LA GLOBALIZZAZIONE DELLA (TOSSICO)DIPENDENZA

Bruce K. Alexander
The Globalisation of Addiction. A study in poverty of the spirit

Oxford University Press, 2008, p. 470

La causa delle tossicodipendenze non è nella chimica delle sostanze.
Le droghe forniscono piacere, gratificazione e aumento delle prestazioni: per questo la loro assunzione tende ad essere ripetuta; alcune, poi, sono dotate di caratteristiche chimiche per cui, se l’uso è abituale, la cessazione dell’assunzione provoca malesseri fisici di varia natura (la cosiddetta crisi di astinenza).

L’insorgere sempre più diffuso di forme di dipendenza definite significativamente “senza sostanze”, che hanno cioè per oggetto non droghe o farmaci, ma comportamenti relativi ad aspetti del vivere quotidiano (shopping, internet, sesso, gioco d’azzardo, cibo, relazioni sentimentali), suggerisce che la radice dei comportamenti dipendenti è da ricercarsi non nell’oggetto della compulsività, ma nell’individuo e, necessariamente, nell’ambiente in cui abita. Per quanto ci si sforzi di dimostrare il contrario, la “dipendenza” è un disturbo le cui origini non sono biologiche, ma culturali.

Questi sono i presupposti da cui prende le mosse il potente libro di Bruce Alexander, nel tentativo  iconoclasta di dimostrare come la nostra società si rapporti alla questione dipendenza in maniera inadeguata e densa di inconsapevoli contraddizioni.

Alexander non è certo il primo ad affermare che la questione della dipendenza è determinata culturalmente e storicamente: si tratta infatti di un problema nato e concettualizzato insieme al mondo (o meglio al sistema di produzione) contemporaneo ed evolutosi di paripasso. Non tanto perché prima dell’industrializzazione (e dell’era postindustriale) non esistesse, piuttosto perché non rappresentava necessariamente un problema, sopratutto a livello sociale e collettivo. Lo stesso significato del termine (“addiction” in inglese: concetto più specifico del nostro “dipendenza”) è mutato nel tempo, assumendo progressivamente connotazioni sempre più negative, fino a essere in qualche modo “neutrallizzato” nel momento in cui è stato concettualizzato come “malattia“. In tale veste, però, convince poco, presentando uno spettro sintomatico così ampio e variegato da farvi rientrare tutto e niente.

Facendo tesoro di una prospettiva storiografica e culturale spesso sottovalutata nello studio di questo fenomeno, Alexander dimostra come una società possa restare totalmente estranea alla “questione dipendenza” (pur ammettendo il consumo di sostanze psicotrope) per secoli, ma dal momento in cui in qualche modo essa si manifesta, dapprima sotto forma di caso isolato, la sua espansione sembra non arrestarsi mai e coinvolgere sempre più elementi della vita quotidiana.

Se in una prospettiva storiografica l’insorgere delle dipendenze coincide indicativamente con la seconda Rivoluzione Industriale e con l’espansione del libero mercato (conoscendo un “boom” con l’ingresso nell’era post-industriale), in una prospettiva sincronica essa si diffonde seguendo le rotte della globalizzazione, dunque l’espansione del sistema di vita occidentale nei territori “in via di sviluppo”, rafforzando l’ipotesi di una connessione diretta tra dipendenza e sistema di produzione, e dunque culturale (altro dato significativo: “dipendenza” è un concetto e una realtà prettamente occidentale, che coincide con l’idea occidentale di individuo).

Il legame individuato da Alexander tra postmodernità (consumismo, libero mercato, iperproduttività, individualismo) ed espansione delle dipendenze viene definito mediante il termine “dislocation” (che in italiano si può tradurre con “dislocazione”, ma anche come “lussazione”, o come “imperfezione in una geometria cristallina”), che indica una disfunzione nei rapporti sociali, dovuta al fatto che la società del libero mercato, per garantire la meravigliosa produttività che la giustifica, impone ai propri abitanti pressioni e condizioni di concorrenza che sfaldano il legami sociali “tradizionali” (in senso antropologico, non conservatore) minando nelle fondamenta il concetto stesso di comunità, e dunque eliminando dall’orizzonte le coordinate mediante cui ogni individuo identifica sè stesso e entra in relazione con i propri simili, sfaldando e rimodulando progressivamente i legami sociali e “spirituali” con  la comunità e con il territorio, generando appunto il fenomeno della “dislocation”.

Divenire “dipendenti” da qualche cosa rappresenta dunque in quest’ottica una possibile strategia inconscia mediante cui alcuni individui fronteggiano la loro dislocazione, il proprio smarrimento, la propria incompiuta identità individuale e collettiva. Con cui tentano insomma di ricristallizzare la modernità liquida in cui si sentono dissolversi: la dipendenza rappresenta  allora un appiglio, una supplenza identitaria.
Nel tentativo di operativizzare la sua ipotesi, che mette assieme magistralmente il piano individuale con quello collettivo, Alexander propone anche una possibile strategia preventiva (che si fonda necessariamente nella riduzione della “dislocation”,  dunque su un ripensamento del nostro stile di vita, ed è quindi immaginata sul lungo periodo) e una terapia “spirituale” (da intendersi in senso di autocoscienza, non necessariamente mistico o religioso), trattate in maniera acuta e interessante, ma impossibili da riassumere qui senza penalizzare la complessità del discorso. Alexander parte comunque da un presupposto che sarebbe ovvio, se fosse davvero preso in considerazione: noi non siamo nati consumatori, lo siamo diventati, quindi possiamo cambiare.

Di fronte all’analisi di Alexander (che si inserisce sulla scia di autori profetici come Stanton Peele o Thomas Szasz), il poliziotto che insegue lo spacciatore o il medico che somministra la terapia sostitutiva al tossicodipendente sono immagini che dimostrano l’inadeguatezza drammatica con cui ci accostiamo testardamente alla questione delle dipendenze.

Si spera che qualche editore illuminato si decida a cogliere l’occasione di pubblicare questo libro in Italia, poichè se ne sente davvero la necessità.

2 Pensieri su &Idquo;LA GLOBALIZZAZIONE DELLA (TOSSICO)DIPENDENZA

  1. Pingback: LA GLOBALIZZAZIONE DELLA (TOSSICO)DIPENDENZA « Gratta E Vinci

  2. Pingback: DROGA E PREVENZIONE: L’INUTILITA’ DEGLI SPOT E L’UTILITA’ DEI LIMITI « Gratta e Vinci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...