La verità sul vino. Riflessioni su droga e scienza

Tra le antiche mura del Castello di Grinzane Cavour, nel cuore di uno dei più noti e suggestivi panorami viticoli d’Italia, è stato presentato il volume “La Verità sul Vino – Come, quando, perché il vino fa bene”, redatto dall’Osservatorio Nazionale sul Consumo Consapevole del Vino. La tesi dell’opera, sostenuta da una selezione di autorevoli studi scientifici internazionali, è che bere con moderazione giova alla salute: il resveratrolo, il più noto principio attivo presente nel vino, avrebbe infatti effetti positivi sul rallentamento del processo di invecchiamento delle cellule, sulla prevenzione del morbo di Alzahimer, sul miglioramento del controllo del diabete, oltre a proteggere il sistema cardiovascolare.

Da cosa nasce la necessità di difendere le proprietà benefiche dell’alcolico per eccellenza? Dall’allarme alcol, che diffondendosi spaventoso nelle coscienze dei cittadini attraverso gli allarmismi mediatici rischia di incrinare l’immagine del vino, il più sacro degli alcolici.

Sono assolutamente d’accordo: demonizzare è sempre inutile, e sebbene io sia un pessimo bevitore e sia tutto tranne che un enologo, ritengo che la tradizione del vino, in Italia, sia cosa importante.

Il punto è che è davvero istruttivo accostare questa levata di scudi in difesa di quella che è, a tutti gli effetti, una sostanza psicotropa (una droga), con il dibattito, ad esempio, sull’uso della marijuana terapeutica (o sulla sua liberalizzazione tout court).

Gli studi scientifici sugli effetti benefici della cannabis sono qualche migliaio, molti di più di quelli esistenti sugli esiti positivi dell’uso di alcol (ancor meno sul vino in particolare): essendo il consumo di alcol una componente normalizzata nelle abitudini alimentari e ricreative occidentali, raramente si è sentita la necessità di evidenziarne scientificamente i meriti; piuttosto, la scienza si è concentrata sui demeriti, spesso nell’ottica di stabilire scientificamente che l’alcol è a tutti gli effetti una droga, anche assai pericolosa, e che dunque sarebbe necessario rivedere i parametri attraverso cui si stabilisce scientificamente (non culturalmente o socialmente) cosa sia una droga e perché debba essere vietata (celebre in proposito l’articolo del professor David Nutt del 2007, completamente travisato a scopi mediatici dall’Independent).

A parità di evidenze, al THC dovrebbe essere riservato lo stesso trattamento del vino, se i dati scientifici avessero una qualche rilevanza. Non è così.
Nell’ambito degli studi sulle sostanze psicotrope, la scienza occupa costantemente un piano secondario, funzionale: è strumento di supporto a idee precostruite, non fonte di ispirazione. Se così fosse, tutte le sostanze con proprietà psicotrope sarebbero o vietate, o legalizzate (magari sotto prescrizione), e non assisteremmo agli atteggiamenti schizofrenici che costituiscono la normalità del rapporto droghe-società.

Gli estimatori e i produttori di vino sfoderano studi scientifici per difendere le proprie legittime tradizioni, e possono farlo perché si muovono in un contesto in cui consumo di alcol è assolutamente condiviso, per quanto in discussione. L’apporto scientifico è un valore aggiunto, è il linguaggio più utile da utilizzare con un’audience che, in fondo, s’attende solo conferme.

Per la marijuana e i suoi derivati non vale lo stesso discorso. La scienza, che ha già ampiamente dimostrato come un consumo consapevole e moderato di THC non conduca ad alcuna  controindicazione degna di nota (non esiste nemmeno la possibilità di overdose), e anzi possa risultare efficace nel contrastare gravi patologie o comunque nella terapia del dolore, resta impotente. La decisione è a priori: nell’immaginario collettivo la cannabis è una droga, nociva per definizione. Le nozioni scientifiche rimbalzano contro un muro di gomma, e tornano al mittente.

Per inciso, almeno questo è quello che è accaduto per tutto il Novecento, perché sul nuovo millennio sta forse sorgendo l’alba di un nuovo di paradigma: proprio quando il muro di gomma si è fatto più solido, con l’inasprirsi della Guerra alla Droga, ha cominciato a mostrare le sue crepe. Negli Stati Uniti, leader dell’ideologia antidroga più bellicosa e intransigente, le cose stanno lentamente cambiando, e la marijuana terapeutica si sta diffondendo sempre più ampiamente. Inoltre gli economisti, che sono gli unici intellettuali la cui parola può divenire legge, si stanno rendendo conto della danarosa follia delle politiche vigenti in materia di lotta alla droga.

Per adesso, però, prima valgono ancora l’immaginario collettivo e gli interessi politici ed economici. Poi, staccata di diverse lunghezza, arranca la scienza.

La questione droga resta culturalmente determinata, e costantemente relativa: ogni società è gelosa delle proprie sostanze e impaurita da quelle aliene, e non c’è scienziato che tenga. L’immaginario drogastico è legato all’irrazionale, all’emotivo, al mistico e al religioso. Per questo l’oggettività scientifica non occuperà mai una posizione dominante, a meno che le sue affermazioni non siano coerenti con le decisioni già prese, a volte millenni prima, dal sistema culturale.

E’ interessante notare infatti come le culture “difendono” le proprie droghe. L’alcol è un esempio, ma potremmo anche riferirci al khat (o qat) consumato abitualmente nel Corno d’Africa e in Yemen, o la coca difesa come pianta tradizionale da Evo Morales, in Bolivia. Che lo si rifiuti o meno, le sostanze psicotrope sono state nella storia e sono tuttora fondamentali nel definire una cultura e un’identità condivisa: una tradizione, insomma. I difensori del vino si mobilitano così in tutela di una pratica che investe non solo i riti secolari e le relazioni sociali che orbitano intorno al bicchiere, ma anche la conoscenza millenaria, artigiana, che sostiene la produzione di vino, e persino l’appartenenza della vite ad alcuni celebri paesaggi italiani, che davvero non sarebbero ugualmente deliziosi se privati dei viticci. Un patrimonio, insomma: altro che una droga. Ed è sacrosanto. Come del resto è sacrosanto che Morales difenda la coca e i Rastafariani la cannabis. Solo che coca e cannabis sono illegali, perché non appartengono alla cultura dominante.

Ogni cultura ha la sua droga, perfettamente integrata nei processi sociali e mantenuta sotto controllo mediante la prassi maturata da tradizioni millenaria, e integrata nelle credenze religiose. Fintanto che i sistemi culturali coincidevano con i confini geografici che li contenevano, e le sostanze restavano entro questi confini, vale a dire dove risiedevano anche le “istruzioni” per utilizzarle senza pericoli, tutto funzionava a meraviglia. Poi è arrivata l’epoca coloniale, da cui la globalizzazione. Le sostanze hanno cominciato a varcare i confini territoriali e raggiungere luoghi lontani, in cui si sono trasformate in qualcosa di molto simile alle pestilenze (pensiamo all’alcol per gli indiani d’America, o ai derivati dell’oppio in Occidente), proprio perché  la merce droga viaggia molto più rapidamente delle tradizioni utili a tenerla sotto controllo, ed utilizzata per scopi ben diversi da quelli originari (medico-religiosi).

Ecco, anche, contro cosa lottano i difensori del vino. L’invasione di campo. Il rischio che l’incontrollabilità di sostanze che giungono da lontano, senza controllo, rendano incontrollabile anche il consumo del nostro vino. Che il vino diventi una “droga” come un’altra, perdendo per strada tutte quelle prassi maturate nei secoli e utili a proteggere i consumatori dai suoi pericoli.

Peccato che la difesa del vino non sia in realtà consapevole di questi aspetti, e spesso si riduca alla tutela di una fonte di guadagno. E peccato anche che ad altre sostanze non sia concessa la stessa opportunità.

Carlo Giovanardi: quando lo stato chiama, senza avere ha un cazzo da dire

Carlo Giovanardi(Carlo Giovanardi, sottosegretario con delega alla lotta alla droga)

“Cucchi? Morto perché drogato” (09-11-09)

(Nonostante l’opinione di Giovanardi, quei rompiballe della Procura indagano carabinieri e agenti penitenziari, omettendo testardamente di interrogare siringhe e bustine di roba)

“In Italia i consumi di cocaina sono in diminuzione grazie alle politiche del Governo” (05-11-09)

(Nonostante le dichiarazioni di Giovanardi, l’Italia risulta essere tra i primi cinque Paesi UE per consumo di cocaina, almeno secondo quei guastafeste dell’Osservatorio Europeo sulle Droghe)


La marijuana uccide? Sì, ecco come

Da ADUC Droghe

Dopo Aldo Bianzino, è toccato a un altro consumatore di cannabis. Stefano Cucchi, 31 anni, arrestato per possesso di qualche grammo di cannabis e cocaina viene rinchiuso a Regina Coeli il 16 ottobre scorso, poi trasferito all’ospedale Pertini di Roma muore subito dopo. Sul suo corpo i genitori hanno riscontrato tumefazioni e lesioni. A denunciare una morte “su cui fare chiarezza e giustizia” sono Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, l’associazione che si batte per i diritti nelle carceri, e Luigi Manconi , presidente di ‘A Buon Diritto’.
“La morte di Stefano Cucchi avvenuta all’ospedale Pertini (reparto detentivo) richiede un immediato chiarimento”, dichiarano Gonnella e Manconi. “Trentunenne, di corporatura esile, viene arrestato pare per modesto possesso di droga il 16 ottobre scorso – raccontano – Al momento dell’arresto da parte dei carabinieri, secondo quanto riferito dai familiari, stava bene, camminava sulle sue gambe, non aveva segni di alcun tipo sul viso. La mattina seguente, all’udienza per direttissima, il padre nota tumefazioni al volto e agli occhi”.
“Cucchi – notano Gonnella e Manconi – non viene inviato agli arresti domiciliari, eppure i fatti contestati non sono di particolare gravità”. Dal carcere, invece, viene disposto il ricovero all’ospedale Pertini. “Pare per ‘dolori alla schiena’”. “Ai genitori non è consentito di vedere il figlio – sostengono ancora Gonnella e Manconi – L’autorizzazione al colloquio giunge per il 23 ottobre ma è troppo tardi perchè Stefano Cucchi muore la notte tra il 22 e il 23 ottobre. I genitori rivedono il figlio per il riconoscimento all’obitorio e si trovano di fronte a un viso devastato”.
“Una morte tragica, sospetta che richiede risposte dalla magistratura, dall’amministrazione penitenziaria, dai carabinieri, dai medici del Pertini e dalla Asl competente: perchè Stefano Cucchi aveva quei traumi? Perchè ai genitori è stato impedito di incontrare il figlio per lunghi sei giorni? Perchè non gli sono stati concessi gli arresti domiciliari neanche fosse il più efferato criminale?”. Manconi e Gonnella concludono chiedendo che vengano “rese pubbliche le foto del viso tumefatto di Cucchi, posto che in Italia capita spesso che i verbali degli interrogatori a base di inchieste importanti vengono immediatamente trascritti sui giornali”. Qui un servizio del Tg3

INTERROGAZIONE RADICALI  – Maria Antonietta Farina Coscioni, deputata radicale eletta nelle liste del Pd, ha presentato un’interrogazione urgente ai ministri della Giustizia e del Lavoro e della Sanita’ sul caso di Stefano Cucchi, arrestato e successivamente deceduto. Ai ministri interrogati la parlamentare chiede di “avere tutte le notizie disponibili in relazione alla morte del signor Stefano Cucchi, avvenuta all’ospedale Pertini (reparto detentivo) di Roma”.
In particolare Farina Coscioni chiede di sapere “se sia vero che il signor Cucchi sia stato arrestato il 16 ottobre 2009 dai carabinieri, dopo essere stato trovato in possesso di un modesto possesso di droga; che al momento dell’arresto, secondo quanto riferito dai familiari, stava bene, camminava sulle sue gambe, non aveva segni di alcun tipo sul viso; che la mattina seguente, all’udienza per direttissima, il padre ha notato tumefazioni al volto e agli occhi; che al signor Cucchi non siano stati concessi gli arresti domiciliari, nonostante i fatti contestati non fossero di particolare gravita’; che dal carcere il signor Cucchi sia stato ricoverato all’ospedale Pertini di Roma, pare per ‘dolori alla schiena’”.

GARANTE DETENUTI: TRASFERIRO’ A MAGISTRATURA DATI SU MORTE  – “Aver impedito ai genitori di far visita al figlio moribondo e’ un reato ed e’ di una gravita’ estrema – dice a CNRmedia il garante dei diritti dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni – E’ previsto dall’ordinamento che si consenta ai parenti di visitare il malato anche quando e’ in stato di detenzione e se gli e’ stato vietato per evitare che possa parlare e raccontare quello che gli e’ successo, e’ un reato di occultamento. Gli e’ stato proibito di denunciare i suoi aggressori”. Lo afferma, a Cnrmedia, il garante dei diritti dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni, riferendosi alla vicenda di Stefano Cucchi e aggiungendo: “Trasferiro’ tutti i dati alla magistratura come di norma si fa in questi casi”.

L’insostenibile concretezza della mafia, l’insostenibile vaghezza del’antimafia

Uno non osa commentare criticamente operazioni essenziali e imprescindibili come “Contromafie: gli Stati Generali dell’Antimafia” proprio perché sono essenziali e imprescindibili: contro le mafie si fa troppo poco, e chi mendica non può scegliere.

Però ieri sera sentivo a “Che tempo che fa” Nicola Gratteri, PM da vent’anni al fronte contro la ‘Ndrangheta, il quale affermava che sarebbe un po’ ora di finirla con le grandi iniziative di analisi, discussione, e testimonianza, e darsi da fare concretamente. Che cos’è la mafia si sa, e si sa anche cosa bisognerebbe fare: forse manca il come.

Si capisce che ritrovarsi ogni anno, per quei quattro gatti coraggiosi che si intestardiscono a dire no alle mafie, sia motivo di orgoglio e sollievo. La domanda è: al di là del purtroppo limitato interesse dei media, e del piacere di trovarsi tutti assieme a dire no alla mafia, a cosa diamine serve?

E così mi son sentito meno bastian contrario a pensare che queste grandi iniziative, per carità importanti e meno male che ci sono, hanno un po’ troppo l’aria della passerella blasonata in cui tutti, dalle associazioni che davvero si danno da fare, a quelle che più che altro parlano, ai Presidenti e alle Cariche Pubbliche, agli artisti impegnati, si fanno belli, più o meno in buona fede, con il solito e identico discorso antimafia. Sentito e commovente, per carità: ma sentito e commovente come quello dell’anno scorso, e temo come quello del prossimo anno. Colpa delle istituzioni sorde? Forse. Direi soprattutto. Ma non solo.

Quest’anno ad esempio Contromafie ha prodotto un “Manifesto degli Stati Generali dell’Antimafia“. Il che mi ha rallegrato. Ho pensato: finalmente qualcosa di concreto. Poi l’ho letto. E devo ammettere, a costo di apparire disfattista, che mi sono cadute le palle nei calzini, come dice efficacemente un mio amico di Milano.

Perché viva l’impegno, viva le parole ben studiate e ben accostate, viva gli slogan capaci di scaldare gli animi. Ma qualcosa di concreto, a reggere tutto questo, ci deve stare. Se dici cosa bisognerebbe fare, e non stai facendo solo due chiacchiere al bar, devi anche proporre come, e poi provare a farlo.

Non sono un esperto di mafie. Mi tengo informato, ecco. Però mi pare che persino l’idea di mafia che esce dal manifesto sia un pochino ingenua. Si considera la mafia come un “ente” del tutto altro rispetto a un presunto “noi”. Come qualcosa che puoi davvero prendere e sradicare: un’erbaccia. Eppure la mafia non è un oggetto, non è una “cosa”. E’ un modo di interpretare il mondo, una cultura, un modo d’essere, di vivere, di rapportarsi algi altri, oltre che di fare affari. Non è un’erbaccia aliena in un orto sano: è uno stato in cui qualunque vegetale può trovarsi a essere (perchè è nato così, o perchè lo è diventato). Taglia la testa al boss di turno, e dal fertile terreno ne emergerà un altro. “Mafia” è l’esasperazione violenta di un atteggiamento umano che è diffuso, tenacemente diffuso, anche fuori dalla Cupola, da O’ Sistema, dalle ‘Ndrine o dai cartelli dei narcotrafficanti sudamericani. Non è poi così “altro” da noi. Attenzione a pensarlo lontano e contrapposto: finisce che poi, se non si chiama ufficialmente “mafia”, non la si riconosce. Finisce che poi ci comportiamo da mafiosi senza accorgercene (e capita, oh se capita, temo anche a molti crociati dell’antimafia). Finisce che poi Sciascia, quando se la prendeva con i “professionisti dell’antimafia”, aveva ragione, ventidue anni dopo.

Forse sarebbe stato più coraggioso un messaggio che, ad esempio, stimolasse provocatoriamente a sconfiggere il mafioso che è in noi, prima di dar battaglia agli altri, a quelli “veri”. Almeno: io da cotanti spiriti riuniti contro la malavita organizzata mi sarei atteso una posizione un po’ meno retorica e un po’ più profonda. Le anime belle non mi sono mai state simpatiche: si sentono troppo al sicuro, troppo sane, e non combinano nulla, oltre alle parole.

Condivido tutti i punti del Manifesto, sia chiaro.
Del resto, sono così vaghi da risultare impalpabili. Libertà di stampa? Ma devo aspettare gli Stati Generali dell’Antimafia per sentirlo? Centralità della scuola: ma và? Giovani come protagonisti: ma senti che idea originale. “Costruire effettive strategie di contrasto, politiche e normative, alla criminalità transnazionale“, si legge a un certo punto: sembra una conclusione da discussione al bar, invece è parte del manifesto, è quello che bisogna fare: sì, d’accordo, ma come? E via così: una dolorosa  fiera dell’ovvio (garantire i diritti umani, tutelare le vittime, applicare e migliorare le leggi, combattere il lavoro nero, no ai condoni, sì alla legalità: verissimo, ma scontato).

Tutto qui. Prendi cinque cittadini mediamente informati e chiedigli cosa bisogna fare contro le mafie, e loro probabilmente ti risponderebbero le stesse cose scritte nel Manifesto, senza averlo letto e senza far parte degli Stati Generali dell’Antimafia.

Ok, mi rendo conto che, forse, se ci si trova ancora costretti a ribadire questi concetti è perché non sono chiari ai più, o quantomeno a chi prende le decisioni. Ma anche questo è evidente: se la mafia è, come in effetti è, il potere politico ed economico (ben più che parte del tutto), allora forse bisogna puntare più sui singoli cittadini e meno sulle grandi istituzioni, che finito il convegno tornano a farsi gli affari loro. Sveglia, Contromafie: se questo è lo stato degli Stati Generali dell’Antimafia, mi sa che la mafia dorme sonni tranquilli.

Dice che non si può criticare senza proporre: contro le mafie io propongo di legalizzare le droghe, tagliando così il maggior introito della criminalità organizzata, e ristabilendo il controllo pubblico su quella che è una piaga sociale. L’idea, proposta nel manifesto, di “ridurre la domanda di droghe” è semplicemente ingenua, in questo mondo (infatti manca il come): per sconfiggere il contrabbando di alcol, quasi un secolo fa, nessuno ha pensato di ridurne la domanda: è bastato legalizzarlo e -sorpresa!- i consumi sono diminuiti da soli. Certo, c’è il problema di tutti gli interessi (immensi) legati all’antidroga: appunto, mafia non è solo la mafia.

Antiproibizionismo: un video e un articolo di Repubblica. Per capire.

Il video, spezzone di “Dimenticare Palermo”, film del 1989 di Francesco Rosi, l’ho preso dal blog “past, present, possible“. Al suo autore il merito di averlo scovato. E di scrivere cose belle e interessanti.

L’articolo proviene invece da Repubblica (11/03/2009).
Pare che anche gli economisti consiglino la liberalizzazione: il proibizionismo ha fallito. Ovviamente Antonio Maria Costa, zar antidroga dell’ONU, continua a negare l’evidenza. Il perché è spiegato proprio dal video che avete visto. I soldi son soldi. Senza la Guerra alla Droga, Costa non sarebbe più nessuno. Finirebbe a lavorare come tutte le persone normali.

Il proibizionismo compie un secolo: appello-provocazione di 500 studiosi
A Vienna il summit Unodc. Il direttore: “Nessun paese sostiene questa posizione”

“Droga libera, potrebbe convenire”
la sfida degli economisti all’Onu

di DANIELE MASTROGIACOMO

ROMA – Rischiamo di perdere la guerra contro il traffico della droga. Forse è già persa. Lo pensano in molti. Adesso un rapporto della Brookings Institution, supportato da uno studio dell’economista della Harvard university, Jeffrey Miron, sottoscritto da 500 colleghi, sembra arrendersi alla realtà e invita il mondo a cambiare rotta. E se si liberalizzasse la droga, se si strappasse ai cartelli dei narcos il ricchissimo fatturato e si usassero gli introiti per rafforzare i controlli, le prevenzioni, la lotta alla grande criminalità?

La proposta è una provocazione. Proprio nell’anno in cui il proibizionismo riguardo le sostanze stupefacenti compie cento anni. Ma è una provocazione che nasce sull’amara constatazione che la battaglia condotta negli ultimi dieci anni ha portato a risultati deludenti. C’è sempre più droga in circolazione, è cattiva, è pericolosa per la nostra salute; il fiume di denaro è impressionante.

Se il business dei narcotrafficanti rappresentasse il Pil di uno Stato si piazzerebbe al ventunesimo posto della scala mondiale: subito dopo la Svezia. Parliamo di un fatturato di 320 miliardi di dollari l’anno. Di fronte ad un trend che s’impenna, nella recessione planetaria, esistono i rischi di inquinamenti, interferenze, di condizionamenti delle politiche degli stati e della stessa finanza internazionale. Il caso della Guinea Bissau, ormai diventata il nuovo terminale del traffico internazionale di cocaina, è eloquente. Non si uccidono in meno di 24 ore il capo di Stato maggiore delle Forze armate e un presidente senza la complicità di lobby e cartelli che gestiscono un business miliardario. La proposta dei 500 economisti britannici e statunitensi approda sul tavolo dell’Unodc, l’ufficio della Nazioni unite contro la droga, in un momento delicato. Da stamani per una settimana oltre 50 paesi si riuniranno a Vienna per mettere a punto la strategia del prossimo decennio. Siamo ad un passo da una svolta storica?


“Assolutamente no”, nega a Repubblica il direttore generale dell’Unodc, Antonio Maria Costa. “Il tema è stato sollevato, ma non c’è alcun paese che lo sta sostenendo. Sono stato io a sollecitare una presa di posizione. I risultati ottenuti finora non sono sufficienti. Ma pensare alla liberalizzazione delle droghe come una soluzione alternativa sarebbe la fine, verremo sconfitti”. In un documento di 22 cartelle, l’Unodc lancia la sua proposta: non si tratta di scegliere tra salute (controllo della droga) e sicurezza (lotta alla criminalità). Bisogna agire su entrambi i fronti. Ma il rischio che la ricchezza prodotta dalla droga finisca per colmare la povertà dell’economia legale è altissimo. Alterando i mercati, condizionando politiche, comprando voti, elezioni. Potere. La sfida è titanica. La posta in gioco decisiva.

Gli italiani per bene non sono stranieri. E non si drogano.

La caratteristica più interessante dei personaggi che sono oggi al potere (non solo) in Italia consiste nello scovare costantemente cause “esterne” o “aliene” ai problemi e alle disgrazie che accadono nel nostro Paese. E’ la vecchia, biblica storia del capro espiatorio. In questo, trovano rapidamente l’appoggio della sempre più pigra opinione pubblica, che deve pur riempire di un contenuto qualsiasi l’intervallo tra un acquisto e un’altro.

Prendiamo i casi di violenza che hanno annerito le cronache degli ultimi giorni, tra stupri, pestaggi selvaggi e tentati falò di indiani.
Identificare la causa di queste brutalità risulta operazione agevole per gli intelletti al potere: se gli aggressori sono stranieri, la colpa è dell’immigrazione; se i violenti sono italiani, la colpa è delle droghe (al limite dell’alcol). C’è ance la variante, meno frequente ma terrificante, dell’immigrato drogato: un’inarrestabile macchina per uccidere (e anche una vecchia storia: negli USA di inizio ‘900 i quotidiani scrivevano che la cocaina rendeva i “negri” invulnerabili ai proiettili; fu una delle argomentazioni del proibizionismo).

La questione è oltremodo semplice, e altrettanto ovvia è la risposta: ostacolare l’immigrazione e reprimere il consumo di droga. Che tanto i fenomeni migratori, quanto l’abitudine all’intossicazione siano costanti antropologiche nell’umana evoluzione, poco importa. Il fatto che entrambe le politiche repressive non abbiano altri effetti oltre a quelli negativi, non interessa.

Il punto è assicurarsi che il problema, in fondo, non sia nostro: italiano, occidentale.  Gli italiani per bene infatti non sono extracomunitari. Gli italiani per bene sono italiani (al  massimo europei o nordamericani). Ma certo non rumeni, e nemmeno africani.

Gli italiani per bene magari fumano nicotina, bevono alcol, inghiottono psicofarmaci,  sbarellano al videopoker, ma di certo non usano le droghe: gli italiani per bene sanno che le droghe ti trasformano in uno schiavo, in un criminale, in un cadavere, che le droghe le vende la mafia.

Ne consegue che nessun italiano, nel pieno delle sue facoltà mentali ed emotive , potrebbe mai far violenza a chicchessia, se non la domenica allo stadio. Quindi, la violenza non può essere colpa che del drogato o dell’immigrato.

Il problema è  così semplice: perché complicarsi la vita  con pallose analisi sociologiche, storiografiche, politiche, antropologiche che tanto nessuno capisce, e che non fan altro che demoralizzare il povero buon uomo italico, cercando di convincerlo che, sostanzialmente, quello che accade è (anche) responsabilità sua? Tanto lui che diamine ci può fare, se le cose sono davvero così drammatiche come ‘sti musoni vanno blaterando? Niente. Anzi, fnisce che se ci pensa, poi smette di fare shopping e di guardre la TV, rischiando di far precipitare tutto ancora prima di aver trovato una soluzione vantaggiosa per chi comanda.

E basta anche con ‘sta menata degli “italiani razzisti”: è chiaro che se gli stranieri non esistessero, non esisterebbe nemmeno il razzismo.

Quasi quasi mi hanno convinto.

DROGA E PREVENZIONE: L’INUTILITA’ DEGLI SPOT E L’UTILITA’ DEI LIMITI

Ecco la nuova pubblicità antidroga del Governo:

Fatico a stabilire quale sia l’aspetto più ridicolo del nuovo spot antidroga ideato dagli ottusi Crociati capitanati dal povero Giovanardi, illuminato nella sua missione dalla “scientificità” di Serpelloni (il medico-scrittore-compositore-pittore) e dall’utopia senza uscita di San Patrignano (che non necessita di presentazioni).

Forse è che si riferisce ad un astratto concetto di “droga”, evidentemente poco chiaro agli ideatori stessi, senza considerare che la causa più frequente di devastazione cerebrale è l’abuso del legalissimo alcol.

O forse è il fatto che la retorica del “cervello bucato” non solo è tanto antica quanto inefficace (qualcuno forse ha ancora dei dubbi sul fatto che “la droga fa male”? Il consumo di droga è forse per questo diminuito?), ma anche imprecisa. Perché le droghe sono tante, e tra le varie e gravi controindicazioni causate all’abuso (ABUSO: non uso), non necessariamente compare il danno cerebrale (presente invece in diversi e legalissimi psicofarmaci); l’idea del “cervello bucato” ha avuto una certa fortuna associato ai danni dell’ecstasy, ma è stata accantonata nel momento in cui ci si è resi conto che non è necessariamente vero, e soprattutto che la tecnologia dello “scanning cerebrale”, usata per dimostrarla, è nuova e controversa: quelle macchie colorate che Serpelloni indica come “buchi nel cervello” (ogni macchia corrisponderebbe al 5% in meno di sostanza cerebrale!) in realtà non si sa bene cosa siano, e la maggior parte dei milioni di persone che hanno usato regolarmente ecstasy durante il boom degli anni ’90 sono vive, vegete e capaci di intendere e di volere. Ad oggi, l‘ecstasy è considerata una sostanza meno pericolosa dell’alcol.

Ma forse, a ben vedere, l’aspetto più ridicolo è un’altro.

Ammettiamo anche che tutto quello che sottintende e afferma lo spot sia vero: la droga, qualunque droga (tranne l’alcol, di cui Giovanardi è appassionato consumatore), anche se usata una sola volta, distrugge, ammazza, avvelena.

Anche i più ottusi proibizionisti non possono evitare di ammettere che se la droga viene usata, una ragione ci sarà. Anche i più feroci sostenitori della Guerra alla Droga sanno che oggi le sostanze si consumano (prevalentemente) per raggiungere migliori prestazioni sia in ambito ricreativo che lavorativo: non ci vuole molto ad arrivarci, dato che, tolta la polivalente cannabis, a farla da padrone sono proprio gli stimolanti e le sostanze prestazionali in genere.

Allora, che senso ha fare uno spot così, quando quello in onda appena prima invita a rincorrere la forma fisica perfetta ammuccandosi pastiglie “naturali”, quello seguente indica come indispensabile il superfluo, e quello ancora seguente ti dice che se ti ingolli quella pastiglia il mal di testa ti passa in un momento e la vita ti sorride?

Chi usa droghe oggi non lo fa perché è stupido, autolesionista, ignorante, pazzo. Chi usa droghe (mica solo  i ragazzini in discoteca) lo fa perché le trova utili a vari scopi, pratici o ricreativi, anche se sa che possono fare male. Non è poi così diverso dal guidare ai 200 allora in autostrada perché si è in ritardo: è pericoloso, molto pericoloso, ma è visto (da chi lo fa) come utile allo scopo.

Chi usa le droghe lo fa perché è immerso in una società altamente medicalizzata: sa che c’è una pastiglia per ogni problema, dalla diarrea all’infelicità; lo fa perché per stare al passo con i ritmi del lavoro e del divertimento ha bisogno (qualche volta) di un sostegno, perché lo stress (alle volte) è troppo da sopportare senza l’aiuto di un bel cannone di marijuana. Aggiungiamoci poi la retorica del “no limits” e del “primato a tutti i costi” che domina l’immaginario collettivo e guida il sistema produttivo, e capiamo da cosa possa derivare l’abuso: il doping non è mica solo nello sport, anche se fa comodo pensarla così.

Una campagna coerente ed efficace contro le droghe dovrebbe essere una campagna contro l’abuso di droghe.
Per l’alcol, la nostra “droga culturalmente controllata”, che uccide più che tutte le droghe illegali messe assieme (25000 morti all’anno solo in Italia) si invita alla moderazione, al “bere responsabile”: si sa che tanto la gente beve comunque. Dato che si sa anche che la gente si droga comunque, perché non fare lo stesso per le sostanze? Chi ci ha provato, è stato accusato di incitare al consumo.

Paradossalmente, la prevenzione efficace contro le “droghe” forse non avrebbe nemmeno bisogno di parlare di droghe.
Basterebbe parlare di limiti. Educare al riconoscimento e al rispetto dei limiti umani: fisici e psichici, individuali e collettivi. Educare al rifiuto dell’idea dominante del “tutto e subito”. Educare alla moderazione. Inquinamento, crisi economica ed energetica, disturbi come bulimia o anoressia, consumo di droghe e dipendenze: è tutto intrecciato, sono sintomi diversi di una stessa malattia etica.

I limiti dovrebbero essere considerati sacri, non un impedimento al raggiungimento di chissà quale scopo nel minor tempo possibile. Siamo una società rovinata e che sta rovinando il pianeta a causa della brama del primato a tutti i costi. Un recordista sportivo che afferma “neanche io supero mai i miei limiti” mi parrebbe un messaggio molto più potente delle lampadine che si spengono nel cervello.

(Questo articolo è apparso su droghe.aduc.it.)

NOTIZIE FLASH: BERLUSCONI, DE CORATO, HAIDER

Berlusconi (foto Ansa-Kalashnikov)

BERLUSCONI: POLIZIA ALL’UNIVERSITA’.
I sindacati delle forze dell’ordine avvertono: “Se volevamo studiare non entravamo in polizia, e comunque se c’è l’obbligo di frequenza non possiamo garantire il controllo del territorio in orario di lezione. Poi, per quel che serve studiare oggi, preferiamo farci sparare per le strade”
I portavoce dell’Arma dei Carabinieri: “Noi ci iscriveremo alla specialistica”

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De Corato (foto Ansa-LSD)

De Corato (foto Ansa-LSD)

DE CORATO, VICESINDACO DI MILANO: CHIUDERE I SERT, SONO LUOGO DI SPACCIO.
E oltretutto, aggiunge De Corato in conferenza stampa, la roba che spacciano fa schifo. Io l’altra sera ho provato quell’affare lì, il “metadone”, che dovrebbe essere la loro specialità (perché si chiamano Servizi per le Tossicodipendenze, se no?) e mi pare proprio una schifezza chimica, m’è venuta la nausea e mi sento rintronato ancora adesso. Ribadisco: chiudete i Ser.T e se volete roba buona chiedete a me o a Letizia.

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Joerg Haider (foto Ansa-Pride)

Joerg Haider (foto Ansa-Pride)

JOERG HAIDER ERA OMOSESSUALE
E’ sempre troppo tardi quando emergono i lati buoni delle persone.
I suoi più fedeli seguaci insorgono: “Non crediamo a una parola di queste menzogne. Stiamo organizzando speciali trenini di soli uomini da tutta l’Austria per  onorare la sua memoria infangata. Un appello a tutti i veri maschi austriaci: se credete anche voi nelle idee di Haider, veniteci dietro”.

RITORNA L’EROINA: PROIBIZIONISTI E MAFIOSI GONGOLANO

Giovanardi manco lo sa, ma l'alcol è una droga

Leggo su aduc droghe che il consumo di eroina tra i giovani  e giovanissimi è di nuovo in aumento, anche se viene fumata e non più iniettata.

L’assunzione dell’oppiaceo per via inalatoria ha soppiantato quella per via iniettiva, e sta tornando di moda, per due ragioni.
La prima riguarda i contesti e gli stili di consumo, e la percezione di essi. La vena bucata è  monopolio dei “tossici”, segno della “resa”, ultimo stadio.  Il discrimine non è impostato su quale sostanza si usa, ma sulle modalità di assunzione, perché quelle, nell’immaginario (non solo giovanile: smettiamola di parlare di droga come fosse una cosa che riguarda solo i giovani), fanno la differenza tra uno che usa la droga e uno che “è usato” dalla droga. Il che, per quanto possa sembrare assurdo, è per molti versi vero: il potere di una sostanza non è dato solo dalla sua chimica, ma anche dalle modalità di assunzione e dai contesti di utilizzo. Effettivamente, fumare eroina è meno pericoloso che iniettarsela in vena: il che non significa che non possa portare a pessime conseguenze. L’eroina fumata risulta essere  quasi una sostanza diversa, rispetto all’eroina iniettata (che per alcuni, ma non per la maggior parte, può rappresentare il drammatico passaggio successivo): una sostanza che, come tutte quelle in voga oggi, a differenza dell’eroina “classica”, deve svolgere una funzione integrativa, funzionale, socializzante, non discriminante.  Inoltre, siccome oggi a prevalere è il cosiddetto “policonsumo”, ossia l’assunzione di più sostanze nello stesso arco di tempo o evento, magari con l’intento di modulare gli effetti dell’una con quelli dell’altra (ma più spesso per semplice bulimia), il potere depressivo dell’eroina può risultare funzionale a lenire i sintomi del “down” che insorgono allo scemare degli effetti delle sostanze stimolanti o dissociative. Sbattuta fuori dalla porta come sostanza totalizzante e mortale (tanto da divenire paradigma stesso del concetto di “droga”), l’eroina riappare sugli scaffali del supermarket-droga come uno dei tanti componenti dei “cocktail” che vanno di moda oggi.
Quando l’uso di droga era relegato in qualche modo alle (presunte) “subculture”, ogni sostanza dominava panorami separati, il suo consumo coincideva con uno stile di vita, con delle scelte, più o meno consapevoli e più o meno condivisibili; oggi l’attitudine consumistica ha demolito tutte le barriere: la droga è un bene di consumo, e come tutti i beni di consumo è utilizzata sempre più bulimicamente, automaticamente, indiscriminatamente. L’eroina come l’abbiamo conosciuta (e come l’abbiamo voluta concepire), non esiste più. E’ semplicemente uno dei tanti mattoni colorati con cui si cerca di costruire la propria esperienza perfetta: coerentemente con le aspettative del nostro sistema di sviluppo economico e sociale.

Chasing the Dragon

La seconda ragione riguarda le strategie messe in atto per arginare (o eliminare del tutto: pia e spesso dannosa illusione) la diffusione del consumo  di droghe. La becera retorica proibizionista oggi incarnata da personaggi come Giovanardi, Moratti o Muccioli, nell’equiparare la droga leggera (cannabis) a quella pesante (eroina), di fatto realizza la profezia della “gateway hypothesis“, la tesi secondo cui dal consumo di cannabis si passerebbe a quello di droghe pesanti (tesi già largamente smentita: potrebbe valere anche per l’alcol, il caffè, la camomilla, dato che si basa su incroci statistici: contate quanti eroinomani hanno consumato caffè nella loro vita e scoprirete i pericoli della caffeina). Se metto in giro la voce che la cannabis è come l’eroina, quando un ragazzino si fuma una canna e scopre che non è poi così male e non lo ha trasformato in un tossico, sarà portato a credere che l’eroina sia la stessa cosa: è lo Stato che glielo dice. Inoltre sarà tentato di ritenere che le istituzioni  (e i genitori per quanto in buona fede), mentano: il che è vero, e non è una gran bella cosa.

Se poi gli stessi pusher da cui compra il fumo gli possono procurare l’eroina da fumare a prezzi anche inferioriil gioco è fatto (e secondo quanto si legge su aduc, il problema è proprio che gli spacciatori che prima vendevano fumo sono passati a offrire eroina: tenete presente che i due mercati tradizionalmente sono sempre stati separati, e questa è un’intuizione strategica del narcotraffico). Nel momento in cui si accorgono che l’eroina è anche “meglio” del fumo (perché provoca uno sballo maggiore, e un quindicenne quello cerca, non ha la maturità di sapere quello che vuole), come sembra accadere stando alla notizia riportata, allora la questione può diventare preoccupante. E dico “può”, perché, a parte le dichiarazioni delle forze dell’ordine e dei presunti esperti (che sostengono le stesse cose  e attuano le stesse politiche da un secolo eppure nulla cambia), non è così facile prevedere il futuro dei consumi di una sostanza, non tanto rispetto alla sua diffusione, piuttosto del suo impatto sociale. Se fosse semplice prevedere gli sviluppi, gli osservatori e gli addetti ai lavori non sarebbero costantemente presi di sorpresa, come in realtà sono per loro stessa ammissione.

Il bello è che gli stessi personaggi (Giovanardi & co.) che determinano questa situazione attraverso disinformazione moralistica, balle spacciate per evidenze scientifiche e ottusa repressione poliziesca, lamentano gli effetti mostruosi della loro stessa incapacità imputandoli però a presunte geniali strategie di marketing messe in atto dalla criminalità organizzata, che, in realtà, non fa che quello che ha sempre fatto: occupare i vuoti lasciati dalla società civile.

Denaro e droga: fanno male ma fanno comodo

Considerate questo: non è stata la criminalità organizzata a chiedere che gli venisse regalata la possibilità di produrre e vendere droga, ma i governi a metterli al bando. Anzi: la messa al bando è stata una delle occasioni di nascita e crescita della criminalità prima locale e poi internazionale, e oggi è la sua principale fonte di reddito. Non è la mafia a dire che le canne e l’eroina sono la stessa cosa: sono (alcuni) Governi e personalità di spicco a fargli questo favore. Forse non è chiaro che stiamo parlando di criminali incalliti disposti a ammazzare i bambini per i soldi, a cui noi abbiamo consegnato un potere immenso: il controllo sulle droghe. E forse non è chiaro che genere di potere possa fornire il controllo su una sostanza psicoattiva, soprattutto se illegale: come indizio, vi basti sapere che il Regno Unito ha ottenuto il controllo di fatto della Cina attraverso il commercio di oppio, e dalla  guerra che ne scaturì (Guerra dell’Oppio 1839-1842) ottenne, tra le altre cose, il controllo su Hong Kong e i porti di Canton e Shangai.

Siamo noi, e non smetterò mai di ripeterlo, a permettere alla mafia di esistere e di prosperare. Siamo noi a permettere alla droga di essere un “mostro” inarrestabile. Ma tutto quello che riusciamo a fare e voltare la testa terrorizzati.

LA MORATTI MULTA I TOSSICODIPENDENTI. UN’OTTIMA IDEA PER GUADAGNARE DAL PROIBIZIONISMO

La Moratti, forte del decreto Maroni, ha deciso che a Milano chi verrà sorpreso a consumare sostanze stupefacenti in luoghi pubblici potrà essere multato di 500 euro, o in alternativa farsi “curare”, come se le cose fossero davvero così semplici.

Va detto subito che, al di là dei dubbi che qualunque persona assennata potrebbe sollevare sulla reale utilità della proposta, questo discorso una logica ce l’ha. Ed è quella del profitto.

Oggi, secondo le stime dell’ONU e di analisti indipendenti, a fronte di una spesa pubblica globale di 40 miliardi di euro l’anno per mantenere le politiche proibizioniste (retate, arresti, sequestri, spese giudiziarie, incarcerazioni), la criminalità organizzata guadagna tra i 400 e i 500 miliardi di euro con il traffico delle sostanze stupefacenti messe al bando.

Per ogni euro speso dai contribuenti per vietare i traffici di droga, la criminalità ne guadagna dieci volte tanto. C’è decisamente qualcosa che non va: paghiamo un sacco di soldi per mantenere illegale qualcosa in modo che chi la commercia al mercato nero intaschi palate di quattrini.

Qualunque imbecille, di fronte a questa situazione paradossale, pur di togliere la droga dalle mani dei mafiosi e dirottare quei 40 miliardi di euro a scopi più intelligenti, penserebbe a qualche strategia sensata di liberalizzazione delle sostanze, magari mettendole sotto controllo medico.
La Moratti no.

La Moratti, da buona berlusconiana della prima ora, ha pensato di guadagnarci. Si è spremuta le meningi, e alla fine ha capito come fare.
Prendiamo in considerazione il costo di una “pallina” di cocaina o eroina da strada, i cui prezzi sono precipitati negli ultimi anni fino alle 10-20 euro a dose (almeno a Torino, e nel contesto della strada; in altri, una dose di cocaina può costare anche 80 euro). Ogni volta che qualcuno si fa una dose, la mafia guadagna 10-20 euro.
Multando chi si droga, la Moratti potenzialmente può guadagnare 500 euro ogni 10-20 incassate dai narcotrafficanti a Milano, ribaltando il rapporto costi-benefici del proibizionismo: a questo punto sarebbe lei a guadagnare fino a 50 volte più che i narcotrafficanti. Chiamala scema. Il fatto che le mafie da questa storia non perdano un soldo nell’ottica morattiana non fa che sottolineare il fatto che si tratta di un ottimo affare per tutti.

Insomma: ora non gli resta che battere i bassifondi di Milano alla ricerca di tossici da multare. I quali, per altro, difficilmente avranno a disposizione 500 euro da regalare al sindaco, e questo è in effetti il punto debole del piano. Peccato. I tossici saranno costretti a scegliere in blocco la gita a San Patrignano, a prendere sberle per pranzo e per cena, il che consentirà a Muccioli jr. di incassare ancora più denaro in beneficenza.

Alla faccia di chi dice che con il proibizionismo non ci guadagna nessuno.