La verità sul vino. Riflessioni su droga e scienza

Tra le antiche mura del Castello di Grinzane Cavour, nel cuore di uno dei più noti e suggestivi panorami viticoli d’Italia, è stato presentato il volume “La Verità sul Vino – Come, quando, perché il vino fa bene”, redatto dall’Osservatorio Nazionale sul Consumo Consapevole del Vino. La tesi dell’opera, sostenuta da una selezione di autorevoli studi scientifici internazionali, è che bere con moderazione giova alla salute: il resveratrolo, il più noto principio attivo presente nel vino, avrebbe infatti effetti positivi sul rallentamento del processo di invecchiamento delle cellule, sulla prevenzione del morbo di Alzahimer, sul miglioramento del controllo del diabete, oltre a proteggere il sistema cardiovascolare.

Da cosa nasce la necessità di difendere le proprietà benefiche dell’alcolico per eccellenza? Dall’allarme alcol, che diffondendosi spaventoso nelle coscienze dei cittadini attraverso gli allarmismi mediatici rischia di incrinare l’immagine del vino, il più sacro degli alcolici.

Sono assolutamente d’accordo: demonizzare è sempre inutile, e sebbene io sia un pessimo bevitore e sia tutto tranne che un enologo, ritengo che la tradizione del vino, in Italia, sia cosa importante.

Il punto è che è davvero istruttivo accostare questa levata di scudi in difesa di quella che è, a tutti gli effetti, una sostanza psicotropa (una droga), con il dibattito, ad esempio, sull’uso della marijuana terapeutica (o sulla sua liberalizzazione tout court).

Gli studi scientifici sugli effetti benefici della cannabis sono qualche migliaio, molti di più di quelli esistenti sugli esiti positivi dell’uso di alcol (ancor meno sul vino in particolare): essendo il consumo di alcol una componente normalizzata nelle abitudini alimentari e ricreative occidentali, raramente si è sentita la necessità di evidenziarne scientificamente i meriti; piuttosto, la scienza si è concentrata sui demeriti, spesso nell’ottica di stabilire scientificamente che l’alcol è a tutti gli effetti una droga, anche assai pericolosa, e che dunque sarebbe necessario rivedere i parametri attraverso cui si stabilisce scientificamente (non culturalmente o socialmente) cosa sia una droga e perché debba essere vietata (celebre in proposito l’articolo del professor David Nutt del 2007, completamente travisato a scopi mediatici dall’Independent).

A parità di evidenze, al THC dovrebbe essere riservato lo stesso trattamento del vino, se i dati scientifici avessero una qualche rilevanza. Non è così.
Nell’ambito degli studi sulle sostanze psicotrope, la scienza occupa costantemente un piano secondario, funzionale: è strumento di supporto a idee precostruite, non fonte di ispirazione. Se così fosse, tutte le sostanze con proprietà psicotrope sarebbero o vietate, o legalizzate (magari sotto prescrizione), e non assisteremmo agli atteggiamenti schizofrenici che costituiscono la normalità del rapporto droghe-società.

Gli estimatori e i produttori di vino sfoderano studi scientifici per difendere le proprie legittime tradizioni, e possono farlo perché si muovono in un contesto in cui consumo di alcol è assolutamente condiviso, per quanto in discussione. L’apporto scientifico è un valore aggiunto, è il linguaggio più utile da utilizzare con un’audience che, in fondo, s’attende solo conferme.

Per la marijuana e i suoi derivati non vale lo stesso discorso. La scienza, che ha già ampiamente dimostrato come un consumo consapevole e moderato di THC non conduca ad alcuna  controindicazione degna di nota (non esiste nemmeno la possibilità di overdose), e anzi possa risultare efficace nel contrastare gravi patologie o comunque nella terapia del dolore, resta impotente. La decisione è a priori: nell’immaginario collettivo la cannabis è una droga, nociva per definizione. Le nozioni scientifiche rimbalzano contro un muro di gomma, e tornano al mittente.

Per inciso, almeno questo è quello che è accaduto per tutto il Novecento, perché sul nuovo millennio sta forse sorgendo l’alba di un nuovo di paradigma: proprio quando il muro di gomma si è fatto più solido, con l’inasprirsi della Guerra alla Droga, ha cominciato a mostrare le sue crepe. Negli Stati Uniti, leader dell’ideologia antidroga più bellicosa e intransigente, le cose stanno lentamente cambiando, e la marijuana terapeutica si sta diffondendo sempre più ampiamente. Inoltre gli economisti, che sono gli unici intellettuali la cui parola può divenire legge, si stanno rendendo conto della danarosa follia delle politiche vigenti in materia di lotta alla droga.

Per adesso, però, prima valgono ancora l’immaginario collettivo e gli interessi politici ed economici. Poi, staccata di diverse lunghezza, arranca la scienza.

La questione droga resta culturalmente determinata, e costantemente relativa: ogni società è gelosa delle proprie sostanze e impaurita da quelle aliene, e non c’è scienziato che tenga. L’immaginario drogastico è legato all’irrazionale, all’emotivo, al mistico e al religioso. Per questo l’oggettività scientifica non occuperà mai una posizione dominante, a meno che le sue affermazioni non siano coerenti con le decisioni già prese, a volte millenni prima, dal sistema culturale.

E’ interessante notare infatti come le culture “difendono” le proprie droghe. L’alcol è un esempio, ma potremmo anche riferirci al khat (o qat) consumato abitualmente nel Corno d’Africa e in Yemen, o la coca difesa come pianta tradizionale da Evo Morales, in Bolivia. Che lo si rifiuti o meno, le sostanze psicotrope sono state nella storia e sono tuttora fondamentali nel definire una cultura e un’identità condivisa: una tradizione, insomma. I difensori del vino si mobilitano così in tutela di una pratica che investe non solo i riti secolari e le relazioni sociali che orbitano intorno al bicchiere, ma anche la conoscenza millenaria, artigiana, che sostiene la produzione di vino, e persino l’appartenenza della vite ad alcuni celebri paesaggi italiani, che davvero non sarebbero ugualmente deliziosi se privati dei viticci. Un patrimonio, insomma: altro che una droga. Ed è sacrosanto. Come del resto è sacrosanto che Morales difenda la coca e i Rastafariani la cannabis. Solo che coca e cannabis sono illegali, perché non appartengono alla cultura dominante.

Ogni cultura ha la sua droga, perfettamente integrata nei processi sociali e mantenuta sotto controllo mediante la prassi maturata da tradizioni millenaria, e integrata nelle credenze religiose. Fintanto che i sistemi culturali coincidevano con i confini geografici che li contenevano, e le sostanze restavano entro questi confini, vale a dire dove risiedevano anche le “istruzioni” per utilizzarle senza pericoli, tutto funzionava a meraviglia. Poi è arrivata l’epoca coloniale, da cui la globalizzazione. Le sostanze hanno cominciato a varcare i confini territoriali e raggiungere luoghi lontani, in cui si sono trasformate in qualcosa di molto simile alle pestilenze (pensiamo all’alcol per gli indiani d’America, o ai derivati dell’oppio in Occidente), proprio perché  la merce droga viaggia molto più rapidamente delle tradizioni utili a tenerla sotto controllo, ed utilizzata per scopi ben diversi da quelli originari (medico-religiosi).

Ecco, anche, contro cosa lottano i difensori del vino. L’invasione di campo. Il rischio che l’incontrollabilità di sostanze che giungono da lontano, senza controllo, rendano incontrollabile anche il consumo del nostro vino. Che il vino diventi una “droga” come un’altra, perdendo per strada tutte quelle prassi maturate nei secoli e utili a proteggere i consumatori dai suoi pericoli.

Peccato che la difesa del vino non sia in realtà consapevole di questi aspetti, e spesso si riduca alla tutela di una fonte di guadagno. E peccato anche che ad altre sostanze non sia concessa la stessa opportunità.

Carlo Giovanardi: quando lo stato chiama, senza avere ha un cazzo da dire

Carlo Giovanardi(Carlo Giovanardi, sottosegretario con delega alla lotta alla droga)

“Cucchi? Morto perché drogato” (09-11-09)

(Nonostante l’opinione di Giovanardi, quei rompiballe della Procura indagano carabinieri e agenti penitenziari, omettendo testardamente di interrogare siringhe e bustine di roba)

“In Italia i consumi di cocaina sono in diminuzione grazie alle politiche del Governo” (05-11-09)

(Nonostante le dichiarazioni di Giovanardi, l’Italia risulta essere tra i primi cinque Paesi UE per consumo di cocaina, almeno secondo quei guastafeste dell’Osservatorio Europeo sulle Droghe)


Una coltre di cocaina avvolge l’Europa e bla bla bla

Come ogni anno, i prossimi due giorni (ma forse meno) saranno incendiati dall’allarme cocaina. Secondo l’annuale rapporto dell’EMCDDA (l’Osservatorio europeo sulle droghe), i consumi della polvere bianca sono in aumento (lo sono da dieci anni, con una leggera flessione a cavallo del millennio). I commentatori si affanneranno per spiegare il perché e il percome con le solite vecchie formule (i valori, i giovani, la trasgressione…), e le persone, legittimamente, reagiranno con la stessa paura, o con lo stesso scandalizzato disinteresse di sempre. Scrivo queste righe per dovere, quasi per riflesso condizionato da un passato speso allo studio del “fenomeno del consumo”, e ora accantonato per saturazione. Mi rendo conto che la questione mi interessa sempre meno. Mi ritroverei comunque a dire le stesse cose anche io, e sono stanco.

Ma lo faccio: rispetto per l’ultima volta una tradizione che mi sono imposto (cercate nel blog e troverete).

La gente usa la cocaina non perché la criminalità organizzata la costringe (è piuttosto il proibizionismo a costringere i consumatori a rivolgersi alla criminalità), ma perché il nostro sistema di sviluppo, il nostro immaginario del “no limits”, la filosofia del “tutto e subito” spinge sempre più persone a cercare supporti per migliorare le proprie prestazioni produttive, sociali o ricreative. E’ il consumismo, baby. E la droga è una merce. La gente si droga (oggi: la gente si è sempre drogata, per ragioni diverse) perché non sa più prendersi una pausa neppure quando è libero di farlo, ad esempio. Ma non per evadere: per starci dentro (ecco la novità, vecchia ormai di trent’anni).

Come in ogni epoca e in ogni società, la droga, nella maggior parte dei casi, non è affatto devianza: la droga è coerenza. La droga risponde ad esigenze, e le esigenze le crea, nella maggioranza dei casi, la società in cui il suo consumo si manifesta (la gran parte delle persone che l’immaginario dominante considera tossici non stanno ai margini delle strade a battere moneta: quelli sono i casi limite, come la maggior parte degli automobilisti non finisce la propria carriera contro un albero). Da sempre, l’astinenza è l’eccezione, non la norma, con buona pace dei proibizionisti che non disdegnano, legittimamente, un buon bicchiere di vino e una bella sigaretta. Il problema non è l’intossicazione: il problema è il controllo sociale dell’intossicazione. L’alcol è una droga sotto controllo (ancora per poco, forse). Impossibile chiedere alla gente di non drogarsi, possibile cercare di capire come controllare il fenomeno.

Riflettere su come diminuire la domanda di droga significa riflettere sul nostro stile di vita. C’è una marca di integratori energetici che si pubblicizza come capace di farti superare i tuoi limiti di povero essere umano. C’è un marchio di moda “giovane” che si rivolge a chi “non ha paura di esagerare” (sponsor de “Le Iene” di quest’anno). C’è una bevanda che ti mette le ali.

Poi c’è la cocaina, che queste cose le fa davvero.

Ma chiede un prezzo.

Per sempre più persone, vale la pena di pagarlo. Perché finchè non saranno pinzati col naso nel sacco,  e biasimati e dipsprezzati e giustamente compatiti, la società sarà ai loro piedi.

Ci si vede al prossimo allarme (forse).

La marijuana uccide? Sì, ecco come

Da ADUC Droghe

Dopo Aldo Bianzino, è toccato a un altro consumatore di cannabis. Stefano Cucchi, 31 anni, arrestato per possesso di qualche grammo di cannabis e cocaina viene rinchiuso a Regina Coeli il 16 ottobre scorso, poi trasferito all’ospedale Pertini di Roma muore subito dopo. Sul suo corpo i genitori hanno riscontrato tumefazioni e lesioni. A denunciare una morte “su cui fare chiarezza e giustizia” sono Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, l’associazione che si batte per i diritti nelle carceri, e Luigi Manconi , presidente di ‘A Buon Diritto’.
“La morte di Stefano Cucchi avvenuta all’ospedale Pertini (reparto detentivo) richiede un immediato chiarimento”, dichiarano Gonnella e Manconi. “Trentunenne, di corporatura esile, viene arrestato pare per modesto possesso di droga il 16 ottobre scorso – raccontano – Al momento dell’arresto da parte dei carabinieri, secondo quanto riferito dai familiari, stava bene, camminava sulle sue gambe, non aveva segni di alcun tipo sul viso. La mattina seguente, all’udienza per direttissima, il padre nota tumefazioni al volto e agli occhi”.
“Cucchi – notano Gonnella e Manconi – non viene inviato agli arresti domiciliari, eppure i fatti contestati non sono di particolare gravità”. Dal carcere, invece, viene disposto il ricovero all’ospedale Pertini. “Pare per ‘dolori alla schiena’”. “Ai genitori non è consentito di vedere il figlio – sostengono ancora Gonnella e Manconi – L’autorizzazione al colloquio giunge per il 23 ottobre ma è troppo tardi perchè Stefano Cucchi muore la notte tra il 22 e il 23 ottobre. I genitori rivedono il figlio per il riconoscimento all’obitorio e si trovano di fronte a un viso devastato”.
“Una morte tragica, sospetta che richiede risposte dalla magistratura, dall’amministrazione penitenziaria, dai carabinieri, dai medici del Pertini e dalla Asl competente: perchè Stefano Cucchi aveva quei traumi? Perchè ai genitori è stato impedito di incontrare il figlio per lunghi sei giorni? Perchè non gli sono stati concessi gli arresti domiciliari neanche fosse il più efferato criminale?”. Manconi e Gonnella concludono chiedendo che vengano “rese pubbliche le foto del viso tumefatto di Cucchi, posto che in Italia capita spesso che i verbali degli interrogatori a base di inchieste importanti vengono immediatamente trascritti sui giornali”. Qui un servizio del Tg3

INTERROGAZIONE RADICALI  – Maria Antonietta Farina Coscioni, deputata radicale eletta nelle liste del Pd, ha presentato un’interrogazione urgente ai ministri della Giustizia e del Lavoro e della Sanita’ sul caso di Stefano Cucchi, arrestato e successivamente deceduto. Ai ministri interrogati la parlamentare chiede di “avere tutte le notizie disponibili in relazione alla morte del signor Stefano Cucchi, avvenuta all’ospedale Pertini (reparto detentivo) di Roma”.
In particolare Farina Coscioni chiede di sapere “se sia vero che il signor Cucchi sia stato arrestato il 16 ottobre 2009 dai carabinieri, dopo essere stato trovato in possesso di un modesto possesso di droga; che al momento dell’arresto, secondo quanto riferito dai familiari, stava bene, camminava sulle sue gambe, non aveva segni di alcun tipo sul viso; che la mattina seguente, all’udienza per direttissima, il padre ha notato tumefazioni al volto e agli occhi; che al signor Cucchi non siano stati concessi gli arresti domiciliari, nonostante i fatti contestati non fossero di particolare gravita’; che dal carcere il signor Cucchi sia stato ricoverato all’ospedale Pertini di Roma, pare per ‘dolori alla schiena’”.

GARANTE DETENUTI: TRASFERIRO’ A MAGISTRATURA DATI SU MORTE  – “Aver impedito ai genitori di far visita al figlio moribondo e’ un reato ed e’ di una gravita’ estrema – dice a CNRmedia il garante dei diritti dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni – E’ previsto dall’ordinamento che si consenta ai parenti di visitare il malato anche quando e’ in stato di detenzione e se gli e’ stato vietato per evitare che possa parlare e raccontare quello che gli e’ successo, e’ un reato di occultamento. Gli e’ stato proibito di denunciare i suoi aggressori”. Lo afferma, a Cnrmedia, il garante dei diritti dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni, riferendosi alla vicenda di Stefano Cucchi e aggiungendo: “Trasferiro’ tutti i dati alla magistratura come di norma si fa in questi casi”.

Usa. Ex poliziotti sul Washington Post: legalizzare le droghe

Da aduc.droghe:

Due ex poliziotti di Baltimora hanno preso posizione a favore della liberalizzazione della droga negli Stati Uniti, e chiedono l’intervento del governo federale in tal senso.
In una lettera aperta pubblicata oggi sul Washington Post, Peter Moskos e Standford Franklin, ex agenti in forza presso la polizia di Baltimora, chiedono che la droga venga legalizzata.
Perche’, sostengono, la guerra al narcotraffico non puo’ essere vinta se combattuta con le regole attuali, e’ tempo che le sostanze stupefacenti vengano liberalizzate istituendo norme per il commercio analoghe a quelle previste per l’alcol o per il consumo di farmaci.
‘La legalizzazione non creerebbe una situazione di ‘droga libera’ per tutti’, scrivono i due ex poliziotti, oggi entrambi membri della associazione Law Enforcement Against Prohibition.
Al contrario toglierebbe dalle mani dei trafficanti il potere di fare le regole che governano l’attuale mercato nero.
‘La produzione e la distribuzione e’ troppo pericolosa per rimanere nelle mani di criminali senza regole’ scrivono Moskos e Franklin. Il proibizionismo attuale produce soltanto un aumento della violenza, ha un costo altissimo in termini di vite umane e facilita l’arricchimento dei trafficanti. ‘Se invece la distribuzione di droghe fosse il frutto di una responsabilita’ condivisa tra medici, governo e libero mercato, sulla base di regole precise – concludono – il tasso di violenza si abbasserebbe di colpo’.

Notizia felice, che ci fornisce il gancio per parlare del telefilm “The Wire“, prodotto dagli stessi illuminati del potente “Oz“, e che si svolge proprio nella pericolosa Baltimora. La serie (5 stagioni) descrive perfettamente quali siano le regole (e l’ottusità) del gioco di potere chiamato “Guerra alla Droga”, a tutti i livelli (dalle strade agli uffici del sindaco). Consiglio in particolare la terza serie, che racconta come un coraggioso ufficiale di polizia metta in piedi un interessante esperimento per ridurre il crimine connesso allo spaccio di droga.

Gli sceneggiatori sono due ex poliziotti, che sanno di cosa parlano molto più di quel coglione di Raul Bova col suo ridicolo film sull’antidroga. Obama sostiene che The Wire sia il suo telefilm preferito. Ce lo auguriamo. Cercate di vederlo, se lo scovate (mi pare che oggi lo diano su “cult”, ma io lo trovo sul mulo).

Jobbing: o il lavoro o la vita

Antonio Incorvaia  e Giovanni Rimassa hanno davvero preso a cuore i destini dei giovani precari italiani, e dopo averne narrato le tragicomiche gesta in “Generazione mille euro”, hanno deciso di sfornare una guida pratica che accompagni e consigli i giovani trentenni nella Sacra Ricerca del Lavoro Non di Merda. Trattasi di: Jobbing. Guida alle cento professioni più nuove e richieste, Sperling & Kupfer.

Penso di andarmelo a comprare ASAP, come si dice nel gergo di noi giovani intraprendenti. Poi leggo un’intervista a uno dei due autori su Repubblica online e gli ingranaggi di trasmissione tra pensiero e azione subiscono un’improvviso attrito.

Nella visione degli autori, verosimile e condivisibile, i giovani d’oggi non hanno idea di come si strutturi davvero il mondo del lavoro, perché all’università non lo insegnano e perché come esempio nella testa hanno il lavoro dei genitori, fisso nella maggior parte dei casi (e “fisso” anche se a partita IVA o quantaltro: insomma, una volta il lavoro c’era). Inoltre, sostengono gli autori, i giovani d’oggi tendono troppo a piagnucolare e ad usare crisi e precariato come scusa per lamentarsi senza fare nulla, abituati ad avere ogni cosa servita su un piatto d’argento. Sacrosanto: basta pensare che il “posto fisso” (con mutua, ferie e tredicesima) è una realtà che ha riguardato una, forse due generazioni nell’arco della storia dell’umanità.

Occorre invece intraprendenza, incalzano gli autori, flessibilità  e spirito di sacrificio, per trovare il lavoro adatto. Sono d’accordo.

Poi però le cose si fanno un tantino assurde: comprensibili, realistiche, necessarie, ma assurde insieme.

Cominciamo dal titolo: perché “jobbing”?  Perché trovare (e mantenere) lavoro deve diventare come fare jogging: è una corsa, sostenuta e continua. I giovani non debbono spaventarsi all’idea di andare al call center o da Mac Donalds mentre attendono un posto migliore (ma questo è buon senso, niente di più). Serve gavetta, dedizione, studio (ma và?). E nel tempo libero devono formarsi, osservare quello che succede intorno, aggiornasi, leggere siti e riviste in lingua straniera (?), seguire corsi serali, “in modo da essere sempre al passo coi tempi, competenti, update”: tra un cheesburger e una patatina maxi sfoglieranno un manuale di marketing e leggeranno il Sole, finchè non diventano ricchi e potenti. E’ il sogno (italo) americano.

Debbono ritenersi imprenditori di sé stessi anche se sono parasubordinati, e debbono essere costantemente flessibili. Anche se, ammettono gli autori, il mondo del lavoro non è flessibile, non è meritocratico, è paludato e poco disponibile al cambiamento. “La parola d’ordine”, ammettono infine “oggi è puntare sull’estero”. Emigrare, in ultima analisi. Già trovarsi per le mani una guida per trovare un lavoro dignitoso i cui autori consigliano di emigrare è piuttosto grottesco. Ma facciamo finta di non aver sentito l’ultima frase.

Due cose. La prima: gli autori probabilmente hanno ragione, la realtà è questa e bisogna adattarsi. La seconda: in questa realtà, non sembra esserci spazio per altro se non per il lavoro. Perché oltre al lavoro in senso stretto, c’è tutto quello che uno deve fare per trovarlo e per mantenerlo. Per diventare “qualcuno” giacchè, triste ma vero, nel nostro mondo una persona è il lavoro che fa, punto.

Comprerò questa guida, non si sa mai. Però non so se sono adatto a questo andazzo. Ci tengo alla mia vita, e ci terrei anche se  non fossi sposato e non aspettassi una bambina. Anche se trascorressi il mio sacrosanto tempo libero a fissare il soffitto. Ritengo che il lavoro sia una necessità, raramente una passione, e che dunque, in una società evoluta, debba mantenere il ruolo di necessità (impegnativa, gratificante, forse a tratti piacevole: ma pur sempre una necessità). Dovrebbe essere una parte del tutto, non il tutto.

Poi ci si chiede come mai c’è tanta gente che tira cocaina per reggere i ritmi o fuma canne perchè se non non riesce a rilassarsi. A me pare ovvio. Lo stesso sistema che dice: non tirare di coca chiede anche cose che per molti, senza tirare coca, sarebbero impossibili.

P.S.: è più una facezia che una malignità, ma la domanda sorge spontanea: e se il lavoro più redditizio fosse proprio sfornare consigli su come inventarsi un nuovo lavoro? In questa realtà, che purtroppo pare anche sia l’unica, tutto è possibile.

Il Libro Bianco sulla Fini-Giovanardi

Da Fuoriluogo.it

scarica subito il PDF del Libro Bianco sulla Fini Giovanardi

Presentato a Trieste il Libro Bianco sulla Fini-Giovanardi

Le associazioni Antigone, Forum Droghe e La società della Ragione hanno presentato oggi a Trieste il “Libro bianco sulla Fini Giovanardi” (l. 49/2006). Nel rapporto sono illustrati e commentati i dati sulle conseguenze penali e sulle sanzioni amministrative della legge.

In primo luogo, occorre registrare che è aumentato notevolmente il numero dei tossicodipendenti presenti in carcere. Subito prima dell’approvazione dell’indulto (varato nel luglio 2006) i tossicodipendenti in carcere erano il 26,4% dei detenuti. Con l’indulto la percentuale è scesa notevolmente (21,4%), perché i tossicodipendenti sono spesso condannati per reati di modesta entità, e quindi molti di essi hanno potuto beneficiare del provvedimento. Nonostante questo, già alla fine del 2007 la percentuale di tossicodipendenti in carcere era risalita al 27,6%. Il numero dei tossicodipendenti detenuti cresce, dunque, con una velocità mai vista prima. Il fenomeno è ormai fuori controllo.
Rispetto a prima dell’indulto, infatti, cresce del 3,6% la percentuale di persone che quotidianamente entrano in carcere dalla libertà per violazione dell’art. 73 del DPR 309/90 (cioè l’imputazione di reato che riguarda la produzione, traffico e detenzione illeciti di sostanze stupefacenti o psicotrope), ma soprattutto aumenta l’ingresso dei tossicodipendenti: +8,4%. E se si entra facilmente, non altrettanto facilmente poi si esce. Il numero delle misure alternative è ancora fermo ad un quinto rispetto a quelle concesse alla metà del 2006.

Un dato fondamentale per comprendere quanto la legge Fini Giovanardi stia cominciando a incidere sulle imputazioni di reato riguarda i procedimenti pendenti. Rispetto a prima dell’approvazione dell’indulto, cresce del 31,5% il numero dei procedimenti pendenti per art. 73, e addirittura del 44,5% il numero di persone implicate in tali procedimenti. La macchina della criminalizzazione è lanciata a pieno regime, e gli effetti – che già si vedono sul sistema penitenziario per i tossicodipendenti – sono destinati ad aggravarsi.
Il dato relativo al numero delle persone in carcere (anche) per spaccio, tuttavia, resta invece per il momento stabile, per quanto comunque impressionante. Alla metà del 2008 il 38,2% dei detenuti è ristretto per l’art. 73, e addirittura il 49,5% dei detenuti stranieri. L’impatto del reato di spaccio sul carcere è incomparabile rispetto a qualunque altro reato per numero di presenze negli istituti di pena.
Ciò si spiega con il fatto che la legge Fini Giovanardi ha provocato una forte impennata nelle imputazioni, ma non ancora negli ingressi in carcere, ad eccezione – come detto sopra – dei tossicodipendenti.

È da segnalare che questa impennata nelle imputazioni (e, presumibilmente, tra non molto, negli ingressi in carcere), a seguito dell’approvazione della Legge Fini Giovanardi, non evidenzia una maggiore capacità di colpire il traffico di stupefacenti, quanto la volontà di punire o persone che, in realtà, detengono per proprio uso le sostanze ma assai più facilmente possono essere accusate di un reato che comporta dai 6 ai 20 anni di carcere o il piccolo spacciatore, italiano o immigrato, spesso tossicodipendente, che sopravvive e/o si procura le proprie dosi attraverso un’attività di spaccio “al minuto”. Ancora una volta, a pagare sono i più deboli, le principali vittime dell’ondata securitaria che ha investito il nostro Paese.

Infine, è da rilevare che è in aumento anche il numero delle sanzioni amministrative: al 31-12-2008 sono addirittura +62,6% rispetto al 2004.

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Antiproibizionismo: un video e un articolo di Repubblica. Per capire.

Il video, spezzone di “Dimenticare Palermo”, film del 1989 di Francesco Rosi, l’ho preso dal blog “past, present, possible“. Al suo autore il merito di averlo scovato. E di scrivere cose belle e interessanti.

L’articolo proviene invece da Repubblica (11/03/2009).
Pare che anche gli economisti consiglino la liberalizzazione: il proibizionismo ha fallito. Ovviamente Antonio Maria Costa, zar antidroga dell’ONU, continua a negare l’evidenza. Il perché è spiegato proprio dal video che avete visto. I soldi son soldi. Senza la Guerra alla Droga, Costa non sarebbe più nessuno. Finirebbe a lavorare come tutte le persone normali.

Il proibizionismo compie un secolo: appello-provocazione di 500 studiosi
A Vienna il summit Unodc. Il direttore: “Nessun paese sostiene questa posizione”

“Droga libera, potrebbe convenire”
la sfida degli economisti all’Onu

di DANIELE MASTROGIACOMO

ROMA – Rischiamo di perdere la guerra contro il traffico della droga. Forse è già persa. Lo pensano in molti. Adesso un rapporto della Brookings Institution, supportato da uno studio dell’economista della Harvard university, Jeffrey Miron, sottoscritto da 500 colleghi, sembra arrendersi alla realtà e invita il mondo a cambiare rotta. E se si liberalizzasse la droga, se si strappasse ai cartelli dei narcos il ricchissimo fatturato e si usassero gli introiti per rafforzare i controlli, le prevenzioni, la lotta alla grande criminalità?

La proposta è una provocazione. Proprio nell’anno in cui il proibizionismo riguardo le sostanze stupefacenti compie cento anni. Ma è una provocazione che nasce sull’amara constatazione che la battaglia condotta negli ultimi dieci anni ha portato a risultati deludenti. C’è sempre più droga in circolazione, è cattiva, è pericolosa per la nostra salute; il fiume di denaro è impressionante.

Se il business dei narcotrafficanti rappresentasse il Pil di uno Stato si piazzerebbe al ventunesimo posto della scala mondiale: subito dopo la Svezia. Parliamo di un fatturato di 320 miliardi di dollari l’anno. Di fronte ad un trend che s’impenna, nella recessione planetaria, esistono i rischi di inquinamenti, interferenze, di condizionamenti delle politiche degli stati e della stessa finanza internazionale. Il caso della Guinea Bissau, ormai diventata il nuovo terminale del traffico internazionale di cocaina, è eloquente. Non si uccidono in meno di 24 ore il capo di Stato maggiore delle Forze armate e un presidente senza la complicità di lobby e cartelli che gestiscono un business miliardario. La proposta dei 500 economisti britannici e statunitensi approda sul tavolo dell’Unodc, l’ufficio della Nazioni unite contro la droga, in un momento delicato. Da stamani per una settimana oltre 50 paesi si riuniranno a Vienna per mettere a punto la strategia del prossimo decennio. Siamo ad un passo da una svolta storica?


“Assolutamente no”, nega a Repubblica il direttore generale dell’Unodc, Antonio Maria Costa. “Il tema è stato sollevato, ma non c’è alcun paese che lo sta sostenendo. Sono stato io a sollecitare una presa di posizione. I risultati ottenuti finora non sono sufficienti. Ma pensare alla liberalizzazione delle droghe come una soluzione alternativa sarebbe la fine, verremo sconfitti”. In un documento di 22 cartelle, l’Unodc lancia la sua proposta: non si tratta di scegliere tra salute (controllo della droga) e sicurezza (lotta alla criminalità). Bisogna agire su entrambi i fronti. Ma il rischio che la ricchezza prodotta dalla droga finisca per colmare la povertà dell’economia legale è altissimo. Alterando i mercati, condizionando politiche, comprando voti, elezioni. Potere. La sfida è titanica. La posta in gioco decisiva.

La cocaina è una droga leggera? Sì. E no.

cocainaSecondo un sondaggio eseguito a Roma qualche tempo fa, un giovane (14-19 anni) su due è convinto che la cocaina sia una droga leggera. Roba da far rigirare nella tomba persino Pablo Escobar.

Come è possibile che i ragazzi oggi siano così disinformati da ritenere il consumo di cocaina roba da poco?
Per provare a rispondere, partiamo da una considerazione apparentemente banale. Se agli stessi ragazzi avessero domandato “L’alcol è una droga?”, forse ben più del 50% avrebbero risposto di no. Se gli avessero chiesto, più precisamente, se “l’alcol è una droga pesante o leggera”, la stragrande maggioranza avrebbe propeso per la seconda ipotesi. Questo, nonostante ogni ricerca scientifica nel campo degli intossicanti identifichi l’alcol come sostanza “pesante”  e potenzialmente molto pericolosa (qui, un esempio tra i più celebri).

A determinare la pericolosità di una sostanza (reale e percepita) giocano due fattori.
Il primo è medico-biologico: indica la probabilità che una determinata sostanza provochi precisi problemi di salute; il secondo è socio-culturale: dipende dal grado di controllo sociale e culturale a cui quella sostanza è sottoposto, dal modo in cui viene consumata, e dalla percezione proiettata dall’immaginario collettivo.

Sebbene sia una sostanza potenzialmente molto pericolosa, l’alcol non è nemmeno considerata una “droga”, nella nostra cultura: il suo uso è talmente antico e radicato, che riteniamo di essere perfettamente in grado di controllarne il consumo, e nella maggior parte dei casi abbiamo ragione (rimando qui, per un argomentazione approfondita, dato che ne ho già parlato). L’alcol, per usare un termine sempre più in voga negli ultimi anni, è “normalizzato” da millenni di utilizzo.

La cocaina è invece una “droga” a tutti gli effetti: sono noti i pericoli a cui il suo uso conduce, e il suo consumo rappresenta una pratica deviante, perciò inaccettabile. O almeno lo era.
Oggi, il suo utilizzo (che, lo ricordiamo, se pur in espansione riguarda ancora una fetta esigua della popolazione) interessa trasversalmente ogni strato economico, culturale e sociale della nostra società: non vuol dire che tutti tirano cocaina, ma che in ogni segmento sociale è possibile rintracciarne l’uso.
Ma attenzione: l’uso, non la dipendenza, e nemmeno necessariamente l’abuso.

Esattamente come la droga pesante “alcol”, la cocaina può essere utilizzata occasionalmente e in maniera controllata. Ci sono fior di studi che lo dimostrano (ne ho parlato qui). E, a prescindere dall’immaginario che il non-consumatore ha del consumatore di cocaina (squilibrato sull’immagine del “tossico”), la maggior parte dei consumatori contati nelle statistiche ne fa un uso controllato, limitato ai fine settimana, ai momenti conviviali: ricreativo, insomma. E non patisce (almeno inizialmente), particolari problemi.

Un quindicenne che consuma (o che frequenta gente che consuma), in un contesto sociale in cui, in determinate circostanze è considerato “normale” vedere persone che sniffano (nei bar, nelle discoteche, ai concerti), non vede nulla del “mostro” che la società gli descrive quando parla di cocaina. Vede gente allegra, che si diverte e balla tutta la notte. Che poi torna a scuola o al lavoro e, nella maggior parte dei casi, non utilizza almeno fino al seguente week end. Nell’arco della vita, poi, conclusa l’età della “sperimentazione” e del fancazzismo, smette del tutto perché gli impegni sociali e lavorativi glielo impongono (a meno che la sostanza non rientri dalla finestra proprio come supporto lavorativo o strategia di fronteggiamento dello stress).

Per i quindicenni, la cocaina non risulta essere una sostanza pesante più di quanto non risulta esserlo l’alcol:  i consigli dei medici e le giusta,mente preoccupate raccomandazioni dei genitori, che dipingono la sostanza come un “mostro” inarrestabile, semplicemente non corrispondono a quello che i ragazzi vedono.

Si può anche parlare di disinfornmazione: è vero, i giovani sanno poco di droghe.
Ma spesso ne sanno di più degli adulti.
Questa disinformazion è figlia dell’allarmismo, della falsità che sta dietro al consenso che il consumo di alcol riceve e alla stigmatizzazione del consumo di altre droghe.

Perché l’alcol può essere consumato “con responsabilità”, e la cocaina no? Nella realtà, è possibile: non auspicabile, certo. Ma possibile. I giovani lo sanno perché lo fanno, e vedono farlo.
A livello pubblico, la nostra società ha già fatto di tutto per ribadire che la droga uccide, rende schiavi, trasforma in criminali. Da quasi un secolo. Non ha funzionato. Perché allora non smetterla di raccontarsi balle, e cominciare ad applicare una nuova strategia (peraltro già in vigore in Nord Europa, con ottimi risultati), basata sulla verità, piuttosto che sugli allarmsmi?

Diciamo pure, allora, che la droga fa male.
Ma spieghiamo perché, e quando fa male. Istruiamo i giovani, che tanto useranno comunque, a usare con la testa. “Normalizziamo” il consumo, ma nel senso di fornire norme e strumenti per rendere l’utilizzo il meno rischioso possibile. Solo così l’idea che hanno i giovani della cocaina, eccessivamente sbilanciata verso i benefici, incontrerà quella pubblica, eccessivamente squilibrata sui rischi.
E’ l’unica strada.

Il campo da calcio più ricco del mondo

Un ragazzo marocchino di Casblanca ieri mi raccontava di una nave container di trafficantidi cocaina che, qualche anno fa, a causa di un guasto è rimasta bloccata al largo del porto di Casablanca.

Per paura delle autorità marocchine, notoriamente poco amichevoli nei confronti dei trafficanti di droga, l’equipaggio, prima di abbandonare la nave, si è sbarazzato del carico (oppure il carico è andato perduto proprio a causa dell’avaria, questo non l’ho capito bene).

In ogni caso, le quasi due tonnellate di cocaina sono finite in mare. Alcuni dei pacchi sono stati catturati dalle reti dei pescatori, altri sono stati trascinati a riva dalla corrente. Nessuno di coloro che si è imbattuto in quella strana polvere bianca aveva la più pallida idea di cosa si trattasse.

Alcune donne la l’ha scambiata per sapone da bucato, altre addirittura per latte in polvere (a quanto pare senza gravi conseguenze, per fortuna), qualcuno ci ha visto calce o gesso, e magari qualcun altro si è reso effettivamente conto del pericoloso tesoro in cui gli era capitato di imbattersi, e si è comportato di conseguenza.

Ma la vicenda più divertente è quella di un gruppo di ragazzi che, rinvenuto un gran numero di pacchi di polvere bianca in riva al mare, ne ha fatto l’utilizzo inconsapevolmente più geniale che si potesse immaginare: ci ha tracciato per bene le linee del campo da calcio improvvisato in cui giocava a pallone tutti i giorni.

Quando la vicenda è stata scoperta, quel campetto è stato soprannominato “il campo da calcio più ricco del mondo”.

Se Diego Armando Maradona ne fosse stato al corrente, sarebbe accorso per presiedere all’inaugurazione.