La giusta sanzione
Arriva questo tizio ai tavolini di un bar di Piazza Vittorio. Anziano, capello lungo, voce roca, sorriso di uno che ne sa. Saluta il suo amico. Il suo amico non fa altro che richiamare il suo labrador che scorrazza tra i tavoli.
Quello Che Ne Sa vede due vigilesse avvicinarsi alla sua auto, ferma in divieto. E’ una Porche. Urla alle vigilesse: Prendo solo un caffè, dai.
Le vigilesse lo guardano come dire: E a noi?
Quello del Labrador dice: Vai, non farti mettere la multa. Poi cerca il cane con lo sguardo e lo chiama ancora.
Quello Che Ne Sa dice: ma va’, tanto le multe non le pago mai, io. E ride passandosi la mano grassa tra i capelli.
Le vigilesse scrivono il verbale. Quello Che Ne Sa le guarda ridendo. Me ne frego, dice.
Allora io penso: E se invece della multa ti facessero una bella riga lungo tutta la fiancata con un cacciavite? Se ti bucassero tutte e quattro le gomme? Se ti frantumassero tutti i finestrini? La prossima volta, la metteresti di nuovo la tua Porche in divieto?
Non credo proprio. c’è qualcosa di profondamente errato nel nostro sistema sanzionatorio.
E poi penso: e tu, con ‘sto cazzo di labrador, perchè non lo leghi, santodio?
Fiesta!
Non fermare mai la fiesta.
Ecco quello che diciamo sempre io e Bet.
Non. Fermare. Mai. La. Fiesta.
Pompa il volume, mi dice Bet.
Pompa questo cazzo di volume, grida tirando bene su col naso.
E io pompo il volume. E lui si prepara un’altra riga. Dio solo sa come fa a tener tutto in equilibrio mentre io attraverso la città a centocinquanta all’ora. Ci ha la manualità, Bet: ecco il punto.
E io pompo la musica.
Pum Pum Pum Pum. Mi scuote le tempie e i polmoni.
Pum Pum Pum Pum. Bet continua a cancellare righe bianche con il naso.
E io pesto sull’acceleratore. Non sarà certo uno stupido semaforo rosso a rallentare la fiesta, vero Bet? Cazzo Bet mi pari un aspirapolvere, vacci piano. E potevi almeno cambiarti le braghe prima di uscire, Bet. Non andiamo a una fiesta di carnevale, Bet, e comunque alle fieste di carnevale ci si veste da batman, da zorro, da dracula, mica da imbianchino. A quel rosso però mi fermo che faccio un tiro o due, Bet, uno perché quelli che ti stai sparando su per il naso sono i soldi della mia liquidazione, due perché se no te l’aspiri tutta e c’interrompi la fiesta così, per puro egoismo.
Che è anche quello che gli ho detto al titolare, ieri: se fai così, tu fermi la fiesta. La fiesta, mi spiego capo? Non bisogna mai fermare la fiesta.
Ma lui niente.
La gente è incredibile, Bet.
Cazzo, lo cantavamo anche all’oratorio, ti ricordi?
La nostra festa
non deve finire
non deve finire
e non finirà.
Sante parole, Bet. Era un grande Don Carlo. Don Carlos, lo chiamavamo. Ti ricordi Bet?
Ma lui niente. Il titolare, dico, Bet. Mi ha dato l’ultima busta paga, bella gonfia per carità che c’era la liquidazione, e mi ha detto Mi spiace non c’è abbastanza lavoro. Capisci Bet? Non c’è abbastanza lavoro, ha detto. E la fiesta è compromessa. Mi spiego?
Dai qua Bet, vediamo quanti tiri riesco a fare prima del verde.
Ora io non voglio rovinare la fiesta con discorsi sul mondo e sulla politica e sull’economia, che non frega un cazzo a nessuno dei presenti in questa macchina. Però lascia che ti dica una cosa che ho capito, Bet. Il problema di questo mondo è che la gente sta fermando la fiesta. La gente si è fatta spaventare da questa cagata della Crisi, e ha tirato il freno a mano. E l’economia non gira, mi spiego Bet?
Tutto qui. Il fattore psicologico. Come dice il Presidente. Ma nessuno lo ascolta, ecco il suo vero problema: Silvio non sa farsi ascoltare.
Parti dai cazzo che è verde, dice Bet digrignando i denti come un animale.
Io parto, ma tu molla la neve e gira una canna, Bet, che ti vedo su di giri, troppo su di giri, ci hai gli occhi sbarellati, va bene non fermare mai la fiesta, ma la fiesta vera dobbiamo ancora cominciarla, Bet, Cristosanto siamo in macchina in mezzo al traffico non in pista strafatti. Se vai avanti così da Carmen non ci arrivi vivo, Bet.
Comunque Bet, il discorso è che la gente sta fermando la giostra. La gente non c’ha più voglia di divertirsi. Si caga sotto. Perché la gente non ha capito che la giostra deve girare sempre.
Meno male che Silvio c’è. Lui sì, che ha capito come funziona la fiesta. È la gente che non lo capisce. Lo faranno scappare all’estero. Vedrai. Ma che gli fotte, a lui? Se ne và ai Caraibi a fare la fiesta. In Russia. Dove cazzo gli pare. Lui Può. Adesso che ci penso, Bet, ma chi glielo fa fare di fare il Presidente del Consiglio? Al suo posto io starei tutto il tempo a fottere, bere champagne e tirare coca. Onorare la Trinità, mi spiego? Senza tanta pubblicità.
Mi sbaglio, Bet?
Tutto bene Bet? Mi sembri pallido. Fai su ‘sta canna che ti ripigli. Se no da Carmen non fai in tempo nemmeno a metterglielo in bocca.
Io e Bet andiamo sempre da Carmen per cominciare bene la fiesta. Se inzuppi subito, rapido e senza perdite di tempo, poi non ti resta il chiodo fisso tutta la sera, mi spiego?
Ti puoi godere la fiesta.
È stato Bet a scoprire il sito di Carmen. Lui si spara una decina di seghe al giorno su internet. È malato. Lo sanno tutti che il massimo consentito è tre: mattino, pomeriggio e sera. Ma lui no. Lui dieci. Bet è un esagerato. Dice che alle volte lo preferisce al sesso, perché scopare è molto più faticoso. S’è comprato l’i Pad solo per potersi smanacciare anche tra una parete da imbiancare e l’altra. Se l’alloggio ce l’ha, s’attacca alla rete del cliente. Altrimenti ha la chiavetta USB con internet no limits.
Un giorno cercando nuovi siti è finito su quickie.it. Quickie vuol dire sveltina in americano. Ci sono queste troie che sono specializzate in scopate lampo. Ma fatte bene. Da non credere. Carmen è la migliore, e comunque è l’unica qui in città, che la nostra è una cittadina di provincia e il meglio ci è negato. È stata una scoperta, questo quickie.it. Perché io e Bet eravamo abituati alle troie di corso Lepanto o Strada Granda. Al limite all’escort che ci concedevamo per le grandi occasioni, tipo le feste comandate o, per quanto mi riguarda, il mese della tredicesima. Ma le troie di corso Lepanto o di Strada Granda non è che sono proprio il massimo. Non perché sono negre. È che non sono nemmeno lontanamente al livello del bunga bunga, mi spiego? E le escort, che magari Silvio se le scoperebbe anche perché son di classe, son care e impegnative, con quel che costano ci devi stare un’ora o due almeno, e non ci stanno a farsi uno dietro l’altro. Bisogna prenderne una a testa. Un’ora o due è troppo tempo, mi rallenta la fiesta, mi spiego? La seconda scopata è sempre un po’ forzata, te la fai perché hai pagato e avanza tempo, mica per altro, che tu vorresti continuare la fiesta altrove, mi spiego?
Che cazzo fai Bet, dormi? Gira sta canna, dai. Voglio essere fuso di hashish mentre Carmen me lo succhia.
Carmen.
L’unico difetto che ha sono le smagliature sulle chiappe, e una volta le ho visto la ricrescita nera sotto la tinta bionda. Di certo non ha ventiquattro anni. Per il resto è fantastica. Si adatta ai nostri ritmi da fiesta come nessuna mai. È il suo mestiere. In venti minuti d’orologio mi tolgo tutte le voglie e nel frattempo tiro coca e bevo negroni. Lei lo sa, che quello è il mio drink preferito: quando entro il negroni è già pronto in una speciale borraccia con cannuccia che tengo legata al collo. Bevo, tiro, trombo. Onoro la Trinità. Venti minuti, se sono in forma anche meno. La devasto come in un film porno mandato a quadrupla velocità. Ed esco soddisfatto, perché Carmen non è una mummia come le mignotte di strada, non è che sta ferma in una posizione e aspetta che hai finito. Gode come le escort ma costa molto meno e non ti fa perdere tempo. Esci soddisfatto e pronto per continuare la fiesta, e non è detto che un due o tre ore dopo non torni a farle visita. Lei lavora ventiquattrore su ventiquattro.
Sono le professioniste come lei a tenere in piedi la fiesta.
Ti ricordi Bet quella volta che tua madre nel bel mezzo della fiesta ti ha chiesto di tornare a casa che tuo padre stava male? Ti ricordi? E chi è che ti ha ricordato che non si ferma mai la fiesta? Io. E chi è che ti ha portato di peso al Fabrique impedendoti di far la cazzata di tornare a casa? Sempre io. E chi è che ti ha fatto dimenticare che tuo padre era morto con una tre giorni di fiesta sfrenata sui laghi? Il quipresente. Mica lo salvavi tuo padre se tornavi a casa. Ti rodeva solo il culo, se tornavi a casa. Mi spiego? Meglio non vederla crepare, la gente, Bet. Fidati.
La fiesta non deve mai finire, Bet. Sei fortunato ad avere un amico come me che te lo ricorda con pazienza.
Perché se la fiesta finisce, Bet, finisce tutto. La fiesta deve girare, l’economia deve girare, il grano deve girare. Tutto deve girare. Tranne le mie balle. E ieri il principale me le ha fatte proprio girare. A turboelica, mi spiego? Se mi lasci a casa senza lavoro, la fiesta rallenta. Va bene che mi dai la liquidazione, ma ci vado avanti tre mesi al massimo. Cazzo me ne frega che sei fallito? È colpa mia? No. È colpa della gente che gli si sono accorciate le braccia. L’Audi mi costa. La fiesta per andare avanti come dio comanda ha bisogno di liquidità. Mi voglio comprare il Rolex. Mi spiego? I miei mi rompono le palle, se scoprono che ho perso il lavoro. Capace che mi cacciano di casa. E con ‘sto fatto che la gente ha tirato il freno a mano, trovare un altro lavoro con tredicesima per non dire quattordicesima è dura, capace che vengo a dare il bianco con te, Bet. Tu lavori tanto, Bet, guadagni bene, no? Fai tutto in nero, ci credo che guadagni bene. Sì, mi sa che vengo a lavorare con te. Alla fine mi stava rovinando la fiesta, quel lavoro di merda. Ho deciso, Bet, entriamo in società: imbianchiamo, ci fumiamo le canne, tiriamo, tu vai nell’altra stanza a spararti le seghe, e continuiamo la fiesta anche mentre lavoriamo. Già godo, Bet. Ma perché non ci abbiamo pensato prima, Bet.
Bet? Ohi Bet!
Ripigliati un momento. Ci siamo quasi da Carmen. Stasera vado prima io, che mentre tu te la fai mi guardo un po’ internet sul tuo I pad e mi fumo un bel cannone. Ce l’hai l’i Pad, no? L’hai portato, no?
Bet?
E no Bet, che fai, mi collassi? Mi rovini la fiesta? Guarda che ti lascio qui, cazzone. Apro la portiera e ti faccio rotolare fuori senza nemmeno fermarmi e domani ti risvegli tutto contuso per terra in ‘sto quartiere di merda. Brutto modo di finire la fiesta, credimi. Guarda che lo faccio, Bet. Io che scherzo sempre e sono un gran simpaticone questa volta sono serissimo, mi spiego?
Va bene, Bet. Cazzi tuoi. Guarda, sono buono e accosto. Ma mi stai davvero rovinando la fiesta. Te l’ho detto che stavi esagerando. La potenza è nulla senza controllo, coglione.
Bet? Cazzo se pesi. Aspetta che mi faccio un tiro. Ti lascio qui, allora, cazzone. Accanto al cassonetto, come l’immondizia. Guarda, ti chiamo un’ambulanza che poi se no nel bel mezzo della fiesta mi viene qualche pensiero strano che me la rovina. Cazzo se sei pallido Bet.
Fanculo, meglio, così non devo aspettarti mentre ti fai Carmen. Odio quei momenti di vuoto. Ma che è sta suoneria di merda? Il telefono di Bet. No. Quel coglione l’ha lasciato in macchina. Ti faccio il favore di rispondere, và, che poi il dubbio mi rovina la fiesta.
Pronto? Buonasera signora. No, Bettino non c’è. Si è dimenticato il telefono in macchina. All’ospedale, credo. Stava male, ho chiamato l’ambulanza. Signora, non lo so. Non mi rovini la fiesta, signora, che è bastato suo figlio. Sì, sì, poi le porto il cellulare. Ma guardi che il figlio è suo, mica mio, che cazzo vuole, mica faccio la balia, io. Ma la smetta di insultarmi, signora, se non il cellulare lo butto dal finestrino.
Che cazzo. È davvero dura mandare avanti la fiesta in queste condizioni.
Dai Carmen, diamoci dentro che certe scene mi smorzano l’entusiasmo. Dai Carmen, girati così, da brava. Adesso voglio che canti con me.
La nostra fiesta
non deve finire
non deve finire
e non finirà.
Per mia figlia una banana non è un telefono
Mia figlia (18 mesi) prende il telecomando della tv, se lo mette all’orecchio come fanno i grandi col cellulare, e dice Ciao Stella (Stella è la sua amica d’infanzia, o meglio, quella che tra diciott’anni verrà citata come l’amica d’infanzia).
A pranzo io ho preso una banana, l’ho avvicinata all’orecchio fingendo di chiamare Stella, e poi l’ho passata a mia figlia. Lei mi ha guardato come se fossi scemo. Cioè, proprio come se io stessi seriamente pensando che con quella che era chiaramente una banana si potesse comunicare con Stella. Era allibita, mi spiego?
E lo ero anche io. Perché diamine il telecomando sì e la banana no? Per me, una banana assomiglia molto di più a un telefono che non un telecomando.
Allora, in bagno, ho fatto lo stesso esperimento con la doccia. Il diffusore, intendo. Quello che sembra inequivocabilmente una cornetta del telefono, con solo il ricevitore, va bene, ma si capisce che è un telefono, se lo avvicini all’orecchio. Niente da fare. Stessa scena. Mio padre è pazzo, pensava Emma.
Avete già capito. Io non ho telefoni fissi in casa. Se l’avessi, sarebbe più simile a un cellulare che a una cornetta. Emma non ha mai visto una cornetta telefonica. Non può associarne la forma a quella di una banana o di una doccia. Con buona probabilità, non la vedrà mai, e per tutta la vita si chiederà cosa diamine intendessi fare io con quella banana.
Ecco come cambia il mondo.
Mi dica, Dottore
E’ esattamente questa la prima cosa che io dirò al Dottore.
“Dottore”, gli dirò, “Prima che lei mi scoperchi il cranio e si metta a fare pulizia, prima cioè che cominci a farmi tutte le domande del caso -e saranno tante, perché ne ho da raccontare, oh se ne ho: per quanto mi riguarda può disdire tutti gli appuntamenti del mese e tenermi come ospite fisso-, prima che la mia epica personale prenda a riversarsi sgomenta dalla mia bocca alle sue orecchie e poi di nuovo dalla sua bocca alle mie orecchie, però trattata e acconciata e rigirata in modo tale da scatenare le profonde scosse telluriche e maremoti e sberloni di cui ho disperato bisogno; prima, insomma, che si dia inizio alla dura battaglia tra Me e mE; prima di tutto questo, Dottore, permetta che sia io a farle una domanda”.
Pausa d’effetto. Il Dottore -se non è cambiato, l’ultima volta che l’ho visto avevo la metà degli anni che ho ora- intreccerà le dita e mi fisserà con quello sguardo intenso e placido, sinceramente incuriosito dalla mia psiche profonda e brillante e complessa (come da quella di qualunque altro suo paziente). E annuirà. Lentamente.
Allora io riprenderò.
“Mi dica, dottore, perché le persone vengono da lei solo quando stanno male. Mi illumini. Davvero, santodio. Mi spieghi per quale assurdo motivo tutti riteniamo di doverci fare delle domande solo quando soffriamo. Perché diamine riteniamo che solo il dolore sia un mistero e abbia delle ragioni precise che val la pena indagare, mentre la serenità pare valere in quanto tale. Io credo, Dottore, che sarebbe invece molto meglio se ci facessimo delle domande e ci chiedessimo perché anche quando siamo felici. Soprattutto quando siamo felici. Se io fossi venuto qui da lei quando ero felice -e, dio mi è testimone, lo sono stato e con il suo aiuto tornerò ad esserlo-, se avessi fatto così, forse ora non avrei bisogno di essere qui. A ripercorrere con lei la grottesca tragedia in cui la mia vita, improvvisamente, si è tramutata. A sforzarmi di capire da dove cazzo -mi scusi- cominciare a raccontare. Dalla Separazione con Tradimento? Dal Fatto di Sangue in cui mi sono trovato coinvolto per il semplice fatto di aver tentato di vendere una casa? O ancora più indietro, dal Licenziamento? Oppure dal fatto più recente, dopo cui ho capito di essere a pezzi, cioè dall’Incontro con A., che per qualche incomprensibile ragione mi ha sconvolto nelle budella quasi più che tutto quello che ho ingoiato fino ad ora -e ne ho ingoiate, oh se ne ho ingoiate-, e la cosa davvero assurda, Dottore, è che rivedere A. è stato bello, è tutto tranne che una disgrazia, credo, ma non so, e allora perché mi ha sconvolto così?”
Riprenderò fiato, a questo punto.
“Mi spiego, dottore? Non ci viene mai in mente di analizzare la nostra felicità. E così poi dobbiamo lavorare sulla merda, invece che sui fiori. Siamo proprio una specie inferiore”
E io lo so cosa dirà il Dottore.
Il Dottore dirà: “Mi parli della Separazione”. Oppure, ancora peggio: “Mi parli di questa A.”
Perché, se me lo ricordo, finisce sempre che mi fa parlare di quello che non mi va.
Berlusconi e la prostituzione
Così, l’uomo più ricco e potente d’Italia deve pagare per fare quello che la maggior parte delle persone riesce a fare gratis.
Che sfigato.
Aria Sottile, Jon Krakauer
Spingi un piede dietro l’altro, e guardi solo avanti. Nella vertigine bianca. Gli scarponi che affondano nelle tracce lasciate dagli sherpa che vi guidano. La cordata che striscia nella neve lenta e silenziosa, una processione di pellegrini-astronauti. La cresta Sud Est che spezza il cielo -il Mondo- in due. Il pinnacolo di vento e neve lassù, sulla vetta, così vicina e così lontana per le tue forze. Questa è l’altitudine a cui volano gli aerei di linea. La Zona della Morte. Le mani che stringono le corde. Il ritmo del tuo fiato nel respiratore. Non pensi alla meta che, se la montagna vorrà, forse raggiungerai. Non pensi che, comunque, il problema sarà poi tornare giù. Non pensi che a questa quota potresti morire in modi diversi e incredibili. Ad esempio affogato. Proprio così: affogato. Sull’Everest.
Non pensi perché a questa altitutidine pensare è difficile. Non hai forze fisiche sufficienti, devi bruciare neuroni per andare avanti. Non bastano i muscoli. Serve il desiderio. La volontà. La brama febbrile.
Tu sei una freccia puntata alla cima, di umano forse non ti resta che la pulsione più elementare. Raggiungere la vetta. Il Punto Più Alto del Pianeta.
E tornare giù, per raccontare. Che tu e i tuoi compagni, assieme eppure da soli, avete stretto d’assedio Chomolangma, La Madre dell’Universo. L’avete onorata con offerte, e insieme l’avete sfidata. Sperando di batterla, sperando che vi concedesse di salire, pregando che vi permettesse di scendere. Perché è la Montagna a decidere. Ora sai che non è una superstizione. La Montagna da scalare non è solo fuori di te. Entra dentro di te. E decide per te.
Qualcuno di voi ce l’ha fatta.
Molti altri no.
Gli audiolibri più letti nel 2010
Alle volte accade proprio così con le droghe, sopratutto con le cosiddette “leggere”: prima si assaggiano e poi, goduti, si corre a scoprire il mondo che le orbita attorno. Ora sono lanciato nell’esplorazione dell’universo audiolibro. Grazie a un commento al post precedente (e ad uno che ho ricevuto proprio ora) ho scoperto due cose. La prima: su iTunes è pieno di audiolibri. E costano poco. La seconda: c’è un blog che comunica ogni settimana la classifica degli audiolibri più venduti su iTunes, che evidentemente è la piazza di spaccio privilegiata.
A fine anno, questo interessante blog ha pubblicato la classifica degli audiolibri più venduti nel 2010. E scorrere la classifica è assai istruttivo. Perché dipinge un mondo piuttosto diverso da quello dei lettori tradizionali.
L’audiolibro più venduto, a quanto pare, è “L’arte di ottenere ragione”, di Arthur Shopenahuer. Nientemeno: ma credo che centri poco con l’amore per la filosofia e molto col desiderio fanciullesco e molto italico di ottenere sempre ragione. Urlando, nel caso.
Il secondo è “L’arte della Guerra” di Sun Tzu. Però, recita il sottotitolo, “Riletto a uso dei manager”, qualunque cosa significhi (più lentamente? Più incazzosamente? Infilando qua e là qualche target, mission, strategy, prediction?).
Al terzo posto, abbastanza misteriosamente, troviamo “Miti e leggende dell’Antica Grecia”, di Nathaniel Hawthorne.
Ma svelti rieccoci a bomba con un bel “Scopri le tue potenzialità”, a cui segue un “Dracula” di Stoker (momenti d’oro per i succhiasangue, in tutti i sensi), e un “Impara a raggiungere i tuoi obiettivi con l’impegno e l’autodisciplina”. A sorpresa, la dantesca “Divina Commedia” s’infila in classifica a introdurre un “Impara ad essere più motivato in ogni situazione”, cui segue -ci credereste?- il “Manifesto del Partito Comunista”: il Sol dell’Avvenire non è tramontato, ha cambiato solo formato. Il decimo posto è del già best seller cartaceo “Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere”, di john Gray (quello che spiega le differenze tra uomo e donna, per chi non avesse mai palpato un paio di tette o visto un uccello).
La mia ingenuità non smetterà mai di sconcertarmi. Mi aspettavo best sellers o grandi classici letti da fior di attori, ma, alla fine dei conti, il business degli audiolibri vive dell’aggressività di manager -o wannabe manager- che scorrazzano per le autostrade con “l’arte della Guerra” o “l’arte di avere ragione” a tutto volume nello stereo. O delle tenere fragilità di chi s’affanna alla ricerca proprie potenzialità. E’ pieno di gente così, evidentemente: siamo in Italia, c’è questa fottuta crisi, e pure io alle volte penso che dovrei seguire un corso di autostima o robe del genere (poi l’autostima residua e tenace che conservo mi tira in salvo). L’immagine è quella di una folla di persone alla ricerca di istruzioni, di una voce amica che gli dica cosa diamine devono fare per uscire dalla merda. Altro che “Guerra e Pace”. Sbaglierò, snobberò, ma questa classifica mi ha pigiato un po’ di tristezza nelle viscere.
La palma del coraggio, comunque, và a chi si ascolta il vecchio Marx. Chissà che effetto deve fare. Chissà chi lo legge, e come. Probabilmente la prima cosa che fai appena finito di ascoltare è preparare la dinamite. O ridere a crepapelle. O qualcosa in mezzo.
A parte questo, ho scoperto che esistono libri che nascono espressamente come audiolibri: è il caso de “Il mostro di Firenze”, scritto dal Giacomo Brunoro (il ragazzo del commento al post precedente, che a questo punto scopro essere assolutamente sul pezzo) e Jacopo Pezzan. E, di conseguenza, esiste una branca di editoria specifica e piuttosto attiva. Un altro esempio di ottimo editore di audiolibri è questo.
Buon ascolto.








lascia un commento