Audiolibri: dentro e fuori dal tunnel

Antefatto.

Ho iniziato per pigrizia, lo ammetto. E pensavo di poter smettere quando volevo.
Sapete, uno non ha mai abbastanza tempo per leggere tutto quello che vorrebbe. Figuriamoci quello che dovrebbe.

Per dire: dovevo leggere Tolstoj, dunque ho preso “Guerra e Pace” e l’ho messo sul comodino. Un po’ debole come prima mossa, me ne rendo conto: ma da qualche parte bisogna pur iniziare. Naturalmente non sono mai andato oltre le prime cinquanta pagine (che equivale ad averne lette cinque). Ammettiamolo: è impossibile affrontare un’opera del genere a cinque pagine strappate al sonno alla volta. Al solo leggere il nome della principessa Marja Nikolajevna Bolkonskaja gli occhi mi si incrociavano come in una specie di crisi epilettica e lo stordimento era tale che dopo poche righe cadevo svenuto.  Per fortuna ero a letto.

Alla fine “Guerra e Pace” è diventata la pietra angolare che regge quella specie di Torre Biblica (nel senso di libresca) che dal mio comodino sto innalzando al Cielo a colpi di libri iniziati, mangiucchiati, surclassati. Dio mi punirà? Lo spero: è un modo come un altro per conoscerlo.

Comunque: il pallino di “Guerra e Pace” m’è rimasto piantato tra le orecchie, finché non ho sentito parlare degli audiolibri. A dire il vero ne avevo già sentito parlare, e li avevo sempre snobbati come immagino faccia chiunque si ritenga un lettore e non un ascoltatore. Però tra me e me mi son sorpreso a tramare: e se io “Guerra e Pace” me lo ascoltassi nelle cuffiette al posto della musica mentre piscio il cane o vado in bici o cose del genere? Sarebbe come barare? E chi lo verrebbe mai a sapere? E soprattutto, chi se ne frega? Potrei tenermi un Palahniuk o un saggio sul Punk da leggere prima di dormire, e Tolstoj lasciarlo scivolare dentro le orecchie, senza sforzo.

La Prima Volta.

Solleticato dall’idea, mi lancio a caccia di audiolibri. Non c’è bisogno che dica dove. I primi due che riesco, come dire, a procurarmi sono “Una storia semplice” di Sciascia -letta niente di meno che da Toni Servillo-, e “Caos Calmo” letto da Veronesi Sandro in persona.

Inizio con Sciascia, ovvero con Servillo, perché è più breve: non so che effetto possa farmi, meglio assaggiare una piccola dose.
Lo ascolto durante una lunga passeggiata col cane. Il primo impatto è curioso: abituato alla musica, appena premuto play, il mio cervello prende immediatamente a pensare ai cazzi suoi, che sono anche miei ma in circostanze di relax tendo a delegare. Immediatamente, io e il mio cervello ci accorgiamo che così non va. Bisogna stare attenti. Non è il solito tappeto rosso su cui far sfilare le idee. Qui bisogna ascoltare.

Tempo di raccogliere la cacca del cane, ed entro immediatamente nell’ottica. Tutti i miei neuroni si appostano vicino ai timpani, il mondo esterno sfila davanti ai miei occhi come una pellicola. E scivolo via, succhiato dalla storia.  Divoro “Una storia semplice” allungando all’infinito la passeggiata col cane, o forse sono Sciascia e Servillo che divorano me. Perché mi rendo subito conto che sono di fronte ad una sorta di processo inverso, rispetto a quello della lettura: non sono io che divoro la storia, è lei che divora me. Io sono passivo e attento come il foglio di carta, pronto ad assorbire le parole come fossero d’inchiostro.
Bellissimo.

Il Tunnel.

Passo a “Caos calmo” con la brama del sedicenne che scopre un’emozione nuova e non chiede altro che reiterarla. Compulsivamente. Una roba come la prima pippa o la prima canna, per intenderci. Sempre che siate maschi e abbiate fumato almeno due canne. Ma suppongo di esser stato chiaro.

L’effetto già dirompente di “Una storia semplice” è moltiplicato. La qualità della registrazione è nettamente superiore, la vicenda più intima, la scrittura è notevole e probabilmente un libro letto dal suo stesso autore non ha paragoni. Mi aggancia definitivamente. Arrivo rapidamente al punto di inventarmi commissioni da fare e pisciate aggiuntive del cane solo per ascoltare ancora un poco delle vicende di Pietro Palladini.

Ed eccomi sparato nel tunnel, senza accorgermene nemmeno. Felice e contento. Ossessionato dall’idea di un nuovo ascolto. Si dice che parte integrante del piacere sperimentato dai tossici sia il cosiddetto “flash dell’ago”, cioè l’incommensurabile sensazione che quei meschini provano piantandosi l’ago nella vena. Bè, credo di aver provato qualcosa di simile piantandomi le cuffiette nell’orecchio e schiacciando play. Santodio sì.

L’ascolto di “Caos Calmo” ha rapidamente sostituito anche la lettura notturna. Dio, che godere chiudere gli occhi al buio e abbandonarsi alla voce di Veronesi, così virile e insieme così dolce e calda nella sua rotondità toscana (credo sia il picco più elevato di omosessualità che ho mai raggiunto in vita mia. Per inciso, e senza nulla contro i gay, sono sposato e ho una bambina).

Effetti psicotropi e sindrome d’astinenza.

Quando Caos Calmo è finito, ho provato un senso di smarrimento nuovo e potente. Giuro. Se avete mai provato a smettere di fumare sapete di cosa parlo. Mi sono sentito solo, più di quando ho finito “Quella sera dorata” di Cameron, che pure mi ha folgorato e probabilmente è superiore a “Caos Calmo” (a livello formale, intendo).

Mi mancava drammaticamente la voce di Sandro (ormai lo chiamo per nome, mi sento intimo: dopotutto, ha sussurrato nelle mie orecchie per un paio di settimane), le vicende di Palladini, e soprattutto l’atmosfera, lo stato mentale in cui l’ascolto mi immergeva e il mondo mi scivolava davanti agli occhi, distante.

L’audiolibro è l’immersività totale. Tutti i sensi tranne l’udito vengono ridotti alle funzioni appena sufficienti  ad evitare di finire investiti o accorgersi se si sta prendendo fuoco.

All’inizio, ad esempio, pensavo di poter ascoltare “Caos Calmo” anche facendo la spesa. Invece no. È semplicemente impossibile. O ascolti, o pensi. E se pensi, devi riavvolgere. E se devi riavvolgere, hai spezzato l’incantesimo (che per fortuna si ravviva in pochi istanti, ma è fastidioso).

Questa esclusione cognitiva del mondo esterno, curiosamente, non significa che tu non veda quello che ti circonda. In effetti, è solo apparente. Tu non te ne rendi conto, ma i tuoi neuroni, zitti zitti, si dan da fare e registrano tutto. Il che ci porta all’effetto psicotropo più interessante degli audiolibri: la reminiscenza.

Se ti capita di riascoltare una frase o un brano già ascoltato, incredibilmente ti torna in mente dov’eri e cosa hai visto nel momento in cui ascoltavi quella parte per la prima volta. Con una precisione formidabile. E funziona anche al contrario: vedere una scena o un luogo può riportarti al punto del romanzo che stavi ascoltando mentre hai osservato lo stesso luogo o una scena simile, senza rendertene conto. Pazzesco.

Insomma, finito “Caos calmo” ho passato un brutto down. Ero in carenza e non trovavo un audiolibro che mi desse le stesse emozioni. Mi sono sparato un po’ di racconti, uno dietro l’altro. Ho passato ore in rete e mi sono, ehm, procurato tutti (ma proprio tutti) gli audiolibri reperibili. Persino alcuni letti da una voce elettronica (credo che sia l’ultimo stadio della dipendenza, una roba tipo sniffare i solventi: cancellati dall’hard disk). E ci ho dato dentro. Alla ricerca febbrile di quelle stesse sensazioni. Ho provato con Hemingway (Per chi suona la campana), Moravia (gli Indifferenti), infine lui, “Guerra e Pace”. Niente da fare. Di “Guerra e Pace” ho ascoltato persino meno di quanto non abbia letto.

Fuori dal Tunnel.

E questo mi ha fatto un gran bene. Non continuare Guerra e Pace nemmeno su audiolibro, voglio dire. Segno che stavo guarendo. Che il punto non è l’audiolibro in sé, ma la storia e il modo in cui è raccontata. Proprio come i libri. E anche che, evidentemente, Guerra e Pace non fa per me. Nell’audiolibro, il Conte Bezuchov suonava inevitabilmente come Conte Besugo, a netto detrimento della solennità dell’opera.

Ora sto meglio. Riprendere a leggere mi ha aiutato a star lontano dal trip degli audiolibri. E a ritrovare un equilibrio: la sera mi leggo Veronesi (“Brucia Troia”, ma prima o poi voglio sperimentare l’effetto di “Caos Calmo” su carta), e mentre piscio il cane o vado a spasso ascolto “Lessico Familiare” della Ginzburg. Con molta calma. Quel che l’audiolibro non riesce a darmi, me lo prendo dal cartalibro.

Insomma, viva l’audiolibro. Ma non illudetevi che vi ficcherà in testa i libri che non riuscite a leggere.  Per quello non c’è niente da fare. Ma non angustiatevi. Nessuno è obbligato a leggere tutto, a meno che non lo paghino. E fateci caso: a rompere le balle su “Guerra e Pace” sono critici letterari e i professori a scuola. Tutta gente pagata per leggere.

Comunque: il miglior consiglio che posso dare è: procuratevi l’audiolibro di un romanzo che vi è piaciuto. Raggiungerete l’estasi.

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Una coltre di cocaina avvolge l’Europa e bla bla bla

Come ogni anno, i prossimi due giorni (ma forse meno) saranno incendiati dall’allarme cocaina. Secondo l’annuale rapporto dell’EMCDDA (l’Osservatorio europeo sulle droghe), i consumi della polvere bianca sono in aumento (lo sono da dieci anni, con una leggera flessione a cavallo del millennio). I commentatori si affanneranno per spiegare il perché e il percome con le solite vecchie formule (i valori, i giovani, la trasgressione…), e le persone, legittimamente, reagiranno con la stessa paura, o con lo stesso scandalizzato disinteresse di sempre. Scrivo queste righe per dovere, quasi per riflesso condizionato da un passato speso allo studio del “fenomeno del consumo”, e ora accantonato per saturazione. Mi rendo conto che la questione mi interessa sempre meno. Mi ritroverei comunque a dire le stesse cose anche io, e sono stanco.

Ma lo faccio: rispetto per l’ultima volta una tradizione che mi sono imposto (cercate nel blog e troverete).

La gente usa la cocaina non perché la criminalità organizzata la costringe (è piuttosto il proibizionismo a costringere i consumatori a rivolgersi alla criminalità), ma perché il nostro sistema di sviluppo, il nostro immaginario del “no limits”, la filosofia del “tutto e subito” spinge sempre più persone a cercare supporti per migliorare le proprie prestazioni produttive, sociali o ricreative. E’ il consumismo, baby. E la droga è una merce. La gente si droga (oggi: la gente si è sempre drogata, per ragioni diverse) perché non sa più prendersi una pausa neppure quando è libero di farlo, ad esempio. Ma non per evadere: per starci dentro (ecco la novità, vecchia ormai di trent’anni).

Come in ogni epoca e in ogni società, la droga, nella maggior parte dei casi, non è affatto devianza: la droga è coerenza. La droga risponde ad esigenze, e le esigenze le crea, nella maggioranza dei casi, la società in cui il suo consumo si manifesta (la gran parte delle persone che l’immaginario dominante considera tossici non stanno ai margini delle strade a battere moneta: quelli sono i casi limite, come la maggior parte degli automobilisti non finisce la propria carriera contro un albero). Da sempre, l’astinenza è l’eccezione, non la norma, con buona pace dei proibizionisti che non disdegnano, legittimamente, un buon bicchiere di vino e una bella sigaretta. Il problema non è l’intossicazione: il problema è il controllo sociale dell’intossicazione. L’alcol è una droga sotto controllo (ancora per poco, forse). Impossibile chiedere alla gente di non drogarsi, possibile cercare di capire come controllare il fenomeno.

Riflettere su come diminuire la domanda di droga significa riflettere sul nostro stile di vita. C’è una marca di integratori energetici che si pubblicizza come capace di farti superare i tuoi limiti di povero essere umano. C’è un marchio di moda “giovane” che si rivolge a chi “non ha paura di esagerare” (sponsor de “Le Iene” di quest’anno). C’è una bevanda che ti mette le ali.

Poi c’è la cocaina, che queste cose le fa davvero.

Ma chiede un prezzo.

Per sempre più persone, vale la pena di pagarlo. Perché finchè non saranno pinzati col naso nel sacco,  e biasimati e dipsprezzati e giustamente compatiti, la società sarà ai loro piedi.

Ci si vede al prossimo allarme (forse).

“Il Piccione Fortunato”: Brevissimo e toccante documentario sul gioco d’azzardo

Meno di dieci minuti per tracciare l’universo emotivo e simbolico del gioco d’azzardo: quello del popolo, non dei casinò; quello della sorte matrigna, delle speranze e degli scongiuri, non quello dei campionati mondiali di poker.

Forse non tutti sanno che:

L’Italia è tra i primi Paesi al mondo per volume di affari legato al gioco d’azzardo legale e per numero di giocatori;

L’industria del gioco è al terzo posto per fatturato (dopo ENI e FIAT): nel 2008 il giro di affari ha toccato i 50 miliardi di euro;

Il fatturato dell’industria del gioco è aumentato nonostante la crisi economica: il 78% degli italiani ha giocato almeno una volta nel 2008;

In Italia sono più i luoghi dove è possibile giocare (più di 16.000) che gli uffici postali o le caserme dei carabinieri;

Nel 1990 le occasioni di gioco settimananali erano 3: totocalcio, lotto e ippica. Oggi sono 10, a cui aggiungere lotterie istantanee, sale bingo, videopoker e gioco online;

Il costo sociale della diffusione del gioco consiste nell’aumento del numero di giocatori patologici e di coloro che fanno ricorso all’usura.

Fonte EURISPES

Il Libro Bianco sulla Fini-Giovanardi

Da Fuoriluogo.it

scarica subito il PDF del Libro Bianco sulla Fini Giovanardi

Presentato a Trieste il Libro Bianco sulla Fini-Giovanardi

Le associazioni Antigone, Forum Droghe e La società della Ragione hanno presentato oggi a Trieste il “Libro bianco sulla Fini Giovanardi” (l. 49/2006). Nel rapporto sono illustrati e commentati i dati sulle conseguenze penali e sulle sanzioni amministrative della legge.

In primo luogo, occorre registrare che è aumentato notevolmente il numero dei tossicodipendenti presenti in carcere. Subito prima dell’approvazione dell’indulto (varato nel luglio 2006) i tossicodipendenti in carcere erano il 26,4% dei detenuti. Con l’indulto la percentuale è scesa notevolmente (21,4%), perché i tossicodipendenti sono spesso condannati per reati di modesta entità, e quindi molti di essi hanno potuto beneficiare del provvedimento. Nonostante questo, già alla fine del 2007 la percentuale di tossicodipendenti in carcere era risalita al 27,6%. Il numero dei tossicodipendenti detenuti cresce, dunque, con una velocità mai vista prima. Il fenomeno è ormai fuori controllo.
Rispetto a prima dell’indulto, infatti, cresce del 3,6% la percentuale di persone che quotidianamente entrano in carcere dalla libertà per violazione dell’art. 73 del DPR 309/90 (cioè l’imputazione di reato che riguarda la produzione, traffico e detenzione illeciti di sostanze stupefacenti o psicotrope), ma soprattutto aumenta l’ingresso dei tossicodipendenti: +8,4%. E se si entra facilmente, non altrettanto facilmente poi si esce. Il numero delle misure alternative è ancora fermo ad un quinto rispetto a quelle concesse alla metà del 2006.

Un dato fondamentale per comprendere quanto la legge Fini Giovanardi stia cominciando a incidere sulle imputazioni di reato riguarda i procedimenti pendenti. Rispetto a prima dell’approvazione dell’indulto, cresce del 31,5% il numero dei procedimenti pendenti per art. 73, e addirittura del 44,5% il numero di persone implicate in tali procedimenti. La macchina della criminalizzazione è lanciata a pieno regime, e gli effetti – che già si vedono sul sistema penitenziario per i tossicodipendenti – sono destinati ad aggravarsi.
Il dato relativo al numero delle persone in carcere (anche) per spaccio, tuttavia, resta invece per il momento stabile, per quanto comunque impressionante. Alla metà del 2008 il 38,2% dei detenuti è ristretto per l’art. 73, e addirittura il 49,5% dei detenuti stranieri. L’impatto del reato di spaccio sul carcere è incomparabile rispetto a qualunque altro reato per numero di presenze negli istituti di pena.
Ciò si spiega con il fatto che la legge Fini Giovanardi ha provocato una forte impennata nelle imputazioni, ma non ancora negli ingressi in carcere, ad eccezione – come detto sopra – dei tossicodipendenti.

È da segnalare che questa impennata nelle imputazioni (e, presumibilmente, tra non molto, negli ingressi in carcere), a seguito dell’approvazione della Legge Fini Giovanardi, non evidenzia una maggiore capacità di colpire il traffico di stupefacenti, quanto la volontà di punire o persone che, in realtà, detengono per proprio uso le sostanze ma assai più facilmente possono essere accusate di un reato che comporta dai 6 ai 20 anni di carcere o il piccolo spacciatore, italiano o immigrato, spesso tossicodipendente, che sopravvive e/o si procura le proprie dosi attraverso un’attività di spaccio “al minuto”. Ancora una volta, a pagare sono i più deboli, le principali vittime dell’ondata securitaria che ha investito il nostro Paese.

Infine, è da rilevare che è in aumento anche il numero delle sanzioni amministrative: al 31-12-2008 sono addirittura +62,6% rispetto al 2004.

Scarica il PDF librobiancofinigiovanardi

La cocaina è una droga leggera? Sì. E no.

cocainaSecondo un sondaggio eseguito a Roma qualche tempo fa, un giovane (14-19 anni) su due è convinto che la cocaina sia una droga leggera. Roba da far rigirare nella tomba persino Pablo Escobar.

Come è possibile che i ragazzi oggi siano così disinformati da ritenere il consumo di cocaina roba da poco?
Per provare a rispondere, partiamo da una considerazione apparentemente banale. Se agli stessi ragazzi avessero domandato “L’alcol è una droga?”, forse ben più del 50% avrebbero risposto di no. Se gli avessero chiesto, più precisamente, se “l’alcol è una droga pesante o leggera”, la stragrande maggioranza avrebbe propeso per la seconda ipotesi. Questo, nonostante ogni ricerca scientifica nel campo degli intossicanti identifichi l’alcol come sostanza “pesante”  e potenzialmente molto pericolosa (qui, un esempio tra i più celebri).

A determinare la pericolosità di una sostanza (reale e percepita) giocano due fattori.
Il primo è medico-biologico: indica la probabilità che una determinata sostanza provochi precisi problemi di salute; il secondo è socio-culturale: dipende dal grado di controllo sociale e culturale a cui quella sostanza è sottoposto, dal modo in cui viene consumata, e dalla percezione proiettata dall’immaginario collettivo.

Sebbene sia una sostanza potenzialmente molto pericolosa, l’alcol non è nemmeno considerata una “droga”, nella nostra cultura: il suo uso è talmente antico e radicato, che riteniamo di essere perfettamente in grado di controllarne il consumo, e nella maggior parte dei casi abbiamo ragione (rimando qui, per un argomentazione approfondita, dato che ne ho già parlato). L’alcol, per usare un termine sempre più in voga negli ultimi anni, è “normalizzato” da millenni di utilizzo.

La cocaina è invece una “droga” a tutti gli effetti: sono noti i pericoli a cui il suo uso conduce, e il suo consumo rappresenta una pratica deviante, perciò inaccettabile. O almeno lo era.
Oggi, il suo utilizzo (che, lo ricordiamo, se pur in espansione riguarda ancora una fetta esigua della popolazione) interessa trasversalmente ogni strato economico, culturale e sociale della nostra società: non vuol dire che tutti tirano cocaina, ma che in ogni segmento sociale è possibile rintracciarne l’uso.
Ma attenzione: l’uso, non la dipendenza, e nemmeno necessariamente l’abuso.

Esattamente come la droga pesante “alcol”, la cocaina può essere utilizzata occasionalmente e in maniera controllata. Ci sono fior di studi che lo dimostrano (ne ho parlato qui). E, a prescindere dall’immaginario che il non-consumatore ha del consumatore di cocaina (squilibrato sull’immagine del “tossico”), la maggior parte dei consumatori contati nelle statistiche ne fa un uso controllato, limitato ai fine settimana, ai momenti conviviali: ricreativo, insomma. E non patisce (almeno inizialmente), particolari problemi.

Un quindicenne che consuma (o che frequenta gente che consuma), in un contesto sociale in cui, in determinate circostanze è considerato “normale” vedere persone che sniffano (nei bar, nelle discoteche, ai concerti), non vede nulla del “mostro” che la società gli descrive quando parla di cocaina. Vede gente allegra, che si diverte e balla tutta la notte. Che poi torna a scuola o al lavoro e, nella maggior parte dei casi, non utilizza almeno fino al seguente week end. Nell’arco della vita, poi, conclusa l’età della “sperimentazione” e del fancazzismo, smette del tutto perché gli impegni sociali e lavorativi glielo impongono (a meno che la sostanza non rientri dalla finestra proprio come supporto lavorativo o strategia di fronteggiamento dello stress).

Per i quindicenni, la cocaina non risulta essere una sostanza pesante più di quanto non risulta esserlo l’alcol:  i consigli dei medici e le giusta,mente preoccupate raccomandazioni dei genitori, che dipingono la sostanza come un “mostro” inarrestabile, semplicemente non corrispondono a quello che i ragazzi vedono.

Si può anche parlare di disinfornmazione: è vero, i giovani sanno poco di droghe.
Ma spesso ne sanno di più degli adulti.
Questa disinformazion è figlia dell’allarmismo, della falsità che sta dietro al consenso che il consumo di alcol riceve e alla stigmatizzazione del consumo di altre droghe.

Perché l’alcol può essere consumato “con responsabilità”, e la cocaina no? Nella realtà, è possibile: non auspicabile, certo. Ma possibile. I giovani lo sanno perché lo fanno, e vedono farlo.
A livello pubblico, la nostra società ha già fatto di tutto per ribadire che la droga uccide, rende schiavi, trasforma in criminali. Da quasi un secolo. Non ha funzionato. Perché allora non smetterla di raccontarsi balle, e cominciare ad applicare una nuova strategia (peraltro già in vigore in Nord Europa, con ottimi risultati), basata sulla verità, piuttosto che sugli allarmsmi?

Diciamo pure, allora, che la droga fa male.
Ma spieghiamo perché, e quando fa male. Istruiamo i giovani, che tanto useranno comunque, a usare con la testa. “Normalizziamo” il consumo, ma nel senso di fornire norme e strumenti per rendere l’utilizzo il meno rischioso possibile. Solo così l’idea che hanno i giovani della cocaina, eccessivamente sbilanciata verso i benefici, incontrerà quella pubblica, eccessivamente squilibrata sui rischi.
E’ l’unica strada.

Trieste è vicina.

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DA FUORILUOGO.IT

A metà marzo si svolgerà la V Conferenza Nazionale prevista dalla legge per valutare l’efficacia della politica e della normativa sulle droghe. L’ultima pseudo-conferenza organizzata a Palermo nel 2005 si rivelò non solo un fallimento – per la quasi totale assenza del mondo delle professioni, delle scienze e delle associazioni- ma uno scacco della partecipazione, del confronto e della valutazione scientifica. Organizzata senza alcun percorso partecipato e con l’evidente intenzione di non discutere bensì di celebrare l’inasprimento penale che si sarebbe concretizzato di lì a poco con l’approvazione di una nuova normativa per decreto-legge (l.49/06), l’assise di Palermo fu poco più di una riunione tra pochi fedeli a porte chiuse.

Il vasto movimento di opposizione alla svolta punitiva decise per protesta di disertare Palermo e il Cartello “Non incarcerate il nostro crescere”, insieme alle Regioni, promosse all’Università La sapienza di Roma una Contro-conferenza, in cui fu presentata una articolata piattaforma di riforma della politica delle droghe, con al primo posto la cancellazione della legge Fini-Giovanardi.

Purtroppo il Governo Prodi deluse le aspettative di cancellazione di quella normativa.
Di fronte a questo appuntamento, come operatori, scienziati, cittadini, consumatori e associazioni, siamo preoccupati di assistere a una penosa ripetizione di un’esperienza autocelebrativa. Soprattutto temiamo che si voglia utilizzare il palcoscenico della conferenza per piegare la scienza al servizio della politica: da un lato riducendo la complessità del fenomeno del consumo di droghe ai soli fattori biologici, dando visibilità unicamente alle neuroscienze; dall’altro enfatizzando taluni approcci e studi (utilizzabili in chiave di dissuasione terroristica) e accuratamente ignorando altri. Ne è un esempio la nuova campagna di prevenzione sulla droga-bruciacervello, in linea col più vetusto ( e contestato anche sul piano dell’efficacia del messaggio) scare-approach.
Vogliamo che la Conferenza sia una occasione per la partecipazione, il confronto fra operatori e utenti dei servizi, la valutazione scientifica a tutto campo, la verifica seria delle politiche pubbliche.

Queste sono per noi le questioni che riteniamo fondamentali per rendere la Conferenza un appuntamento degno di questo nome:
1. Scrivere l’agenda – scientifica, sociale e delle politiche pubbliche – della Conferenza attivando una partecipazione reale, plurale, dotata di parola, fornendo a questa partecipazione luoghi e percorsi. E’ necessario operare subito poiché a tutt’oggi non risulta alcuna iniziativa per l’attivazione di un processo partecipativo reale, come avvenuto per altre conferenze in passato, in particolare quelle di Napoli e Genova.
2. Avviare una seria valutazione delle politiche pubbliche, mettendo come primo punto all’ordine del giorno la valutazione della legge 49/2006 e in particolari i suoi effetti sulla carcerazione.
3. Promuovere un ampio dibattito sulla rete dei servizi, che da tempo denuncia una crisi e perfino un collasso: con un occhio particolare alla riduzione del danno, ridimensionata anche dalle politiche locali di sicurezza e tolleranza zero.
4. Prevedere un confronto su tutte le esperienze internazionali di nuovi servizi e interventi che risultino oggetto di studi di valutazione con esito favorevole, senza pregiudiziali ideologiche.
5. Rispettare la multidimensionalità del fenomeno, il pluralismo degli approcci scientifici, la vivacità del dibattito scientifico stesso, garantendo – attraverso una propedeutica sollecitazione e partecipazione attiva – presa di parola da parte dei tanti sguardi che indagano, studiano, sperimentano.
6. Dare ascolto ai consumatori di sostanze come cittadini a pieno titolo titolari di diritti e voce sulle proprie vite, nel rispetto delle scelte di vita e delle diverse culture, assicurando loro presenza, rappresentanza e parola con pari dignità.
7. Dare un adeguato spazio alle regioni e alle città, per valorizzare le particolarità locali e l’approccio pragmatico degli interventi sul territorio.

In ogni caso ci impegniamo ad organizzare, dentro e fuori la Conferenza, momenti pubblici aperti per una discussione libera, sia scientifica che politica, a partire dalla valutazione delle politiche internazionali che saranno oggetto di verifica al meeting Onu di Vienna del marzo 2009.

Primi firmatari
Stefano Anastasia, Lucio Babolin, Maurizio Baruffi, Hassan Bassi, Bea Bassini, Stefano Bertoletti, Giorgio Bignami, Gianluca Borghi, Giuseppe Bortone, Stefano Carboni, Vanna Cerrato,Claudio Cippitelli, Tiziana Codenotti, Maurizio Coletti, Franco Corleone, Paolo Crocchiolo, Antonio D’Alessandro, Carlo De Angelis, Riccardo De Facci, Sandro Del Fattore, Felice Di Lernia, Barbara Diolaiti, Leonardo Fiorentini, Don Andrea Gallo, Maria Grazia Giannichedda, Patrizio Gonnella, Marina Impallomeni, Paolo Jarre, Sandro Libianchi, Franco Marcomini, Alessandro Margara, Henri Margaron, Patrizia Meringolo, Alessandro Metz, Mariella Orsi, Valentino Patussi, Morena Piccinini, Edoardo Polidori, Susanna Ronconi, Fabio Scaltritti, Maria Pia Scarciglia, Sergio Segio, Maria Stagnitta, Stefano Vecchio, Andrea Vendramin, don Armando Zappolini, Grazia Zuffa

Trieste è vicina, l’azione on line:

  • leggi l’appello e aderisci on line.
  • aderisci e incatenati con il tuo blog: copia questo post (comprese queste istruzioni e la lista dei blog che hanno aderito), inseriscilo nel tuo blog e mettendo nei tag “trieste è vicina”, e segnalaci l’adesione con un commento al post. Troverai qui sotto la lista aggiornata dei blog che si sono incatenati.

Sinora hanno aderito alla catena: il blog di Fuoriluogo.itIl Blog di Franco Corleone, fioreblog, Verdi di Ferrara, Il blog di Maurizio Baruffi, Marcello Saponaro, ilKuda, Alternative per Coriano, Pippo il trucido, Movimento Indipendente delle Dipendenze.

Pensiero laterale, vaiolo, cocaina. L’importanza di cambiare prospettiva

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Edward Jenner

Nel suo interessante libretto “Il pensiero laterale. Come diventare creativi”, il medico e psicologo maltese Edward De Bono, teorico dell’utilissimo (e sovversivo!) “pensiero laterale“, ci racconta come le più grandi scoperte scientifiche spesso siano state frutto di  repentini egeniali cambi di prospettiva sul problema, più che all’approfondimento degli studi e l’affinamento dei metodi.

De Bono ci porta l’esempio, tra i tanti, di Edward Jenner, lo scienziato inglese che alla fine del XVII secolo scoprì il vaccino che ha liberato il mondo dal flagello del vaiolo.

Jenner ebbe un’intuizione geniale (e ovvia solo a posteriori, come accade con tutte le intuizioni riconducibili al “pensiero laterale”): piuttosto che concentrare le ricerche sulle persone già ammalate di vaiolo, pensò di spostare l’attenzione su coloro che non contraevano il virus.

All’epoca (e questo De Bono non lo racconta, forse perché avrebbe sottratto fascino al suo aneddoto) circolava una diceria popolare secondo cui chi viveva a stretto contatto con bovini ed equini, solitamente risultava immune al virus. Non c’era ragione scientifica per dar credito a tali dicerie (oltretutto si era in pieno illuminismo), eppure Jenner decise di prenderle in considerazione: scoprì così che chi, come le mungitrici o i soldati a cavallo, era stato a contatto con la variante bovina o equina del virus, innocua per gli esseri umani, restava immunizzato anche da quella umana. Ed ecco il vaccino.

Nello studio di una malattia (o di un problema) la nostra forma mentis (logica, positivista, empirica) ci spinge automaticamente a studiare chi ha contratto quella malattia, o è alle prese con quel problema, non il contrario. E’ logico. Eppure, a Jenner è bastato un leggero cambio di prospettiva (suggerito dalla tradizione popolare) per sconfiggere uno dei più tremendi flagelli della sua epoca.

Ora, questi cambi di prospettiva sono tanto utili quanto poco frequenti: per effettuarli, occorre essere pronti a rinunciare a pensare nel modo in cui tutti son abituati fin da bambini, oltre che a mettere in dubbio tutto quello che si crede di sapere. Prendiamo, tanto per essere originali, la questione del consumo di droga e della tossicodipendenza. Si tratta di un campo di indagine in cui, solitamente, si studia chi ha già sviluppato problematiche connesse al consumo di droghe o chi è già “tossicodipendente”, perché i soggetti studiati  (tanto dalla medicina quanto dalle scienze umane) provengono, nella stragrande maggioranza dei casi, da strutture di recupero, servizi sanitari, carceri e via dicendo. Si studia il “malato”, il “caso limite”, il tossicodipendente. Il malato di vaiolo, non l’immune. E su quello si costruisce tutta la teoria.

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Alfred Lindesmith

In pochi hanno avuto la brillante intuizione di andare alla ricerca di soggetti che consumino anche abitualmente sostanze, ma non sviluppino dipendenza o problematiche rilevanti, per capire cosa li distingua da chi diventa tossicodipendente. Pionieri di questi studi, dalla tradizione antica ma spesso ignorata (perché in contrasto con il pensiero dominante) sono stati studiosi come Alfred Lindesmith (che fu ache perseguitato negli USA per le sue idee) e Norman Zinberg, a cui ne sono seguiti molti altri.

Tra questi, spicca il giovane criminlogo belga Tom Decorte, che ha presentato i risultati dei suoi studi sull’uso controllato di cocaina nel corso della recente conferenza internazionale di Parigi dedicata ai rapporti tra droga e cultura (prima nel suo genere, soprattuttoper l’alto livello dei relatori e dell’audience). Per una descrizione più dettagliata degli studi di Decorte sulla “cocaina domata” (the taming of cocaine), e della loro importanza, rimando all’articolo di Grazia Zuffa (consigliando caldamente la lettura, godibile e interessante).

In breve, Decorte è partito proprio dal presupposto che gran parte delle conoscenze di carattere medico e psicosociale in merito al consumo di sostanze è parziale e falsata, dal momento che si basa sull’osservazione di campioni rappresentativi solo di coloro che hanno già sviluppato la problematica della dipendenza. Per capire l’impatto di questo errore di campionamento, provate (per assurdo) a pensare a che genere di idea avremmo delle autobobili e degli automobilisti se la nostra conoscenza dell’automobilismo si basasse solo sull’osservazione degli incidenti stradali: penseremmo che salire su un’automobile conduce inevitabilmente contro un albero.

Secondo Decorte, questo errore è in parte inevitabile, nel presente contesto culturale e sociale: la condizione di stigma e/o illegalità in cui il consumatore di una sostanza si trova lo porta inevitabilmente a restare nascosto almeno finchè non è costretto, per motivi di salute o dalla legge, a uscire allo scoperto.  Così, i consumatori problematici finiscono per sovrarappresentare l’niverso del consumo di sostanze, impedendone una conoscienza obbiettiva, e di conseguenza limitando le possibilità di risposta.

Decorte ha così seguito per più di un decennio un campione di 111 consumatori abituali di cocaina e crack di Anversa, reclutati non nei centri di recupero, nelle carceri, o nelle aree disagiate della città, ma tra la “gente comune”. Scoprendo ad esempio che di questo campione, solo il 5% ha sviluppato, nell’arco di 10 anni, una vera e propria dipendenza dalla cocaina: gli altri hanno attraversato fasi alterne di astinenza, consumo moderato e consumo pesante, riuscendo comunque sempre a fare in modo che il loro rapporto con la sostanza non interferisse negativamente con le relazioni personali o lavorative, ossia con la “normalità”.

decorte

Tom Decorte

Capire in cosa consistano i “sistemi di controllo” che permettono di “domare” una sostanza è (o almeno dovrebbe essere) la nuova sfida. E qui non si tratta di meccanismi chimici o biologici, ma socioculturali: identità del consumatore,  storia personale, universo relazionale, significati attribuiti all’uso, effetti ricercati, contesti di assunzione. Agli antipodi del determinismo farmacologico oggi dominante. E al confine di una landa ancora inesplorata.

Vorrei concludere provando, quasi per gioco, a portare l’approccio “laterale” (o “alla Jenner”) alla questione alle sue estreme conseguenze.

Immaginiamo di decidere di prendere in considerazione non solo chi ha un consumo moderato o controllato, ma anche chi non consuma affatto nessuna sostanza, legale o illegale che sia (la distinzione legale-illegale è assolutamente arbitraria, dato che tabacco e alcol danno dipendenza come tutte le altre “droghe”), per cercare di capire come mai riesce a mantenersi sempre astinente.

Ci troveremmo da subito in estrema difficoltà nell’identificare una persona simile, qualcuno che non solo non abbia mai nemmeno provato una sostanza illegale, o fatto mai un tiro di sigaretta, ma che si tenga costantemente alla larga anche dall’alcol e, per estrema precisione, non abbia mai bevuto ne tè nè caffè (che in effetti contengono principi psicoattivi dall’effetto eccitante).

Anche lasciando perdere tè e caffè, scopriremmo che le persone che non hanno neanche mai bevuto sono, al di sopra dei 15 anni di età, così poche da rappresentare loro stesse una forma di “devianza”. Scopriremmo cioè che è più “normale” usare sostanze (droghe!) in maniera controllata (pensate all’alcol) che non farlo. In questa prospettiva, anche l’idea di “tossicodipendenza” si ridimensionerebbe: non nella sua problematicità (che comunque si manifesta in modalità e intensità diverse in base a molti fattori, socioeconomici in primo luogo), ma nell’immaginario negativo che la rappresenta e che conduce allo stigma e alla vergogna, aspetti che non fanno che peggiorare e alimentare la condizione di “tossico”.

INTERVISTA A RADIO RAI SUL RAPPORTO DELL’OSSERVATORIO EUROPEO PER LE DROGHE E LE TOSSICODIPENDENZE

L’articolo sul “boom del consumo di cocaina” lanciato, secondo i media, dall’Osservatorio Europeo sulle Droghe e le Tossicodipendenze, ha suscitato un certo scalpore. Mi hanno addirittura intervistato telefonicamente per Radio Rai Notte, dopo che l’articolo è stato pubblicato su droghe.aduc. Se lo scrivo, è per pura e semplice autocelebrazione (mi è stato detto che è da stupidi non segnalare un’intervista alla radio, e odio passare per stupido).

Chi volesse ascoltare la mia nasalissima ed emozionatissima voce (andata in onda credo verso le 3 di notte: vengo presentato come “opinione fuori dal coro”), si doti, se già non ce l’ha, di “Real Player” e prema il pulsantino rosso con scritto “ascolta” in questa pagina. Il mio intervento, per chi ha fretta, inizia circa al 44° minuto.

Mi sentivo meno stupido se non dicevo niente, comunque. Forse è il caso che mi autoaggiunga al E CHI SE NE FREGA del mio blog.

GIORNALISTI, DROGA E STATISTICHE: IL SOLITO PASTICCIO

reportScoprirete o avete già scoperto sui giornali di oggi (e sentito nei TG di ieri), che è  disponibile l’ultimo rapporto dell’Osservatorio Europeo sulle Droghe e le Tossicodipendenze (EMCDDA), il quale, a sentire i mezzi di informazione, lancia (l’ennesimo) “allarme cocaina”; infatti, secondo i giornalisti, sarebbero 4 milioni gli europei che fanno uso di cocaina.
Cifre da capogiro? In realtà si tratta dell’1,2% della popolazione europea, ed è il risultato di una media, visto che da Paese a Paese i dati oscillano moltissimo (solo 4 Paesi hanno una prevalenza superiore all’1%, tra questi l’Italia).
Basta prendersi la briga di confrontare i dati 2008 con quelli 2007 per rendersi conto che il consumo di cocaina nell’ultimo anno è  in realtà diminuito: nel 2007 la percentuale media era infatti dell’1,3%.

Gli stessi redattori del Rapporto indicano che il consumo di sostanze stupefacenti illecite in Europa è “stabilizzato” (non si assite a una crescita maggiore rispetto agli anni scorsi) e che la vera questione oggi in dibattito riguarda gli aspetti economici, cioè la spesa pubblica in materia di droghe: non si sa bene quanto denaro venga speso, come e perché.

Ma ai giornalisti questo interessa relativamente: molto meglio lanciare l’ennesimo allarme.

la cifra di 4 milioni si riferisce al numero (medio) di persone che nell’arco dell’ultimo anno hanno consumato almeno una volta cocaina: non che sono cocainomani o che la usano cronicamente. Non “che fanno uso”, ma che “hanno provato”. E’ come indagare quanti maschi italiani hanno fatto cilecca a letto  almeno una volta nell’ultimo anno e poi proclamare che la percentuale risultante corrispinde agli impotenti italiani. Da notare che si tratta comunque di un passo avanti, per i giornalisti: fino all’altr’anno consideravano “tossicodipendenti” tutti coloro che almeno una volta nella vita avevano provato una determinata sostanza. Adesso almeno si basano sull’ultimo anno.

Il dato realmente utile ad indicare la problematicità del consumo di sostanze è quello riferito all’ultimo mese (meglio ancora all’ultima settimana): sono 2 milioni gli europei che hanno consumato cocaina negli ultimi 30 giorni. Questi consumatori possono essere considerati “problematici” più a buon diritto, anche se bisognerebbe incrociare questo dato con la prevalenza annuale e nell’arco della vita, per essere ragionevolmente sicuri che chi ha usato cocaina nell’ultimo mese non fosse anche alla prima esperienza.

Bisogna fare attenzione a come si interpretano e trasmettono i dati statistici: messa come la mettono i mezzi di informazione, sembra che usare cocaina sia una cosa normalissima. Sebbene si proceda effettivamente verso la “normalizzazione” dei consumi di cocaina e stimolanti in genere (che è simbolica, più che reale: il suo uso è considerato sempre più spesso “coerente” anche da chi se ne astiene), questi restano attestati a percentuali molto basse: se l’1,2% usa cocaina, significa che il 98,8% non lo fa. Come ha affermato anche Gregor Burkhart, responsabile dell’area prevenzione dell’EMCDDA, se si va  in giro a proclamare che tutti i giovani sono cocainomani,  l’effetto che si rischia di ottenere è che i giovani che non consumano si sentano “anormali”. Meglio affermare, sostiene Burkhart, che la maggior parte degli europei NON consuma cocaina: che è la verità, fa sentire “normali” anche i ragazzi che non “sniffano”, e non sminuisce per nulla la questione.

Ci si domanda, inoltre, perché quell’1,2%, media che comprende la poplazione dai 15 ai 64 anni, dovrebbe preoccupare di più del fatto che la media di consumo di alcol procapite in Europa si attesta a 15 litri l’anno (dati 2006; sono 26 mila in media le morti alcol-correlate all’anno in Italia), o del fatto che il 90% dei giovani di 15-16 anni ha bevuto alcol almeno una volta nella vita (dati 2006), ma non è considerata, per fortuna, alcolista. Per non parlare poi del tabacco: il consumo viene scoraggiato sempre più insistentemente a livello europeo, ma contemporaneamente la sua coltivazione viene sovvenzionata con i soldi dei contribuenti.

E’ comprensibile l’allarme per l’aumento dei consumi di droghe, l’allarmismo no. Allarmismo più incoerenza sono una miscela micidiale: si vede chiaramente, basta aprire gli occhi.

L’ultimo elemento evidenziato dai giornali (indico la Repubblica come riferimento, ma tutti travisano allo stesso modo, dato che la prima travisatrice è l’ANSA stessa), in bilico tra l’assurdo e il ridicolo, ma in realtà drammaticamente coerente con la visione pubblicamente condivisa della questione, è l’idea che l’aumento dei consumi sia sostanzialmente dovuto da un lato alla (presunta) maggior disponibilità di “droga”, e dall’altro alle “strategie di marketing” messe in atto dal narcotraffico globale. Imputare la responsabilità di tutto questo alla criminalità organizzata può apparire ovvio e scontato: sono loro che vendono la droga. Ma è anche un modo semplice ed efficace per eludere il fatto che la responsabilità dell’aumento dei consumi risiede nel nostro stile di vita, non nelle velleità dei criminali, i quali, da bravi e schifosi avvoltoi,  abituati a occupare i vuoti lasciati dalle istituzioni, non fanno che intercettare (e soddisfare) un bisogno inculcatoci dal nostro stesso sistema di sviluppo: il bisogno della prestazione a tutti i costi, del primato, del superamento dei limiti.

(Questo articolo è apparso su droghe.aduc.it.)