergenza influenza
  • L’emergenza sicurezza
  • L’emergenza emergenza
  • Il digitale che non funziona (io non so più da che parte devo girare l’antenna)
  • Bondi (Gesù, il Ministro della Cultura)
  • Gli italiani

Solo per citare alcuni tra i più fastidiosi sassolini infilati nel nostro Stivale. Non si può quindi pretendere che tolleriamo anche gli immigrati. Diamine, sono gli ultimi arrivati!

Una coltre di cocaina avvolge l’Europa e bla bla bla

Come ogni anno, i prossimi due giorni (ma forse meno) saranno incendiati dall’allarme cocaina. Secondo l’annuale rapporto dell’EMCDDA (l’Osservatorio europeo sulle droghe), i consumi della polvere bianca sono in aumento (lo sono da dieci anni, con una leggera flessione a cavallo del millennio). I commentatori si affanneranno per spiegare il perché e il percome con le solite vecchie formule (i valori, i giovani, la trasgressione…), e le persone, legittimamente, reagiranno con la stessa paura, o con lo stesso scandalizzato disinteresse di sempre. Scrivo queste righe per dovere, quasi per riflesso condizionato da un passato speso allo studio del “fenomeno del consumo”, e ora accantonato per saturazione. Mi rendo conto che la questione mi interessa sempre meno. Mi ritroverei comunque a dire le stesse cose anche io, e sono stanco.

Ma lo faccio: rispetto per l’ultima volta una tradizione che mi sono imposto (cercate nel blog e troverete).

La gente usa la cocaina non perché la criminalità organizzata la costringe (è piuttosto il proibizionismo a costringere i consumatori a rivolgersi alla criminalità), ma perché il nostro sistema di sviluppo, il nostro immaginario del “no limits”, la filosofia del “tutto e subito” spinge sempre più persone a cercare supporti per migliorare le proprie prestazioni produttive, sociali o ricreative. E’ il consumismo, baby. E la droga è una merce. La gente si droga (oggi: la gente si è sempre drogata, per ragioni diverse) perché non sa più prendersi una pausa neppure quando è libero di farlo, ad esempio. Ma non per evadere: per starci dentro (ecco la novità, vecchia ormai di trent’anni).

Come in ogni epoca e in ogni società, la droga, nella maggior parte dei casi, non è affatto devianza: la droga è coerenza. La droga risponde ad esigenze, e le esigenze le crea, nella maggioranza dei casi, la società in cui il suo consumo si manifesta (la gran parte delle persone che l’immaginario dominante considera tossici non stanno ai margini delle strade a battere moneta: quelli sono i casi limite, come la maggior parte degli automobilisti non finisce la propria carriera contro un albero). Da sempre, l’astinenza è l’eccezione, non la norma, con buona pace dei proibizionisti che non disdegnano, legittimamente, un buon bicchiere di vino e una bella sigaretta. Il problema non è l’intossicazione: il problema è il controllo sociale dell’intossicazione. L’alcol è una droga sotto controllo (ancora per poco, forse). Impossibile chiedere alla gente di non drogarsi, possibile cercare di capire come controllare il fenomeno.

Riflettere su come diminuire la domanda di droga significa riflettere sul nostro stile di vita. C’è una marca di integratori energetici che si pubblicizza come capace di farti superare i tuoi limiti di povero essere umano. C’è un marchio di moda “giovane” che si rivolge a chi “non ha paura di esagerare” (sponsor de “Le Iene” di quest’anno). C’è una bevanda che ti mette le ali.

Poi c’è la cocaina, che queste cose le fa davvero.

Ma chiede un prezzo.

Per sempre più persone, vale la pena di pagarlo. Perché finchè non saranno pinzati col naso nel sacco,  e biasimati e dipsprezzati e giustamente compatiti, la società sarà ai loro piedi.

Ci si vede al prossimo allarme (forse).

Usa. Ex poliziotti sul Washington Post: legalizzare le droghe

Da aduc.droghe:

Due ex poliziotti di Baltimora hanno preso posizione a favore della liberalizzazione della droga negli Stati Uniti, e chiedono l’intervento del governo federale in tal senso.
In una lettera aperta pubblicata oggi sul Washington Post, Peter Moskos e Standford Franklin, ex agenti in forza presso la polizia di Baltimora, chiedono che la droga venga legalizzata.
Perche’, sostengono, la guerra al narcotraffico non puo’ essere vinta se combattuta con le regole attuali, e’ tempo che le sostanze stupefacenti vengano liberalizzate istituendo norme per il commercio analoghe a quelle previste per l’alcol o per il consumo di farmaci.
‘La legalizzazione non creerebbe una situazione di ‘droga libera’ per tutti’, scrivono i due ex poliziotti, oggi entrambi membri della associazione Law Enforcement Against Prohibition.
Al contrario toglierebbe dalle mani dei trafficanti il potere di fare le regole che governano l’attuale mercato nero.
‘La produzione e la distribuzione e’ troppo pericolosa per rimanere nelle mani di criminali senza regole’ scrivono Moskos e Franklin. Il proibizionismo attuale produce soltanto un aumento della violenza, ha un costo altissimo in termini di vite umane e facilita l’arricchimento dei trafficanti. ‘Se invece la distribuzione di droghe fosse il frutto di una responsabilita’ condivisa tra medici, governo e libero mercato, sulla base di regole precise – concludono – il tasso di violenza si abbasserebbe di colpo’.

Notizia felice, che ci fornisce il gancio per parlare del telefilm “The Wire“, prodotto dagli stessi illuminati del potente “Oz“, e che si svolge proprio nella pericolosa Baltimora. La serie (5 stagioni) descrive perfettamente quali siano le regole (e l’ottusità) del gioco di potere chiamato “Guerra alla Droga”, a tutti i livelli (dalle strade agli uffici del sindaco). Consiglio in particolare la terza serie, che racconta come un coraggioso ufficiale di polizia metta in piedi un interessante esperimento per ridurre il crimine connesso allo spaccio di droga.

Gli sceneggiatori sono due ex poliziotti, che sanno di cosa parlano molto più di quel coglione di Raul Bova col suo ridicolo film sull’antidroga. Obama sostiene che The Wire sia il suo telefilm preferito. Ce lo auguriamo. Cercate di vederlo, se lo scovate (mi pare che oggi lo diano su “cult”, ma io lo trovo sul mulo).

“Il Piccione Fortunato”: Brevissimo e toccante documentario sul gioco d’azzardo

Meno di dieci minuti per tracciare l’universo emotivo e simbolico del gioco d’azzardo: quello del popolo, non dei casinò; quello della sorte matrigna, delle speranze e degli scongiuri, non quello dei campionati mondiali di poker.

Forse non tutti sanno che:

L’Italia è tra i primi Paesi al mondo per volume di affari legato al gioco d’azzardo legale e per numero di giocatori;

L’industria del gioco è al terzo posto per fatturato (dopo ENI e FIAT): nel 2008 il giro di affari ha toccato i 50 miliardi di euro;

Il fatturato dell’industria del gioco è aumentato nonostante la crisi economica: il 78% degli italiani ha giocato almeno una volta nel 2008;

In Italia sono più i luoghi dove è possibile giocare (più di 16.000) che gli uffici postali o le caserme dei carabinieri;

Nel 1990 le occasioni di gioco settimananali erano 3: totocalcio, lotto e ippica. Oggi sono 10, a cui aggiungere lotterie istantanee, sale bingo, videopoker e gioco online;

Il costo sociale della diffusione del gioco consiste nell’aumento del numero di giocatori patologici e di coloro che fanno ricorso all’usura.

Fonte EURISPES

Arriva l’estate, novità in libreria

Ecco le proposte di lettura dei librai per le oziose giornate in spiaggia.

Tra le ristampe:

Il Come della Cosa
U. Ecco

Il più importante intellettuale italiano costruisce un thriller filosofico ambientato in una abazia medievale. Le indagini di due monaci benedettini, l’arguto Mimmo da Stortignaque e il giovane volenteroso ma inesperto Tony Focaccia indagano sulla serie di misteriose morti che sta sconvolgendo la vita solitamente allegra dei monaci. L’indagine, puro pretesto per una profonda ma accessibile riflessione filosofica su come mai le cose accadano e come mai “cosa” si dica proprio “cosa” e non “rosa” o “tavolo”, si concluderà con un atroce svelamento: i frati non sono stati uccisi, ma si sono ammazzati perché non ne potevano più.

La solitudine degli omero-privi
G. Paolo

Il sorprendente esordio di un venticinquenne dotato di talento e soprattutto degli agganci giusti ci conduce nel buio dell’anima, descrivendo il dramma e la sofferenza nascosta di chi, per ragioni diverse e inesplicabili, ha perso l’osso dell’omero (uno o entrambi) e si ritrova dunque con le braccia cortissime, ma senza poter tuttavia rivendicare lo status di focomelico. Una discesa negli inferi di giovani in cerca di un’identità, e un sacco di soldi per l’editore.

Tra le novità:

Q-Q
Wu ming hia è

Il collettivo di scrittori (che un tempo si celava dietro al nome di un noto calciatore, Diego Armando Maradona) colpisce ancora con un thriller storico-epico-politico-sociale, che racconta la storia recente d’Europa mescolando sapientamente gesta di persanaggi realmente esistiti con le vicende della gente comune, in un affascinante miscela di fiction e storiografia.
La trama: il colonnello Tito ingaggia Jean Paul Belmondo come agente infiltrato in Francia, mentre in un piccolo villaggio sui Pirenei il professor Lavagne si iscrive a un torneo di petanque; anni dopo la banda Baader-Meinhoff  utilizza i fumetti di Diabolik per mandare messaggi cifrati a Harry Potter, che si nasconde sotto copertura in un bar della provincia di Caltanisetta. Un salto indietro nel tempo, per trovare Popper e Wittgenstein che vengono alle mani davanti agli studenti, mentre Churchill finisce improvvisamente i sigari. Ma chi muove i fili dietro le quinte? Di chi è la misteriosa voce che ogni tanto fa “Q-Q” e poi sparisce?

L’ultimissimo Codice
C. Brown

Torna l’autore più discusso degli ultimi anni con un nuovo, sorprendente romanzo. Quando avrete finito di leggerlo, il mondo non vi parrà più lo stesso. Ancora prima di essere mandato in stampa, ha sollevato le ire di tutte le chiese di matrice cristiana (persino la Chiesa del Super-Mantello di Gesù, formata da due soli fedeli: i gemelli siamesi John e Jhon Smith, convinti che la Sacra Sindone sia in realtà il mantello da cui Gesù Cristo otteneva i super poteri), ha mandato in subbuglio la comunità islamica e tutte le tribù di Israele, ha terrorizzato le Ferrovie dello Stato e l’Associazione Panificatori dell’Essex (UK), e ha fatto incazzare Sgarbi.
Su facebook ogni giorno si moltiplicano i gruppi pro o contro le tesi del libro.
La trama. Gesù non è morto: insieme a Nostradamus, i Maya, Elvis e Jim Morrison ha costituito una società segreta per combattere l’invasione di cyborg templari nazisti guidata dal clone di Hitler nascosto in una cripta a San Marino. Solo il pofessor Robert Pigiam ha le capacità necessarie per decifrare il codice, anche se nessuno ha idea a che diamine serva (fino al colpo di scena finale, si sospetta che la cifra numerica non sia che l’ultima giocata del clone di Hitler al Superenalotto).

La menata
K.E. Pallè

Il sorprendente ultimo lavoro di Pallè, celebrato autore minimalista (“La perdita del rubinetto”, “La coda alle poste”, “Gazzetta Ufficiale”), racconta magistralmente due ore di vita del protagonista, un impiegato del catasto a letto con la febbre, il quale per le cinquecento pagine del romanzo non fa altro che russare.

Il marcio nel sangue della città nera
T. Meno

Il maestro indiscusso del noir torna a scuotere le coscienze dei lettori con una vicenda di sangue consumata in vicoli bui, sporchi e puzzolenti. Nessuno è al sicuro e nessuno è innocente. Il marcio è ovunque e non c’è scampo. La città è assediata da un serial killer manovrato dai poteri forti nei giorni pari e dalla criminalità organizzata in quelli dispari. Un giornalista d’assalto, uno sbirro alcolizzato e un bidello con un nebuloso passato nei servizi segreti mettono da parte antichi rancori per rimestare insieme nel torbido di una società alla deriva.

Il cuore fa male
E. Basta

L’autrice di “Basta il cuore”, “Cuore di cuori”, e “Te lo metto nel cuore” continua, con questo nuovo, sorprendente romanzo, l’esplorazione dei sentimenti di donne condannate alla sofferenza, narrando la vicenda corale di tre sorelle orfane.
Sara è guarita da un tumore ma cadendo per strada al ritorno dall’ospedale contrae HIV ed epatite C pungendosi con una siringa: la ricerca del tossico colpevole diventerà un’ossessione che la condurrà nel tunnel della droga; Carla è stata abbandonata da marito, il figlio rivela di essere un trans e il gatto muore: cercherà rifugio spirituale in un Ashram di Cuneo ma verrà truffata dal santone; Ester cerca la felicità e comincia a sospettare che per raggiungerla dovrebbe smetterla di frequentare le sorelle.

La saga di Ennesim, Tomo primo
J. Pippo

L’appena dodicenne nuova rivelazione del fantasy è pronta a conquistare il cuore di tutti i nerd con una saga avvincente e originale. Il mondo di Solitastorias è minacciato dalle orde malefiche del crudele mago Crudelion. Il giovane Ennesim, che si crede un povero ciabattino ma in realtà è l’erede del potente stregone Fanfaron, avrà il coraggio di ribellarsi partendo alla ricerca della Spada Magica di Spadamagic, unico amuleto in grado di sconfiggere Crudelion se inserita nell’Anus Terribilis, fonte del potere di Crudelion.
Ad accompagnare Ennesim nell’avvincente ricerca troviamo Meow l’uomo Pesce-Gatto, Bau l’uomo Pesce-Cane e Frigid, elfa dei boschi che scoprirà grazie a Ennesim la potenza dell’amore.

T.V.T.B, M.S.T.V.B.
F. Moccio

L’autore di libri per adolescenti più amato dal suo editore torna in veste di sperimentatore con un romanzo scritto in stile SMS (ke, x’, c 6…), e destinato perciò solo a chi ha dinestichezza con il cellu. La storia è semplice e intensa: Ivan, scapestrato e figo, si innamora di Sara, ricca e figa, ma il loro amore è intralciato dal fatto che la storia è così noiosa che nessuno, nemmeno l’autore, è mai arrivato al fondo.

Il silenzio della neve
S. Olafsmussenlarson

Il nuovo romanzo incentrato sulle avvincenti indagini della coppia di investigatori Uti Rasmagussenthor e Thor Megastargummen promette una trama semplice e lineare, dal momento che occorre già un impegno notevole per leggere e ricordare i nomi dei due protagonisti.

I Love Radio Rock: la libertà è allegria

Se al vostro orecchio e soprattutto al vostro cuore le parole “musica” e “libertà” vibrano con la stessa euforica energia, se vi suonano come sinonimi, se non proprio anagrammi;

se pensate (almeno ogni tanto) che la Rivoluzione dovrebbe essere allegra, non sanguinaria;

infine se state pensando di andare al cinema,

Allora correte a vedere I Love Radio Rock.

boatthatrocked_uk

Grandioso.

Dice che nel 2012…

Dopo i clamorosi insuccessi del 999 e del 2000, la data della prossima Fine del Mondo è stata stabilita per il 2012.

I Maya, i primi a parlarne, hanno calcolato persino il giorno preciso: la Fine del Mondo cadrà il 21 dicembre. Non si è certi secondo quale fuso orario, dal momento che gli antichi amerindi non l’hanno specificato: i Maya non avevano questo genere di problemi, non dovevano sincronizzarsi con nessuno. La globalizzazione non sapevano manco cos’era: i Conquistadores han anche provato a spiegargliela, ma all’epoca gli strumenti ditattici erano piuttosto rozzi, e il tutto si è risolto in un massacro. I Maya sono stati bocciati. Definitivamente.

In effetti c’è da domandarsi fino a che punto fidarsi delle profezie Maya: han previsto la fine del mondo per quasi 20 secoli dopo, e non si son resi conto che in capo a qualche anno sarebbero venuti gli spagnoli a fargli un culo così. Gente strana: come tutti gli intellettuali testa fra le nuvole e buccia si banana sotto la suola.

Comunque, non sono stati solo i Maya a menare gramo. Profezie simili si trovano presso antiche popolazioni sparse un po’ per tutto il globo. E curiosamente si riferiscono tutte (più o meno), allo stesso periodo: il 2012. (l’autorevole fonte è un albo di Martin Mystere). Per non parlare di Nostradamus, che ha previsto la fine del mondo per ogni anno successivo alla sua morte, e magari questa volta ci ha azzeccato.

O dei Testimoni di Geova: secondo le loro fonti divine, la fine del mondo sarebbe dovuta avvenire nel 1914. Dopo una notte a cagarsi inutilmente sotto, essendosi accorti che ogni cosa era al suo posto e rischiando una clamorosa figura di merda, hanno posticipato il tutto al 1925. Poi al 1966. Non paghi, han tirato in ballo il 1975. Adesso non ne parlano più. Ma se una domenica mattina alle otto vi suonano alla porta prima di mandarli a cagare, fatevi due risate chiedendogli un po’ la loro idea sul 2012.
Il fatto che loro non siano saltati sul carro del 2012 potrebbe in effetti essere una conferma della bontà delle previsioni dei poveri maya.

In clima da Fine del Mondo, prima di passare alla nocciolo della questione, vi invito ad approfittarne. Raccogliete scommesse su quanto accadrà il 21 dicembre 2012, quotando la Fine del Mondo 1.000.000 a 1 (se qualcuno scomette che avverrà, e vince, voi lo pagate un milione di volte). Va da sè che se giungerà l’Apocalisse non dovrete pagare nessuno. Un bookmaker inglese l’ha fatto prima del capodanno del 2000, trovando che il nostro mondo è davvero pieno di polli da spennare (ecco perché merita di finire).

Comunque, a parte gli scherzi, questa è (che io sappia) la prima volta in cui una strampalata profezia potrebbe (potrebbe) trovare una conferma scientifica, trasformandosi inaspettatamente da passatempo da spiaggia in tragica realtà.

Secondo la NASA, infatti, nel 2012 (non necessariamente il 21 dicembre, per inciso) potrebbe verificarsi una tremenda tempesta solare che, colpendo il nostro povero pianeta, metterebbe completamente in ginocchio (ed è un eufemismo) le reti di distribuzione dell’energia e delle telecomunicazioni, generando un black out totale. La spina dorsale del nostro sistema di vita verrebbe spezzata, e ciao balle.

Niente meteoriti, onde anomale, mostri alieni, Cavalieri dell’Apocalisse.
Semplicemente, potrebbe staccarsi la spina della corrente, con tutto quello che significa. Che è molto peggio di quanto in questo momento state immaginando. Non funzionerebbe più nulla. I soldi che avete in banca svanirebbero (sono cifre custodite in computer, non lingotti d’oro a Fort Knox). Tutti coloro che campano più o meno “online” si troverebbero senza lavoro. Le auomobili non potrebbero essere rifornite perché le pompe di benzina funzionano a elettricità. Sperate di non essere chiusi in un ascensore, in quel momento: potreste restarci molto a lungo, senza poter chiamare soccorsi (i cellulari non funzionano, ovviamente). E queste sono solo le conseguenze meno tragiche: per evitare inutili allarmismi, vi risparmio di immaginare cosa potrebbe accadere in un reparto di cure intensive una volta che i generatori di emergenza dell’ospedale esauriscano il combustibile.
Probabilmente il mondo sprofonderebbe nel caos: i governi non potrebbero tenere sotto controllo la situazione, perché senza corrente non ci sarebbe modo di comunicare (nessuno usa più i vecchi telefoni, quelli che funzonavano anche senza elettricità).

Insomma: i nostri vacui sogni di gloria crollerebbero con gran fragore, e in un batter d’occhio.

Improvvisamente, il denaro non avrebbe più alcun significato. Il petrolio risulterebbe inutilizzabile perché inestraibile e impossibile da raffinare. I tycoon delle telecomunicazioni, che oggi dominano il mondo insieme a petrolieri e finanzieri, si troverebbero con meno di un pugno di mosche in mano. Solo chi ha puntato su energie rinnovabili e alternative potrebbe salvarsi dalla catastrofe, e le zone equatoriali del pianeta, quelle oggi sfruttate e impoverite, diventerebbero improvvisamente appetibili: d’inverno non fa freddo e la ricchezza di flora e fauna garantirebbe la sicurezza di mettere assieme il pranzo con la cena.

Probabilmente nel giro di 10 o 20 anni la situazione potrebbe anche tornare alla “normalità”. Ammesso che sia il caso. Ammesso che non si trovi, alla fine, che così si vive meglio. Ammesso che la catastrofe non si tramuti davvero in un Giudizio Universale, che ristabilisce un certo grado di equilibrio tra gli uomini, poiché i più ricchi di oggi potrebbero davvero tramutarsi nei più poveri di domani (pensateci: chi cazzo sarebbe Bill Gates senza PC, o Berlusconi senza TV?). Le caratteristiche umane (e ahimè anche bestiali) tornerebbero a fare la differenza, sperando che la solidarietà prenda il sopravvento; e chi è abituato a frapporre il denaro (o lo status) ad ogni relazione umana troverà molto lungo.

Già, non è detto che questo 2012 ci riservi poi un evento così negativo. Qualcosa di simile è avvenuto nel 1859, ma praticamente non se ne sono accorti perché l’elettricità era ancora roba da fantascienza. Semplicemente, i telegrafi non hanno funzionato per un po’, e tutto il resto è andato avanti come se niente fosse. La fine del nostro mondo dipende dal modo in cui l’abbiamo messo in piedi.

Siamo sicuri di essere così avanzati, se nel 1859 un evento del genere sarebbe passato inosservato?

Diamine, io quasi quasi ci spero, in questa spettacolosa tempesta solare. Sarà che soldi non ne ho e  forse da una roba del genere ho più da guadagnare che da perdere (ah! che bella l’idea di un collettivo e sereno ritorno alla natura). Mi spiace per gli altri, per carità, e farò di tutto per dare una mano a chi si troverà nei guai, quel gorno. E’ nella mia natura. E spero che non siano troppi a lasciarci le penne.

Però non è detto che, visto che gli uomini la Rivoluzione proprio non la sanno fare, non ci pensi il Dio Sole, a mettere le cose a posto.

E chi diamine se ne frega del blog!

I dissidenti cambiano, il passato ritorna. Ma il futuro non è scritto

StrummerNYSono stato antiamericano. Orgogliosamente.
Anti Bush (Sr. & Jr.), per essere corretti. Ma antiamericano per estensione. Goffa, rozza quanto vi pare, ma simbolicamente valida: gli USA come icona del potere occidentale, dunque come logo stampato su tutto quello che al dissidente proprio non andava giù.

Eravamo ricchi, ribelli e antiamericani.

Dall’altra parte, oltre la cortina, anche molto oltre, fino alle esotiche lande delle Asie Minori, Intermedie e Totali, il giovane dissidente invece sognava l’America, la sua libertà, i suoi libri, i film, la musica. Penso all’Iran, ad esempio, alla Cina, o anche alla Cuba comunista. Ai Paesi del’Est negli anni ’80.

Così andavano le cose. C’erano loro, che sognavano noi, e noi, che non sognavamo certo loro, ma nemmeno gli USA, e stavamo comodi comodi in questo sogno di mezzo.

Adesso è cambiato tutto.
Almeno per me: ora mi sento molto più vicino a un dissidente cinese o iraniano (fatte le debite proporzioni), perché oggi anche io sogno l’America. Oggi mi sento vicino a certi ragazzi dell’Est Europa, che hanno vissuto la dittatura e la povertà sognando California.

E’ strano, ma è così. La rivoluzione è di nuovo americana. Sempre simbolicamente, sia chiaro. E questo, forse, più che un merito per Obama e per gli americani che l’hanno saggiamente eletto, è un demerito per l’Italia, che scivola sempre più a fondo, sempre più in basso, sempre più soddisfatta di quello che è, cioè nulla. Un nulla spaventato, terrorizzato, un vuoto che si riempie della Lega e delle sue intestinali interpretazioni della realtà, del Cavaliere e della sua politica come prosecuzione della televisione con altri mezzi, di un’opposizione diafana e frammentata come un corpo umano ridotto a brandelli: qui un cervello senza bocca, là un busto senza spina dorsale, una mano priva di occhi che la guidino, un orecchio abbandonato in una direzione da cui non proviene alcun suono.

Allora si torna a sperare negli USA, come i ragazzi dell’Est negli anni ’80. Per fortuna allora c’era Reagan mentre oggi c’è Obama, il che nutre speranze maggiori.

Negli USA, non nell’Europa: questo è il dramma numero due. All’Europa non ci crede più nessuno. L’Europa non ha ancora dato buoni esempi: non perchè non abbia fatto nulla di buono (qualcosa deve pur aver fatto), ma perché se l’ha fatto nessuno se ne accorto, e se l’ha fatto, in Italia, quel merito se l’è preso chi aveva la ventura di essere al governo.

Insomma: viva gli USA, viva Obama, ma a me sembra comunque di scivolare indietro, giorno dopo giorno, verso un passato che non è di decrescita, di freno allo sviluppo insostenibile, di ritorno a qualcosa di più sano e umano. Ma discarica di relitti malridotti e inutili, di tutto quello che la storia del mondo avrebbe dovuto lasciarsi alle spalle. Perchè i fasti del passato se li sono già magnati tutti, e alla mensa sedevano sempre le solite quattro persone.

Questo è quanto. Ma non lasciamoci prendere dallo sconforto. Teniamo bene a mente le parole di zio Joe: il futuro non è scritto. Se non c’è, o sembra che non ci sia, e proprio perché dobbiamo fabbricarlo con le nostre mani.

Se hai i tanti soldi, fatti i cazzi tuoi

Una retorica subdola e mistificatoria si fa strada nel turbinio delle polemiche mediatiche e politiche. Subdola e mistificatoria perché istintivamente  condivisibile, e perché fondata su una temibile e diffusa degenerazione concettuale.

La signora Lario, che, poveretta, è di nuovo sbottata contro il marito dopo un anno di bilioso silenzio, si è sentita rispondere dai fanatici elettori del premier che, dal momento che se ne sta agiatamente seduta sulle montagne di quattrini di Berlusconi, dovrebbe essere così cortese da non rompergli i coglioni.

Il giornalista Santoro, che si è preso la briga di approfondire alcuni aspetti oscuri e deficitari nel pur tempestivo intervento della Protezione Civile in Abruzzo, si è sentito dire che siccome è pagato 60.000 euro al mese, non deve dare fastidio.

Il vignettista satirico Vauro, accusato di aver vilipeso la memoria dei morti sotto le macerie d’Abruzzo con una vignetta che in realtà denunciava la follia del “Piano Casa” in un momento e in un Paese come questo, è stato accusato dalla Santanchè a “Otto e Mezzo” di guadagnare 1000 euro a puntata, “rubati” ai contribuenti. Il che dovrebbe imporgli di stare zitto.

Non accadrà mai, ma ho sempre pensato che se un giorno, volesse il cielo, diventerò ricco, non cambierò le mie idee, e di certo non in base al mio conto in banca. Lo spero. Anzi lo giuro. Conosco persone abbienti che si incazzano come poveracci, esigono più giustizia sociale e usano i loro soldi per dare una mano, al posto che per il Cayenne.

Dunque non capisco davvero questa retorica. Nonostante le montagne di quattrini, la Lario avrà ben diritto a dire e pensare quello che gli pare. A maggior ragione se va contro il suo (presunto) interesse, cioè il marito.

Santoro, se fa il giornalista e viene pagato così tanto, si sentirà in dovere di svolgere bene il suo lavoro: e svolgere bene il lavoro di giornalista significa parlare di quello di cui non si parla, scavare nell’ombra,  rimestare nel torbido. Che è quello che Santoro ha fatto (infatti non ha affermato nulla che non fosse verificabile). In ogni caso, non ha fatto una trasmissione di critica agli esorbitanti cachè dei conduttori televisivi (non è come Grillo che parla di ecologia e poi, pirla, si fa beccare al timone di un supermotoscafo).

Vauro fa il satirico. Lo scopo della satira è provocare, turbare, disturbare, persino inquietare. Mica fare ridere. La risata è l’effetto, ma lo scopo della satira è la riflessione. Quindi i suoi 1000 euro a puntata se li è guadagnati, con buona pace della Santanchè, altro che rubati. Ammesso che il fatto che guadagni 4000 euro al mese abbia davvero qualche relazione con il merito della vignetta.

L’intensità degli ideali e del desiderio di difenderli non è inversamente proporzionale al conto in banca, e nemmeno direttamente: sono due cose che tra loro possono, e dovrebbero, non avere alcuna relazione.

Ciononostante, sul fatidico uomo della strada la retorica del “se guadagni tanto devi stare zitto” ha l’effetto dell’ipnosi. Funziona da dio. Se hai i soldi, hai qualche colpa. Oppure sei immanicato. Comunque, se ti lamenti, sputi nel piatto in cui mangi.

L’efficacia di questa retorica ci rivela diverse (brutte) cose. Ne cito un paio.
La prima è che molte persone ritengono che sia solo la quantità del conto in banca a determinare il modo di pensare di un persona, al di là della sua storia personale, professionale, il bagaglio culturale, i gusti o le inclinazioni.  Persino al di là della qualità di quel denaro: è guadaganto onestamente, rubato, truffato, ereditato, vinto al gioco, riciclato? Il denaro: sotto un tot, dì quel che vuoi; sopra una determinata cifra ma sotto un’altra, pensa pure ma attento a quello che dici; oltre, stai zitto e fatti i cazzi tuoi.

La seconda (che potrebbe anche essere la prima) è che l’unica cosa che conta nella vita è fare soldi: quando li hai fatti, è inutile che continui a rompere i coglioni. A che serve? I soldi già ce li hai. Se lo Stato (o chi per lui) ti ricopre di denaro, non è certo per farsi criticare. Se il sistema ti ha dato la possibilità d arricchirti, non è buon gusto mettere i baston tra le ruote. Quello che volevi l’hai avuto.
Santoro non è quindi pagato profumantamente per fare il giornalista, ma per far finta di farlo senza rompere le scatole ai suoi datori di lavoro (che in teoria sarebbero i cittadini: ecco perchè questa retorica è un boomerang).

Questo è il pensiero comune: chi sei, e cosa puoi dire, dipende solo da quanto guadagni, un po’ meno da come, per niente da quello che pensi.

Per fortuna che io sono solo un disgraziato.