PERDERE IL CONTROLLO DELL’ALCOL: QUANDO UNA DROGA VECCHIA DIVENTA NUOVA

Per quanto possa sembrare un’affermazione provocatoria, l’alcol è una droga.
La provocatorietà risiede nel fatto che nel nostro immaginario il concetto di “droga” è connotato in maniera assolutamente negativa, mentre quello di alcol no: i due termini accostati danno origine ad una specie di ossimoro concettuale.

Come mai?

Semplice: l’alcol è una sostanza stupefacente utilizzata da così tanto tempo (si parla di millenni), talmente radicata nella nostra cultura e nel nostro stile di vita, che si può effettivamente parlare di droga culturalmente controllata: una sostanza il cui uso è, per la maggior parte dei consumatori, regolato a livello inconscio, mediante abitudini e automatismi che permettono a chiunque di stabilire quasi automaticamente se in una data situazione è lecito bere, come e quanto. Al concetto di “alcol” , inoltre, l’immaginario collettivo associa concetti e significati positivi: la festa, il brindisi, la convivialità, il cibo.

Per convincersi di questo radicamento, basta fare un piccolo esperimento. Andate da un bambino di 10 anni, e chiedetegli informazioni generiche su, ad esempio, quando secondo lui si possono bere alcolici e quando no, che effetto fanno, e via dicendo. Probabilmente la sua preparazione riguardo alle abitudini del bere vi stupirà, considerando che tutto quello che sa l’ha imparato semplicemente osservando il mondo degli adulti.

Per noi bere è normale. In Italia il vino è un sacramento laico e religioso. E questo, intendiamoci, al contrario di quanto spesso si sente dire da chi è (giustamente) preoccupato dei rischi connessi al bere, non è necessariamente un male. Anzi, rappresenta un fattore protettivo: è proprio grazie alla sacralità e alla ritualità (laiche) che noi non abbiamo fatto la fine degli indiani d’America o degli aborigeni australiani, decimati (anche) dall’introduzione dell’alcol da parte dei coloni occidentali, che esportarono la “droga” senza preoccuparsi di diffondere anche le modalità d’assunzione e le strategie di protezione (forse proprio perchè le davano assolutamente per scontate). La storiografia e l’antropologia dimostrano che ogni cultura e società ha una “droga” elettiva, la cui pericolosità è tenuta sotto controllo mediante ritualismi (religiosi o laici), convenzioni, abitudini, che permettono di godere solo degli effetti benefici e di limitare i possibili danni.

Per questo sappiamo tutti benissimo (senza che nessuno ce l’abbia mai direttamente insegnato) che bere al mattino “non si fa”, che invece si può tranquillamente durante i pasti, e persino che si deve in determinate circostanze “rituali” (impossibile non bere nemmeno un goccio a un matrimonio!). In Occidente, anche chi è astemio ritiene normale che gli altri bevano (e, all’interno della cultura giovanile, il consumo di alcune sostanze illecite si sta normalizzando in maniera analoga).

Qualcosa sta però cambiando, anzi probabilmente è già cambiato. L’aumento dei casi di alcolismo, l’abbassamento dell’età di iniziazione al bere, le stragi sulle strade, sembrano indicare che stiamo progressivamente perdendo il controllo sulla nostra “sostanza elettiva”. Il fenomeno del binge drinking (il bere grandi quantità di alcol in poco tempo con il solo scopo di ubriacarsi), abitudine maturata inizialmente tra i giovani statunitensi e poi diffusasi a partire dal Nord Europa, ha già preso piede da anni anche in Italia, non solo tra i ragazzi, portando gravi conseguenze soprattutto se si associa al consumo contemporaneo di altre sostanze.

Sembrerebbe che l’atto di bere alcolici si stia spogliando progressivamente dei suoi significati sociali “tradizionali” (o di alcuni di essi, probabilmente i più profondi), perdendo di conseguenza quei fattori protettivi che ne garantivano un uso controllato e (relativamente) privo di rischi.

Sulle modalità e le cause di questo genere di mutamento (che riguarda la trasformazione delle abitudini sociali in genere, non solo rispetto alle sostanze stupefacenti) occorre ancora indagare.

Si possono però mettere sul tavolo alcuni elementi, che senz’altro in qualche modo giocano il loro ruolo: ognuno sarà libero di sistemarli come crede, individuarne altri, e trarre le proprie conclusioni.

Cominciamo dal più ovvio: il predominio della cultura consumistica, da cui nessuno è immune.
Non occorre essere marxisti radicali o integralisti religiosi per rendersi conto che il nostro è un mondo caratterizzato dal uno stile di consumo bulimico e frenetico, e dalla mercificazione delle prassi e dei comportamenti, oltre che degli oggetti: il consumo oggi riguarda ogni aspetto dell’esistenza, e deve essere immediato e costante.
O il bicchiere è pieno, o è vuoto: quando è vuoto lo si riempie.
Ciò che conta è l’obbiettivo, non il percorso: allora il bere non è più una scusa e una modalità per stare assieme, per raggiungere lentamente e progressivamente uno stato di piacevole ebbrezza che stimoli la socializzazione, ma è un mezzo (come un altro) utile a raggiungere subito lo sballo, senza inutili e frustranti attese (la stessa cosa si può sostenere in merito allo scenario contemporaneo del consumo di droghe lecite o illecite in genere, definito da molti osservatori come un supermarket in cui le droghe vengono consumate senza distinzioni e soluzioni di continuità).

Questa società impone costantemente modelli-limite. Chiede esplicitamente o implicitamente di raggiungere il massimo nel più breve tempo possibile e in ogni circostanza: dalla cura dei problemi intestinali alla rasatura della barba, dal lavoro al divertimento. Sempre, comunque. La moderazione è una via di mezzo priva di attrattiva. Intere campagne pubblicitarie vengono impostate sull’idea di dover sempre, costantemente, superare i propri limiti. L’eccesso non è l’eccezione, ma la regola, e l’obbiettivo.

Infine, andrebbero osservate meglio alcune implicazioni della globalizzazione. Questo processo strutturale ha la conseguenza di rendere immediatamente disponibili e fruibili messaggi, simboli, stili, comportamenti e merci (di qualunque genere) che necessiterebbero di essere sedimentati culturalmente prima di venire accolti e maneggiati senza rischiare conseguenze imprevedibili. Questo si rileva facilmente prendendo di nuovo in considerazione la scena contemporanea del consumo di droghe: oggi vengono spesso “importate” sostanze psicotrope provenienti dalle zone più remote del pianeta, e utilizzate da culture e società diversissime dalla nostra (l’ayahuasca è esempio recente, meno recente è quello della salvia divinorum), avvolte in aloni affascinanti e misteriosi, ma prive delle necessarie “istruzioni” per maneggiarle con sicurezza, e soprattutto avulse dal contesto culturale e sociale che ne garantisce l’uso controllato (rischiando di far fare a noi la fine degli aborigeni). Ugualmente e contemporaneamente alle altre sostanze, vengono importati stili di consumo, atteggiamenti e comportamenti che sempre più raramente vengono filtrati dalla propria cultura di origine, e vengono invece spesso replicati pedissequamente.

In questo scenario, l’alcol diventa una droga come un’altra, perdendo le sue specificità, e avendo però il vantaggio decisivo di essere legale, quindi immediatamente disponibile per lo sballo.

Benchè siano frequenti le preoccupazioni in merito al fatto che il nostro sistema di sviluppo mette a repentaglio le tradizioni e le culture locali, a nessuno viene in mente che tale distruzione può avere ripercussioni quali appunto quella della “perdita di controllo” sull’uso di una sostanza tradizionalmente controllata. Perchè questo è quello che sta accadendo: l’alcol sta diventando una droga “nuova” e “sconosciuta”, sopratutto nella cultura giovanile, le barriere e i paletti che ne governavano l’uso stanno saltando, e la società non sa più come affrontare un fenomeno che fino a ieri era perfettamente normale. Questo sta già provocando notevoli conseguenze sociali e sanitarie, e le misure messe in atto sull’onda dell’emergenza risultano palliativi inadatti ad affrontare una questione ben più profonda.

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7 Pensieri su &Idquo;PERDERE IL CONTROLLO DELL’ALCOL: QUANDO UNA DROGA VECCHIA DIVENTA NUOVA

  1. Pingback: La cocaina è una droga leggera? « Gratta e Vinci

  2. C’è da chiedersi cosa succederebbe se ci fosse in pubblicità anche un “Michele” per la cocaina. Del resto è risaputo che ogni anno l’alcol ne ammazza parecchi di più di quanti non ne uccida la droga. Vuoi di cirrosi epatica, vuoi stirati da un’ubriaco al volante.

  3. Già, les italiens… Ma l’alcol è sacro, dunque intoccabile: i capri sacrificali sono le altre droghe (facciamoci caso: le uniche droghe legali, alcol, tabacco, caffè ecc…, nel mondo -eccezione l’Olanda- sono quelle Occidentali…)

  4. Bellissimo e illuminante articolo, dovrebbero leggerlo tutti! Ricopia esattamente il mio pensiero anche perché io l’ayahuasca e la salvia divinorum che citi le ho provate e la prima, in particolare, è una non-droga (o comunque non è usata per “divertirsi”) che ha contribuito a farmi prendere la decisione di non bere più (salvo matrimoni e sim. ovviamente, non sono astemio!).

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