INCHIESTA SUGLI EFFETTI DELLA CRISI ECONOMICA. UNA TESTIMONIANZA AGGHIACCIANTE

Il celebre magnate della finanza Germano Rossi Sforza è stato uno dei primi a risentire dei pesanti effetti dell’attuale crisi finanziaria: era uno dei maggiori azionisti della Cat & Fox, celebre banca d’affari internazionale fallita il mese scorso, specializzata nell’offrire prestiti a ex detenuti per gravi frodi finanziarie, tossicodipendenti cronici e pazienti di istituti psichiatrici. L’elenco di creditori serviva alla banca come garanzia per spericolati investimenti. L’inatteso fallimento della Cat & Fox ha trascinato nel baratro altri istituti finanziari ultrablasonati come la Robber, Thief & Fraudster, la Dumb & Co. o la LSD inc..

Germano Rossi Sforza si è reso gentilmente disponibile ad un incontro, desideroso di comunicare ai nostri lettori la condizione disastrosa in cui la crisi ha costretto la sua famiglia.

Giungo presso la residenza Rossi Sforza appena dopo pranzo. Trovo il padrone di casa ad attendermi dall’altra parte dell’imponente cancello della villa.

Barba incolta, occhi lucidi e segnati, mi saluta accennando un sorriso sconsolato. Scuote il capo, e con la voce spezzata dallo sconforto mi confida che non ha idea di come aprire il cancello: ha dovuto licenziare Juan, il fido cameriere filippino, che era solito accogliere gli ospiti. Gli indico il pulsante sotto la grande scritta “APERTURA CANCELLO” e Rossi Sforza, sollevato, lo preme. Il cancello si spalanca cigolando, e io monto in macchina. Rossi Sforza sale sul sedile posteriore e mi dice “Mi porti a casa, Ambrogio”, poi scoppia in un pianto disperato. “Mi scusi, sa”, mi confida ricomponendosi, “E’ l’abitudine: da quando ho dovuto rinunciare ad Ambrogio, il mio autista, sento un gran vuoto dentro”. Mi si stringe il cuore.

Posteggio di fronte alla scalinata della villa secentesca della famiglia Rossi Sforza. I gradini sono invasi dalle prime foglie cadute dagli alberi. Nessuno le raccoglie più. Rossi Sforza sale a fatica i gradini di marmo. Noto che indossa una pantofola e un mocassino, ma preferisco far finta di nulla per non rischiare di sparger sale sulle ferite fresche.

“Venga, venga”, mi invita aprendo la porta, “E’ da stamattina che mia moglie sta provando a preparare il caffè. Dice che quando viveva a New York una volta aveva preparato il caffè italiano alle sue amiche. Speriamo che ci sia riuscita”.

L’atrio imponente è a malapena illuminato da un gigantesco lampadario di cui sembrano bruciate tutte le lampadine tranne tre. Coltomi a osservarlo, Rossi Sforza annuncia soddisfatto “Adesso che grazie a lei so come aprire il cancello, potrò andare all’emporio a comprare le lampadine sostitutive!”. Poi scoppia  piangere: “Mi scusi, sa…” si giustifica, “ma il pensiero di dover andare da solo, a comprare le lampadine… Di doverle attaccare… Mi ci devo abituare. Mi ci devo solo abituare. A proposito, mi spieghi, per favore: per avvitare devo poi girare in senso orario o antiorario?”

Finalmente entriamo nella gigantesca cucina. Me la immagino in tempi migliori, affollata da cuochi e maggiordomi indaffarati, con gran rumore di stoviglie e aleggiare di aromi profumati.

Purtroppo oggi è deserta e silenziosa. A parte un’esile figura in vestaglia che singhiozza accasciata su una sedia. E’ la moglie, la bellissima contessa Veronica Ladai Rossi Sforza, un tempo considerata prototipo inimitabile di eleganza e raffinatezza.

“E’ inutile, Germano. E’ tutto inutile”, piange la contessa, “Non so proprio farlo, questo caffè”. Noto gli inconfondibili segni di diverse caffettiere esplose. Mi presento e mi offro di prepararlo io. I Rossi Sforza mi guardano con gratitudine e ammirazione. La signora si ricompone accendendo una sigaretta con bocchino.

“Lei non immagina nemmeno le sofferenze che questo cataclisma ci ha causato. Siamo rovinati”, mi spiega la signora mentre recupero i pezzi di diverse caffettiere cercando di rimetterne insieme almeno una. “Perché vede, è vero che c’è tanta gente al mondo che muore di fame, però loro sono abituati, noi no. Adesso ci restano solo i 10 mila euro al mese che ci fruttano le proprietà immobiliari rimaste, ma con quelle paghiamo a malapena il jet privato che abbiamo deciso di mantenere come unico lusso. Una vacanza ogni tanto, almeno, ce la meritiamo”.

Beviamo il caffè, mentre domando loro quale destino spetti ai loro figli. “Apollonia, la nostra secondogenita, dovrà accontentarsi di dirigere la rivista che la famiglia pubblica a New York, New Fashion. Fortunatamente siamo riusciti ad intestargliela prima che ce la portassero via. Meritava di più, lo sappiamo. Pensi che è anche quasi laureata. Purtroppo le cose sono andate così. Dovrà accontentarsi, come fanno molti giovani.”, risponde la contessa.

“E Malcom?”, domando io riferendomi al figlio del primo matrimonio della contessa con il compianto attore hollywoodiano Jack Bellavista. Cala il silenzio. La contessa abbassa lo sguardo, e Rossi Sforza prende il coraggio per rispondermi: “Malcolm è sparito”, confessa. “E’ uscito dalla clinica [in cui era ricoverato per disintossicarsi dalla droga, ndr.], pochi giorni prima del crack. Sembrava aver messo la testa a posto. Per evitare che ce le portassero via, gli abbiamo intestato la villa in Kenia e il Castello di Stortignaque, sulla Loira, luoghi a cui la nostra famiglia è molto legata. Gli ho intestato anche il Cayenne e lo yacth. Due ore dopo aver firmato tutti i documenti è sparito e non si è più fatto sentire. Poveraccio, doveva essere davvero sconvolto per quel che è successo”.

Non so se continuare nella mia inchiesta, con il rischio di affaticare ulteriormente questa famiglia già duramente provata. Per fortuna un giovane abbronzato e dal fisico scultoreo fa il suo ingresso in cucina. “Signora”, dice educatamente, “se vuole sono pronto per il suo… massaggio“. Veronica Ladai Rossi Sforza si alza di scatto e si ricompone con rinnovato entusiasmo. “Perdonami Germano”, dice, “ma ho proprio voglia di un bel massaggio… Mi scusi anche lei, e grazie per la visita e il caffè”. Detto ciò salta tra le braccia possenti del massaggiatore che la porta via mentre lei lancia ridolini soddisfatti.

“Eh”, sospira Rossi Sforza, “Non potevo chiederle anche di rinunciare ai suoi momenti di svago e relax. Ha visto come la fa stare bene. Capisce, no? Pare che questo Omar sappia fare dei lavoretti niente male, anche se io non l’ho mai provato, la sua specialità sono le donne…”

Decido che è ora di togliere il disturbo. Rossi Sforza sembra preoccupato all’idea che me ne vada. “Mi scusi se mi permetto”, mi dice esitante, “Mi domando se posso abusare della sua cortesia al punto di chiederle di accompagnarmi a comprare le lampadine…”. Non riesco a dire di no di fronte a una tale sofferenza. Lui sembra sollevato. “Grazie, grazie davvero. Le dispiace se mi siedo dietro e la chiamo Ambrogio?”

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6 Pensieri su &Idquo;INCHIESTA SUGLI EFFETTI DELLA CRISI ECONOMICA. UNA TESTIMONIANZA AGGHIACCIANTE

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  2. “INCHIESTA SUGLI EFFETTI DELLA CRISI ECONOMICA. UNA TESTIMONIANZA AGGHIACCIANTE” spero che non sia vero quello che si scrive ma non per commiserazione verso questo sforza ma per tutti quelli che non hanno maggiordomo, jet e vivono con mille euro al mese……vergogna!!!!! se siamo in queste considizioni è grazie a questi personaggi.

  3. No, in effetti si tratta di una piccola satira.
    A questo punto è meglio che cominci a riflettere sulle mie capacità satiriche, visto che la gente mi prende troppo sul serio. O non sono affatto bravo (mi sa), o lo sono troppo. Oppure, come dice il Presidente della Satira Italiana Michele Serra, ormai la realtà ha superato di gran lunga la satira, perciò l’una è indistinguibile dall’altra.

  4. giuro che all’ inizio ci avevo quasi creduto… solo alla frase ” mi porti a casa; Ambrogio” ho capito che era una parodia della vita di alcuni; beh… bravo l’ autore! anche a me piacerebbe essere povera in canna…con il cayenne e il massaggiatore ( o forse no? )

  5. Luca, mi sono proprio divertito. C’è del buon Benni d’annata in questo gustoso pezzetto.
    Sfortunatamente ne conosco un paio simili agli Sforza, sono quasi certo che, comunque cadano, qualcuno che gli compri le lampadine lo trovano sempre.
    Complimenti (detto fra noi, Gramellini è meno divertente).

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