Il futuro non è scritto

Carlo Giovanardi: quando lo stato chiama, senza avere ha un cazzo da dire

Pubblicato in droghe, governo da lucaborello il Novembre 9, 2009

Carlo Giovanardi(Carlo Giovanardi, sottosegretario con delega alla lotta alla droga)

“Cucchi? Morto perché drogato” (09-11-09)

(Nonostante l’opinione di Giovanardi, quei rompiballe della Procura indagano carabinieri e agenti penitenziari, omettendo testardamente di interrogare siringhe e bustine di roba)

“In Italia i consumi di cocaina sono in diminuzione grazie alle politiche del Governo” (05-11-09)

(Nonostante le dichiarazioni di Giovanardi, l’Italia risulta essere tra i primi cinque Paesi UE per consumo di cocaina, almeno secondo quei guastafeste dell’Osservatorio Europeo sulle Droghe)


Sul crocefisso

Pubblicato in dio, idee, politica da lucaborello il Novembre 9, 2009

Sul crocefisso posso dire questo, da laico: davvero non so come quel povero cristo appeso e sanguinante possa testimoniare amore universale, pace tra gli uomini e via dicendo. La mia immaginazione non è abbastanza fervida.

La sua opprimente presenza nelle aulee scolastiche ha sempre significato piuttosto questo, per me: GUARDATE COSA NE FACCIAMO DI CHI SI RIBELLA. E’ la mia personalissima visione delle cose, beninteso, e ritengo che la sentenza europea vada nella direzione del pluralismo, della laicità, e dunque della libertà di fede e pensiero.

Per aver misura, però, di come i fans sfegatati del crocefisso (che hanno tutto il mio rispetto) ragionino basta considerare l’idea dell’UDC di raccogliere firme contro la sentenza davanti alle chiese. Sorprendentemente, scopriranno che un sacco di gente è d’accordo con loro.

E’ così semplice! Stupidi gli antiproibizionisti a non aver mai pensato di andare a raccogliere firme per liberalizzare la marijuana solo davanti ai Centri Sociali, ai rave o ai concerti reggae. Ingenui i satanisti a non raccogliere firme durante i sabba per appendere un’immagine di belzebù negli uffici pubblici. Babbioni gli evasori fiscali a non richiedere condoni permanenti mettendo banchetti fuori dai circoli del PDL. Si potrebbe anche andare nei luoghi della movida notturna e raccogliere firme per avere alcol gratis tutti i week end, e sarebbe un successone.


Una coltre di cocaina avvolge l’Europa e bla bla bla

Pubblicato in cultura popolare, dipendenza, droghe da lucaborello il Novembre 5, 2009

Come ogni anno, i prossimi due giorni (ma forse meno) saranno incendiati dall’allarme cocaina. Secondo l’annuale rapporto dell’EMCDDA (l’Osservatorio europeo sulle droghe), i consumi della polvere bianca sono in aumento (lo sono da dieci anni, con una leggera flessione a cavallo del millennio). I commentatori si affanneranno per spiegare il perché e il percome con le solite vecchie formule (i valori, i giovani, la trasgressione…), e le persone, legittimamente, reagiranno con la stessa paura, o con lo stesso scandalizzato disinteresse di sempre. Scrivo queste righe per dovere, quasi per riflesso condizionato da un passato speso allo studio del “fenomeno del consumo”, e ora accantonato per saturazione. Mi rendo conto che la questione mi interessa sempre meno. Mi ritroverei comunque a dire le stesse cose anche io, e sono stanco.

Ma lo faccio: rispetto per l’ultima volta una tradizione che mi sono imposto (cercate nel blog e troverete).

La gente usa la cocaina non perché la criminalità organizzata la costringe (è piuttosto il proibizionismo a costringere i consumatori a rivolgersi alla criminalità), ma perché il nostro sistema di sviluppo, il nostro immaginario del “no limits”, la filosofia del “tutto e subito” spinge sempre più persone a cercare supporti per migliorare le proprie prestazioni produttive, sociali o ricreative. E’ il consumismo, baby. E la droga è una merce. La gente si droga (oggi: la gente si è sempre drogata, per ragioni diverse) perché non sa più prendersi una pausa neppure quando è libero di farlo, ad esempio. Ma non per evadere: per starci dentro (ecco la novità, vecchia ormai di trent’anni).

Come in ogni epoca e in ogni società, la droga, nella maggior parte dei casi, non è affatto devianza: la droga è coerenza. La droga risponde ad esigenze, e le esigenze le crea, nella maggioranza dei casi, la società in cui il suo consumo si manifesta (la gran parte delle persone che l’immaginario dominante considera tossici non stanno ai margini delle strade a battere moneta: quelli sono i casi limite, come la maggior parte degli automobilisti non finisce la propria carriera contro un albero). Da sempre, l’astinenza è l’eccezione, non la norma, con buona pace dei proibizionisti che non disdegnano, legittimamente, un buon bicchiere di vino e una bella sigaretta. Il problema non è l’intossicazione: il problema è il controllo sociale dell’intossicazione. L’alcol è una droga sotto controllo (ancora per poco, forse). Impossibile chiedere alla gente di non drogarsi, possibile cercare di capire come controllare il fenomeno.

Riflettere su come diminuire la domanda di droga significa riflettere sul nostro stile di vita. C’è una marca di integratori energetici che si pubblicizza come capace di farti superare i tuoi limiti di povero essere umano. C’è un marchio di moda “giovane” che si rivolge a chi “non ha paura di esagerare” (sponsor de “Le Iene” di quest’anno). C’è una bevanda che ti mette le ali.

Poi c’è la cocaina, che queste cose le fa davvero.

Ma chiede un prezzo.

Per sempre più persone, vale la pena di pagarlo. Perché finchè non saranno pinzati col naso nel sacco,  e biasimati e dipsprezzati e giustamente compatiti, la società sarà ai loro piedi.

Ci si vede al prossimo allarme (forse).

Tutto vero!

Pubblicato in governo, satira impossibile da lucaborello il Ottobre 30, 2009

Da “Il Giornale”, 30-10-09

I fatti che riguardano il presunto incidente di percorso di Gasparri, per come li ha ricostruiti il Giornale, sono questi: nella primavera del 1996 (secondo il sito Dagospia il 29 aprile 1996) l’ormai ex sottosegretario agli Interni viene invitato a una cena al prestigioso Circolo del Polo, ai piedi dei Parioli, nella zona sportiva dell’Acqua Acetosa che a quei tempi (e anche in questi) la sera pullulava di donne e/o uomini in vendita con perizoma e calze a rete. La moglie di Gasparri arriva all’appuntamento in auto, in compagnia di Italo Bocchino poiché il marito, attardatosi per questioni di partito, le ha detto che la raggiungerà di lì a poco. Gasparri arriva però con molto ritardo perché, qualche minuto prima, una pattuglia di carabinieri s’era incuriosita dall’indugiare a singhiozzo di una Fiat Punto fra i viali dell’Acqua Acetosa. Lampeggiante, paletta. Gasparri, al volante della Punto, mette la freccia e accosta diligentemente al marciapiede. Si qualifica, fornisce documenti e patente ai carabinieri della gazzella del 112, spiega che stava facendo su e giù lungo quei viali pieni di circoli sportivi (c’è quello parlamentare, quello dei carabinieri, il Coni, ecc. ) perché non conosceva l’esatta ubicazione del Circolo del Polo e a causa della scarsa illuminazione, non riusciva a trovare l’entrata. Chiarito quello che poi lo stesso Gasparri ha definito un equivoco insignificante, non sappiamo se con l’aiuto degli stessi carabinieri o per conto suo, ha trovato la strada giusta ed è giunto a destinazione. Una volta al tavolo Gasparri ha sbandierato ai quattro venti l’episodio, fors’anche per giustificarsi dell’inqualificabile ritardo: «Ahò, ma lo sapete? M’hanno fermato i carabinieri qua vicino. Pensa se passava qualcuno e me vedeva, poteva pensa’ che annavo coi trans!». (Grassetto mio)

 

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La marijuana uccide? Sì, ecco come

Pubblicato in criminalità, droghe da lucaborello il Ottobre 29, 2009

Da ADUC Droghe

Dopo Aldo Bianzino, è toccato a un altro consumatore di cannabis. Stefano Cucchi, 31 anni, arrestato per possesso di qualche grammo di cannabis e cocaina viene rinchiuso a Regina Coeli il 16 ottobre scorso, poi trasferito all’ospedale Pertini di Roma muore subito dopo. Sul suo corpo i genitori hanno riscontrato tumefazioni e lesioni. A denunciare una morte “su cui fare chiarezza e giustizia” sono Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, l’associazione che si batte per i diritti nelle carceri, e Luigi Manconi , presidente di ‘A Buon Diritto’.
“La morte di Stefano Cucchi avvenuta all’ospedale Pertini (reparto detentivo) richiede un immediato chiarimento”, dichiarano Gonnella e Manconi. “Trentunenne, di corporatura esile, viene arrestato pare per modesto possesso di droga il 16 ottobre scorso – raccontano – Al momento dell’arresto da parte dei carabinieri, secondo quanto riferito dai familiari, stava bene, camminava sulle sue gambe, non aveva segni di alcun tipo sul viso. La mattina seguente, all’udienza per direttissima, il padre nota tumefazioni al volto e agli occhi”.
“Cucchi – notano Gonnella e Manconi – non viene inviato agli arresti domiciliari, eppure i fatti contestati non sono di particolare gravità”. Dal carcere, invece, viene disposto il ricovero all’ospedale Pertini. “Pare per ‘dolori alla schiena’”. “Ai genitori non è consentito di vedere il figlio – sostengono ancora Gonnella e Manconi – L’autorizzazione al colloquio giunge per il 23 ottobre ma è troppo tardi perchè Stefano Cucchi muore la notte tra il 22 e il 23 ottobre. I genitori rivedono il figlio per il riconoscimento all’obitorio e si trovano di fronte a un viso devastato”.
“Una morte tragica, sospetta che richiede risposte dalla magistratura, dall’amministrazione penitenziaria, dai carabinieri, dai medici del Pertini e dalla Asl competente: perchè Stefano Cucchi aveva quei traumi? Perchè ai genitori è stato impedito di incontrare il figlio per lunghi sei giorni? Perchè non gli sono stati concessi gli arresti domiciliari neanche fosse il più efferato criminale?”. Manconi e Gonnella concludono chiedendo che vengano “rese pubbliche le foto del viso tumefatto di Cucchi, posto che in Italia capita spesso che i verbali degli interrogatori a base di inchieste importanti vengono immediatamente trascritti sui giornali”. Qui un servizio del Tg3

INTERROGAZIONE RADICALI  – Maria Antonietta Farina Coscioni, deputata radicale eletta nelle liste del Pd, ha presentato un’interrogazione urgente ai ministri della Giustizia e del Lavoro e della Sanita’ sul caso di Stefano Cucchi, arrestato e successivamente deceduto. Ai ministri interrogati la parlamentare chiede di “avere tutte le notizie disponibili in relazione alla morte del signor Stefano Cucchi, avvenuta all’ospedale Pertini (reparto detentivo) di Roma”.
In particolare Farina Coscioni chiede di sapere “se sia vero che il signor Cucchi sia stato arrestato il 16 ottobre 2009 dai carabinieri, dopo essere stato trovato in possesso di un modesto possesso di droga; che al momento dell’arresto, secondo quanto riferito dai familiari, stava bene, camminava sulle sue gambe, non aveva segni di alcun tipo sul viso; che la mattina seguente, all’udienza per direttissima, il padre ha notato tumefazioni al volto e agli occhi; che al signor Cucchi non siano stati concessi gli arresti domiciliari, nonostante i fatti contestati non fossero di particolare gravita’; che dal carcere il signor Cucchi sia stato ricoverato all’ospedale Pertini di Roma, pare per ‘dolori alla schiena’”.

GARANTE DETENUTI: TRASFERIRO’ A MAGISTRATURA DATI SU MORTE  - “Aver impedito ai genitori di far visita al figlio moribondo e’ un reato ed e’ di una gravita’ estrema – dice a CNRmedia il garante dei diritti dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni – E’ previsto dall’ordinamento che si consenta ai parenti di visitare il malato anche quando e’ in stato di detenzione e se gli e’ stato vietato per evitare che possa parlare e raccontare quello che gli e’ successo, e’ un reato di occultamento. Gli e’ stato proibito di denunciare i suoi aggressori”. Lo afferma, a Cnrmedia, il garante dei diritti dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni, riferendosi alla vicenda di Stefano Cucchi e aggiungendo: “Trasferiro’ tutti i dati alla magistratura come di norma si fa in questi casi”.

Sesso e potere

Pubblicato in politica, potere, satira da lucaborello il Ottobre 28, 2009

Si fanno tanti discorsi, ma se è vero che è il sesso a far girare il mondo, allora la differenza tra destra e sinistra oggi è fondamentalmente che i conservatori vanno a puttane, i progressisti a trans.

Il che spiega meglio di tante argute analisi come mai in Italia ci teniamo Berlusconi da quindici anni. Non è perché è da trent’anni nelle case degli italiani con le sue televisioni, al punto da essere considerato ormai un amico di famiglia (che oltretutto è pieno di quattrini e bonazze). Non è perché è un imprenditore di successo, o perchè possiede la quasi totalità dei media. E nemmeno perché è in grado di corrompere chiunque, come sostengono i maligni.

Niente di tutto questo.

Semplicemente, a Berlusconi piace la figa, e lo dimostra, mentre i suoi oppositori preferiscono i trans, e lo dimostrano. Avrà tante manie e tante stranezze, il Cavaliere, ma su quello proprio non transige: niente miscugli strambi, solo la buona e sana femmina.

E l’Italia, che è un Paese conservatore e maschilista, lo apprezza. Si sente più a suo agio.

Guardate, forse è proprio tutto qui.

L’insostenibile concretezza della mafia, l’insostenibile vaghezza del’antimafia

Pubblicato in criminalità, domande, potere da lucaborello il Ottobre 26, 2009

Uno non osa commentare criticamente operazioni essenziali e imprescindibili come “Contromafie: gli Stati Generali dell’Antimafia” proprio perché sono essenziali e imprescindibili: contro le mafie si fa troppo poco, e chi mendica non può scegliere.

Però ieri sera sentivo a “Che tempo che fa” Nicola Gratteri, PM da vent’anni al fronte contro la ‘Ndrangheta, il quale affermava che sarebbe un po’ ora di finirla con le grandi iniziative di analisi, discussione, e testimonianza, e darsi da fare concretamente. Che cos’è la mafia si sa, e si sa anche cosa bisognerebbe fare: forse manca il come.

Si capisce che ritrovarsi ogni anno, per quei quattro gatti coraggiosi che si intestardiscono a dire no alle mafie, sia motivo di orgoglio e sollievo. La domanda è: al di là del purtroppo limitato interesse dei media, e del piacere di trovarsi tutti assieme a dire no alla mafia, a cosa diamine serve?

E così mi son sentito meno bastian contrario a pensare che queste grandi iniziative, per carità importanti e meno male che ci sono, hanno un po’ troppo l’aria della passerella blasonata in cui tutti, dalle associazioni che davvero si danno da fare, a quelle che più che altro parlano, ai Presidenti e alle Cariche Pubbliche, agli artisti impegnati, si fanno belli, più o meno in buona fede, con il solito e identico discorso antimafia. Sentito e commovente, per carità: ma sentito e commovente come quello dell’anno scorso, e temo come quello del prossimo anno. Colpa delle istituzioni sorde? Forse. Direi soprattutto. Ma non solo.

Quest’anno ad esempio Contromafie ha prodotto un “Manifesto degli Stati Generali dell’Antimafia“. Il che mi ha rallegrato. Ho pensato: finalmente qualcosa di concreto. Poi l’ho letto. E devo ammettere, a costo di apparire disfattista, che mi sono cadute le palle nei calzini, come dice efficacemente un mio amico di Milano.

Perché viva l’impegno, viva le parole ben studiate e ben accostate, viva gli slogan capaci di scaldare gli animi. Ma qualcosa di concreto, a reggere tutto questo, ci deve stare. Se dici cosa bisognerebbe fare, e non stai facendo solo due chiacchiere al bar, devi anche proporre come, e poi provare a farlo.

Non sono un esperto di mafie. Mi tengo informato, ecco. Però mi pare che persino l’idea di mafia che esce dal manifesto sia un pochino ingenua. Si considera la mafia come un “ente” del tutto altro rispetto a un presunto “noi”. Come qualcosa che puoi davvero prendere e sradicare: un’erbaccia. Eppure la mafia non è un oggetto, non è una “cosa”. E’ un modo di interpretare il mondo, una cultura, un modo d’essere, di vivere, di rapportarsi algi altri, oltre che di fare affari. Non è un’erbaccia aliena in un orto sano: è uno stato in cui qualunque vegetale può trovarsi a essere (perchè è nato così, o perchè lo è diventato). Taglia la testa al boss di turno, e dal fertile terreno ne emergerà un altro. “Mafia” è l’esasperazione violenta di un atteggiamento umano che è diffuso, tenacemente diffuso, anche fuori dalla Cupola, da O’ Sistema, dalle ‘Ndrine o dai cartelli dei narcotrafficanti sudamericani. Non è poi così “altro” da noi. Attenzione a pensarlo lontano e contrapposto: finisce che poi, se non si chiama ufficialmente “mafia”, non la si riconosce. Finisce che poi ci comportiamo da mafiosi senza accorgercene (e capita, oh se capita, temo anche a molti crociati dell’antimafia). Finisce che poi Sciascia, quando se la prendeva con i “professionisti dell’antimafia”, aveva ragione, ventidue anni dopo.

Forse sarebbe stato più coraggioso un messaggio che, ad esempio, stimolasse provocatoriamente a sconfiggere il mafioso che è in noi, prima di dar battaglia agli altri, a quelli “veri”. Almeno: io da cotanti spiriti riuniti contro la malavita organizzata mi sarei atteso una posizione un po’ meno retorica e un po’ più profonda. Le anime belle non mi sono mai state simpatiche: si sentono troppo al sicuro, troppo sane, e non combinano nulla, oltre alle parole.

Condivido tutti i punti del Manifesto, sia chiaro.
Del resto, sono così vaghi da risultare impalpabili. Libertà di stampa? Ma devo aspettare gli Stati Generali dell’Antimafia per sentirlo? Centralità della scuola: ma và? Giovani come protagonisti: ma senti che idea originale. “Costruire effettive strategie di contrasto, politiche e normative, alla criminalità transnazionale“, si legge a un certo punto: sembra una conclusione da discussione al bar, invece è parte del manifesto, è quello che bisogna fare: sì, d’accordo, ma come? E via così: una dolorosa  fiera dell’ovvio (garantire i diritti umani, tutelare le vittime, applicare e migliorare le leggi, combattere il lavoro nero, no ai condoni, sì alla legalità: verissimo, ma scontato).

Tutto qui. Prendi cinque cittadini mediamente informati e chiedigli cosa bisogna fare contro le mafie, e loro probabilmente ti risponderebbero le stesse cose scritte nel Manifesto, senza averlo letto e senza far parte degli Stati Generali dell’Antimafia.

Ok, mi rendo conto che, forse, se ci si trova ancora costretti a ribadire questi concetti è perché non sono chiari ai più, o quantomeno a chi prende le decisioni. Ma anche questo è evidente: se la mafia è, come in effetti è, il potere politico ed economico (ben più che parte del tutto), allora forse bisogna puntare più sui singoli cittadini e meno sulle grandi istituzioni, che finito il convegno tornano a farsi gli affari loro. Sveglia, Contromafie: se questo è lo stato degli Stati Generali dell’Antimafia, mi sa che la mafia dorme sonni tranquilli.

Dice che non si può criticare senza proporre: contro le mafie io propongo di legalizzare le droghe, tagliando così il maggior introito della criminalità organizzata, e ristabilendo il controllo pubblico su quella che è una piaga sociale. L’idea, proposta nel manifesto, di “ridurre la domanda di droghe” è semplicemente ingenua, in questo mondo (infatti manca il come): per sconfiggere il contrabbando di alcol, quasi un secolo fa, nessuno ha pensato di ridurne la domanda: è bastato legalizzarlo e -sorpresa!- i consumi sono diminuiti da soli. Certo, c’è il problema di tutti gli interessi (immensi) legati all’antidroga: appunto, mafia non è solo la mafia.

Oggi, 89 anni fa, nasceva Gianni Rodari

Pubblicato in eroi, idee, immigrazione da lucaborello il Ottobre 23, 2009

rodariSe ci chiedono di citare il nome di almeno un grande intellettuale italiano, di certo pensiamo a Eco, Montalicini, Pasolini, magari a Gramsci se siamo nostalgici, a Bobbio se siamo di Torino, a Sciascia se siamo sicialiani, o a molti altri (mi perdonino gli intellettuali eccellenti ancora viventi e qui non citati).

Difficile però che ci venga in mente Gianni Rodari.

Eppure, a ben vedere, Gianni Rodari è stato davvero tra i più grandi e brillanti intellettuali di cui la nostra patria può vantarsi. Per una ragione molto semplice: sapeva parlare e farsi capire dai bambini. E per questo, ahimè, viene relegato al ruolo di autore per l’infanzia, come se scrivere per i bambini non sia in realtà molto più complicato che farlo per gli adulti.

Pensiamoci bene: sapremmo spiegare a un bambino delle elementari che cos’è, ad esempio, la libertà? O la giustizia? I grandi intellettuali che ci sono venuti in mente sarebbero (stati) in grado di far comprendere a un marmocchio concetti che noi diamo così per scontati, e su cui elucubriamo e rovelliamo e balocchiamo?

Bè, Rodari sapeva farlo. Sapeva spiegare il dramma ingiusto dell’immigrazione, ad esempio. E persino la relatività delle cose, con le sue filastrocche e i suoi racconti per bambini. Con garbo. Con semplicità. Ce n’è uno, in particolare, che ricordo fin dall’infanzia e ricorderò sempre, perchè apre gli occhi e scalda il cuore. Eccolo qui (penso di poterlo riprodurre, perché l’ho rintracciato in rete):

Il professor Grammaticus, viaggiando in treno, ascoltava la conversazione dei suoi compagni di scompartimento. Erano operai meridionali, emigrati all’estero in cerca di lavoro: erano tornati in Italia per le elezioni, poi avevano ripreso la strada del loro esilio.
Io ho andato in Germania nel 1958 – diceva uno di loro.
Io ho andato prima in Belgio, nelle miniere di carbone. Ma era una vita troppo dura.
Per un poco il professor Grammaticus li stette ad ascoltare in silenzo. A guardarlo bene, però, pareva una pentola in ebollizione. Finalmente il coperchio saltò, e il professor Grammaticus esclamò, guardando severamente i suoi compagni:
Ho andato! Ho andato! Ecco di nuovo il benedetto vizio di tanti italiani del Sud di usare il verbo avere al posto del verbo essere. Non vi hanno insegnato a scuola che si dice:”sono andato”?
Gli emigranti tacquero, pieni di rispetto per quel signore tanto perbene, con i capelli bianchi che gli uscivano di sotto il cappello nero.
Il verbo andare, – continuò il professor Grammaticus, – è un verbo intransitivo, e come tale vuole l’ausiliare essere.
Gli emigranti sospirarono. Poi uno di loro tossì per farsi coraggio e disse: – Sarà come dice lei, signore. Lei deve aver studiato molto. Io ho fatto la seconda elementare, ma già allora dovevo guardare più alle pecore che ai libri. Il verbo andare sarà anche quella cosa che dice lei.
- Un verbo intransitivo.
- Ecco, sarà un verbo intransitivo, una cosa importantissima, non discuto. Ma a me sembra un verbo triste, molto triste. Andare a cercar lavoro in casa d’altri… Lasciare la famiglia, i bambini.
Il professor Grammaticus cominciò a balbettare, i bambini.
- Certo… Veramente… Insomma, però… Comunque si dice, sono andato, non ho andato. Ci vuole il verbo essere: io sono, tu sei, egli è…
- Eh,- disse l’emigrante, sorridendo con gentilezza, – io sono, noi siamo!… Lo sa dove siamo noi, con tutto il verbo essere e con tutto il cuore? Siamo sempre al paese, anche se abbiamo andato in Germania e in Francia. Siamo sempre là, e là che vorremmo restare, e avere belle fabbriche per lavorare, e belle case per abitare.
E guardava il professor Grammaticus con i suoi occhi buoni e puliti. E il professor Grammaticus aveva una gran voglia di darsi dei pugni in testa. E intanto borbottava tra sé: – Stupido! Stupido che non sono altro. Vado a cercare gli errori nei verbi… Ma gli errori più grossi sono nelle cose!

Ora: quanti sono i grandi intellettuali che dovrebbero picchiarsi i pugni in testa come il professor Grammaticus?

Ho cambiato nome perché il potere è corrotto

Pubblicato in idee, pistolotti, politica, potere da lucaborello il Ottobre 22, 2009

Mi han fatto notare che ho cambiato nome, di Gratta e Vinci resta solo l’indirizzo web. E’ vero. Inizialmente pensavo di rinnovare la grafica, cambiar titolo mi spaventava. Non che significhi davvero qualcosa: un nome è solo come gli altri ti chiamano, in fin dei conti. Però Gratta e Vinci mi aveva un po’ stancato, tanto più che rispetto agli esordi questo blog è cambiato, e si spera che cambi ancora.

Il futuro non è scritto, quindi. Un motto, più che un titolo. Lo gridava Joe Strummer, che non gli andava giù il NO FUTURE comodo e miserando dei Sex Pistols, nichilisti da caricatura. Il futuro non è scritto, a meno che non lasciamo ad altri la libertà di scrivere anche il nostro: rimboccatevi le maniche, quindi. Mi pare adatto ai tempi, poi. Tremendamente. Lo era già trent’anni fa. Segno che da parecchio il nostro mondo sosta nell’identità delle sue grane, amplificandole piuttosto che sbarazzandosene (no future is now, si potrebbe ben dire arrendendosi alla realtà -ma noi testardi replichiamo: the future is unwritten).

Allora: a ispirarmi il nome Gratta e Vinci fu un aneddoto. E c’è ne uno anche dietro al nuovo titolo.
Come i più fedeli lettori sapranno, ho lavorato per sei lunghi anni, e duramente, in una Grande Associazione Onlus del nord, stimata in tutta Italia. Ne sono poi stato cacciato per alcune criticità che, su espressa richiesta dei vertici, ho osato sollevare. Cacciandomi, tali criticità sono state confermate nel loro insieme. Cacciandomi, mi hanno fatto capire che ero io stesso a sentirmi imprigionato, lì dentro: è andata bene così, in fin dei conti (con la crisi e una moglie incinta, io ipocritamente non avrei mollato un posto di lavoro, per quanto male mi trovassi).

L’altro giorno, incontro due dei tanti coraggiosi che ancora tengono duro all’interno della Grande Associazione (in cui, va detto, c’è un sacco di gente in gamba che, nonostante tutto, si dà un gran da fare perché crede in quello che fa, a prescindere dai giochi di potere da cui il loro impegno è quotidianamente tritato). Ancora strabiliato dalla mia cacciata, uno dei due mi ha confessato: “A noi è sembrato che mandare via te sia stato come punirne uno per educarne cento”. Subito questa affermazione mi ha inorgoglito: nonostante il fango che hanno provato a buttarmi addosso, nessuno ci è cascato, e il messaggio che è passato è proprio che il mio caso doveva servire da esempio. Una bell’ambientino, eh? Giustizia, legalità, libertà: come no.

Poi però mi son chiesto: ma come fa questo ragazzo a pensare una cosa simile dell’Associazione per cui lavora, dell’Associazione che si ritiene al limite del monopolio di determinati ideali di solidarietà, attenzione per il prossimo, giustizia, legalità e tutte queste belle e facili parole, e restarci ancora dentro senza mandarli tutti a cagare? A me, ogni volta che vedo il suo Presidente sparare grandi proclami e frasi fatte in TV o sui giornali, celebrato come esempio di anima pura, viene da vomitare, perché penso a tutte le cose orribili che accadono nella sua associazione, al limite del mobbing e della calunnia (non è il mio caso: ma l’ho visto con i miei occhi), al limite della legalità.

(tra l’altro: non credo che i vertici siano in malafede. Credo al contrario che siano in ottima fede. Credo che si ritengano così illuminati dai loro scopi, così devoti a loro stessi, che non si rendono conto di quello che davvero succede, nel mondo e in casa loro, e che tutto, tranne loro, sia sacrificabile, in nome  del “prossimo”, come se quello sacrificato non fosse un loro prossimo…  No, non sono cattivi: sono solo un po’ scemi. La strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni!)

Non so perchè quel ragazzo, volenteroso e in gamba, e i molti come lui restino dove sono e convivano con pensieri simili. Forse sono più motivati di me, adorano il loro lavoro e di quello, solo di quello, si occupano (in effetti io ho cominciato a non sopportare certe dinamiche e certe imposizioni proprio quando ho lasciato il lavoro con le persone e ho cominciato a fare un noioso e inutile lavoro “intellettuale”: non avevo più stimoli utili a compensare il disagio).

In ogni caso, il punto è un’altro. E ci arrivo via un’altro aneddoto, abbiate pazienza.
Tempo fa, su questo blog è apparsa la mail di una giovane che denunciava comportamenti al limite della legalità da parte di un Grande Sindacato italiano, che secondo la sua denuncia ciucciava contributi europei e sfruttava il lavoro precario come il peggiore dei datori di lavoro. Ho dovuto cancellare quel post su richiesta dell’nteressata, minacciata dai vertici locali del sindacato (hanno minacciato anche me, di querela e di peggio). Naturalmente le cose stavano esattamente come le aveva descritte la ragazza (mi sono poi informato), ma non ho potuto fare nulla, tranne avvilirmi per l’ennesimo esempio di istituzione che uno pensa schierata dalla parte del giusto (come la Grande Associazione), e che invece persegue solo i suoi porci comodi (ne ha parlato più volte Report, dei sindacati).

Insomma, mettiamoci dentro lo sfacelo della sinistra italiana in generale, del tutto asservita alle logiche di potere e autoconservazione, e ci troviamo in una situazione in cui davvero sembra che nessuno, tra quelli che potrebbero fare qualcosa (a prescindere dal colore politico: vogliamo parlare del Vaticano?), sia in grado di farlo, o peggio lo voglia fare, ché lo status quo fa comodo a chiunque debba mantenere il proprio potere.

Allora non si può più contare su nessuno, tranne noi stessi. Niente di preesistente ci condurrà fuori dal caos: le istituzioni deputate a difendere l’equità sono marce e corrotte (o in via di imputridimento; smarrite nella migliore delle ipotesi), se non generatrici dirette del buio che s’avvicina, in nome di un’autoconservazione mascherata da impegno civile. Il vero dramma in Italia è questo, non è mica Berlusconi: lui è solo un grave sintomo. Il dramma è che non ci si può davvero fidare di nessuno, che non ci si può appellare a nessuno. Magari fosse solo la politica, il problema: purtroppo è vero che è lo specchio della società. Il problema è proprio la società civile, e le sue proiezioni istuzionali private o pubbliche.

NO FUTURE allora?

Col cavolo.

Semplicemente, dobbiamo far le cose da noi. Essere onesti da noi,  essere giusti da noi, lottare da noi, riequilibrare da noi. Tocca davvero scrivere il futuro. Ognuno il suo e tutti assieme. Nessuno ci salverà. Non ci aiuteranno le grandi associazioni Onlus, non ci salveranno la politica o i sindacati, non ci salverà l’economia o il mercato, nemmeno la religione. Smettiamola di aspettare e cominciamo da soli. Si può essere giusti e solidali anche senza passare per qualcosa di più grande di noi, anche senza aspettare che qualcun altro lo sia al posto nostro. Il potere non è mai stato così corrotto da sé stesso. E certi poteri nemmeno si rendono conto di esserlo.

Il futuro non è scritto.

Calzini turchesi e neo giornalisti al macello

Pubblicato in giornalismo, governo, politica, precarietà, televisione da lucaborello il Ottobre 19, 2009

Non so se Canale 5 abbia definitivamente sottovalutato l’intelligenza dei suoi spettatori nella furia di flagellare il giudice reo di aver condannato Fininvest a scucire 750 bei milioni. Per quanto la mia stima degli italiani sia ai minimi storici, mi pare impossibile che qualcuno, per quanto ignorante, in cattiva fede e prostrato a Berlusconi possa davvero considerare esecrabile il fatto di indossare calzini turchesi e fumare troppe sigarette. I calzini turchesi fanno schifo, è vero, ma c’è di peggio.

Mi limito a constatare che il servizio messo in onda da quel circo che è “Mattino 5″ è così grossolanamente ridicolo che, come ormai la stragrande maggioranza degli eventi contemporanei, soverchia ogni tentativo di satira: impossibile farne il verso, impensabile architettarne un’iperbole.

Angosciante, poi, la convinzione -evidentemente radicata in chi ha ideato il servizio- che trasmettere immagini della neutra quotidianità di una persona possa in qualche modo ledere la sua dignità, solo perché impacchettate in una forma di biasimo: non è il messaggio (il fatto) che conta o ha significato, ma il modo in cui è presentato. Mostruoso, e purtroppo frequente. Pareva quasi una lettera minatoria dal tono “sappiamo chi sei, cosa fai e dove vai, quindi stai attento”.

Ma ripeto: persino gli italiani sono più intelligenti di così (spero).

Il mio pensiero va invece alla povera Annalisa Spinoso, la curatrice del linciaggio. E’ una ragazza di 29 anni, nel cuore il sogno di diventare giornalista televisiva, firmare inchieste al vetriolo per Striscia o Le Iene. Anni di gavetta, mille lavori e lavoretti, precarietà costante e avvilente, attesa spasmodica della propria grande occasione. Che finalmente arriva. E che occasione: un servizio per l’Ammiraglia di Fininvest, un servizio sul tema del giorno. La svolta.

Ora si aprono tre scenari.
Nel primo, la Nostra è combattuta: ha capito che quello che gli chiedono di fare è una merdata assai lontana dal giornalismo d’assalto di cui fantastica. Ma non ha scelta. E’ la sua occasione. Ha bisogno di quel servizio. Deve lavorare. E’ precaria. Una o due notti in lacrime, la lotta disperata contro la vergogna che preme in gola e spinge il pianto negli occhi, e alla fine decide: lo farà. Entrerà nel mondo del giornalismo televisivo, costi quel che costi, e poi avrà tutta la vita davanti per rimediare a questo atto vergognoso.
Possiamo davvero biasimarla? Io dico che bisogna trovarsi al suo posto, per capire.

Secondo scenario. La Nostra è una delle tante ochette che vede nel giornalismo televisivo il biglietto per la celebrità catodica. Pensa alle Iene e a Striscia perché sono programmi seguitissimi e alla moda (altrimenti avrebbe preferito Report, o Presa Diretta). Non capisce nemmeno quello che gli chiedono di fare, anzi magari si diverte, pensa di mettere in piedi un’inchiesta capace di svelare chissà quali cupi risvolti. Forse è davvero convinta che i calzini turchesi siano roba da criminali, che possano ribaltare una sentenza. Magari gli frega solo di mandare un servizio in onda per Mediaset, punto e basta.

Terzo scenario. Il direttore di “Mattino 5″, Claudio Brachino (veterano del TG4 e Studio Aperto: gran curriculum), gli ha dato il pezzo da firmare perché nessun giornalista vagamente navigato l’avrebbe mai fatto sapendo che l’Ordine sarebbe insorto, come in effetti è accaduto. La Nostra ha firmato, ha preso quei due soldi che gli davano (è a termine), e magari non ha nemmeno potuto leggere il “suo” pezzo.

In tutti e tre i casi (io spero nel terzo, al limite nel primo), abbiamo un’altra vittima del sistema, insieme al giudice Mesiano. Non me la sento di prendermela con la Spinoso. Mi sento di compatirla, tritata com’è stata da ingranaggi più grossi di lei, da sogni più grossi di lei. Spero che abbia l’occasione di rifarsi, Ma ne dubito.